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Iturbe giovanili

Le tappe della caduta di Juan Manuel Iturbe sono state ripide come quelle della sua ascesa.

Di Fabrizio Lo Cicero

1.

Il video del goal sbagliato da Iturbe alla sua prima presenza col Tijuana risale a qualche settimana fa, e subito, dal momento in cui è stato pubblicato sui social, è diventato virale. Ma, anche se a distanza di qualche settimana, vale la pena parlarne un attimo, riviverne il dramma, capire – o almeno cercare di farlo – cosa si cela dietro un semplice goal sbagliato, che però, forse (per quanto risulti incoerente dirlo, chiaro), non è un semplice goal sbagliato. Sul cronometro sono 92 e 20 secondi quando il Pachuca batte il suo calcio d’angolo. Iturbe – che è entrato esattamente da ventisei minuti, dopo aver passato appena un giorno in Messico – è posizionato al centro dell’area, e quando il pallone viene calciato, male e deviato, e gli arriva addosso, è già pronto a partire in contropiede. È la situazione perfetta, quella che gli permette di esprimere il meglio di sé, davanti ha la cosiddetta prateria, e una porta vuota, senza portiere. Lo rincorrono in tre, uno lo fronteggia: ma non decide mai se corrergli incontro o scappare verso la porta. In questa azione tutte le sue note qualità non possono non uscire fuori: la velocità sconsiderata, la verticalità a ogni costo, la testardaggine. C’è un momento, una frazione di secondo, in cui Iturbe sembra aver segnato un golazo, e un altro, immediatamente successivo, in cui si consuma la tragedia. La cosa peggiore, probabilmente, sono le risate.

«In tribuna ridono, dicono “non può essere, non può essere”, viene dalla Roma!»

2.

Molti lo hanno paragonato a Kalusha, Kalusha Bwalya, un ex-giocatore zambiano molto popolare in Messico, uno che, da Wikipedia, è descritto essere tra più forti giocatori africani degli anni ’90. Il suo goal sbagliato, ai tempi del Club de Fútbol América, in effetti è molto simile, la differenza sta in un palo colpito: un nulla, sempre un goal sbagliato. Ma c’è un’altra differenza, un po’ più sostanziale, un po’ più vera: che risiede, intangibile, nel chi piuttosto che nel come. Sta esattamente in quella porzione di essere che separa un campione riconosciuto da un fallimento riconosciuto. Perché Iturbe, da tutti, unanimemente, è considerato il flop: dalla Roma che si è scottata, dalla Juve che avrebbe potuto farlo, dal Verona che ci ha guadagnato, dal Bournemouth, dal Torino, dal Porto, da quelle piazze che non lo ricorderanno, passando per gli allenatori che lo hanno sostenuto e quelli che lo hanno lasciato solo, dai tifosi, da li mortacci tua, dalle risate fragorose, agghiaccianti dei messicani che già sembrano averlo etichettato.

3.

È banale ripercorrere le tappe della vita di Iturbe, è banale a non averle vissute. Come tanti calciatori sudamericani, Juan Manuel nasce in un quartiere povero, la città è Buenos Aires, barrio Barracas, “magazzino” in riferimento alle molte case costruite con prodotti rudimentali. Lo stesso di Alfredo Di Stefano – a proposito di campioni riconosciuti. I genitori di Iturbe sono originari del Paraguay, e anni dopo fanno ritorno a casa. È lì, ad Asuncion, la capitale, che Iturbe cresce: vita e calcio, calcio è vita. Il soprannome era cara sucia, faccia sporca. La prima grande squadra è il Cerro Porteño, è la squadra dei lavoratori e dei poveri del Barrio Obrero, la squadra del pueblo. Lentamente, settimana dopo settimana, allenamento dopo allenamento, si capisce che tipo di giocatore Iturbe sia. Sulla fascia si trova a meraviglia, è veloce, tecnico, forse un po’ rude: non ha in testa un calcio granché associativo, vede una porta, e opera sul campo in conseguenza, con tutti i pregi e i difetti che questo comporta: gli avversari non sono esseri umani, sono coni cinesi. Ma i margini di miglioramento, letteralmente, sembrano sconfinati. Juan Iturbe ha 16 anni quando esordisce in prima squadra, lanciato da Pedro Troglio, ex giocatore dell’Hellas negli anni ’90. È giovanissimo, come i predestinati: una caratteristica che nella sua carriera, club dopo club, diverrà una costante. Arriverà sempre giovane al prossimo salto e al prossimo ancora. A 18 anni la chiamata del Porto, che già vede in lui una possibile e ricca futura plusvalenza in pieno stile societario. Ma sembra ancora troppo acerbo, gira in prestito al River, in Argentina, poi, probabilmente giudicato inadatto, sbarca a Verona accompagnato dall’opzione di riscatto: è l’ultimo giorno di mercato quando viene ufficializzato il suo passaggio all’ex-squadra del suo ex-mentore Troglio, un’operazione conveniente per il club italiano, un prestito con diritto di riscatto fissato a 15 milioni: tanti, ma, se le cose andassero bene, giustificati. Le cose andranno più che bene.

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4.

Rivedere i video di Iturbe in maglia gialloblù ha un effetto ambiguo, come se fossero memorie di Edward Murphy e la sua legge. La stagione 2013/14 è un ritratto bellissimo di Iturbe, ma a tratti surrealista. Nel 4-3-3 compatto e reattivo di Mandorlini, il paraguaiano si appropria della posizione di esterno destro di attacco, diviso tra le sponde di Toni, l’appoggio di Jorginho e le sovrapposizioni di Romulo. Iturbe, in una squadra così verticale, che, con un’astuzia e una sapienza meravigliosa, spinge gli avversari ad alzarsi e aprire enormi spazi di campo, si trova nel suo ambiente ideale, come un toro allo stato brado. Saranno 8 i gol e 5 gli assist. Una cifra spaventosa di dribbling tentati (5,5 a partita) e di dribbling riusciti (3). È la miglior stagione della sua carriera, l’esplosione più fragorosa. Ma ciò che si evince anche da quei video così ambigui, è che lo stile di gioco di Iturbe non fosse affatto migliore, né che lo fosse la sua forma fisica, i compagni o i compiti a lui affidati: era sempre lo stesso calciatore capace di percorrere a testa bassa l’intero campo palla al piede, senza esercitarsi in dribbling impossibili, senza riuscire a tenere mai il pallone troppo attaccato, senza possedere la delicatezza dell’ultimo tocco perfetto, o del piazzato morbido. Era un piccolo mostro taurino, un minotauro. A cui però, le cose, andavano bene. I fondamentali di Iturbe erano piuttosto carenti, ma sembrava che la sua furia vitale fosse abbastanza per compensare tutto questo. Poteva diventare un’arma da fuoco: priva di delicatezza, ma letale.

Tutto quello che sa fare, bene e male, Iturbe in un video, e si capisce bene perché Toni non esulti anche dopo che la palla ha oltrepassato la linea

5.

«Lo volevano tutti, però a Roma se andavo a giocà io era ‘a stessa cosa» È quello che dice un ragazzo durante un convegno tenuto da Walter Sabatini all’Università Roma Tre. Il soggetto, sottinteso, è chiaro: el cara sucia. Era lì per altre riflessioni, Walter Sabatini, ma non si sottrae alla provocazione, e oltre una risposta ironica e giustissima («Nun me sfidà che sennò ti porto a fà un provino»), ne espone una seria, molto discutibile. Dice, in sostanza, che la spesa di circa 25 milioni per Iturbe (che adesso sembrano pochi, ma tre anni fa erano tanti), la cifra più alta mai spesa nella storia della Roma dopo quella per Batistuta, fosse un modo per lanciare un segnale, un monito rumorosissimo, una «gomitata sul naso a tutte le altre società»: la Roma c’è. Una scommessa, insomma. All-in. Intanto tutto tessono le lodi del giocatore, del direttore sportivo e della società. Il tifo italiano gira come una bussola smagnetizzata, sembra l’effetto voluto da Sabatini: nessuno crede più, ciecamente, nella Juventus, la Roma c’è, lo Scudetto sembra alla portata. Non c’è bisogno di descrivere come andarono le cose. La sua storia giallorossa è estremamente drammatica, tipica di una tifoseria che vive di teatralità. C’è da dire, però, che anche Iturbe ha toccato due momenti veramente alti in quella squadra: la partita col Cska è il primo; e quella con la Juventus, il secondo. Due in quasi tre stagioni. Il primo goal in Champions League di Iturbe arriva dopo 5 minuti e 30 secondi dal fischio di inizio, è uno spillo precoce che farà da preludio a un dominio totale di una squadra che sembra davvero atteggiarsi come un top-club. Dopo 4 minuti, sul key-pass di Pjanic, Iturbe serve Gervinho in area, di destro, di punta, l’ivoriano segna il 2-0, un assist prezioso che attraversa tre maglie bianche distratte. Regalerà un altro assist a Maicon prima di lasciare il campo a Florenzi. Contro la Juventus, invece, in uno dei match più importanti, duri e discussi del sessennio bianconero. La partita di Iturbe si limita a un goal: ma un goal bello e importante, che non sarà mai più capace di ripetere. Un taglio profondo nella difesa a 4 della Juve, alle spalle di Bonucci, davanti al naso di Chiellini, e freddo davanti a Buffon, istintivo come un animale. È il 5 ottobre quando la Roma subisce la sentenza finale di Bonucci. 3-2. È il 5 ottobre 2014 che si ricorda l’ultima gloria di Iturbe con quella squadra, e con qualsiasi altra. Complici gli infortuni, complice la condizione psicologica.

L’ultimo bacio, contro la Juventus

6.

In quel momento il monito di Sabatini si sbriciola, la gomitata sul naso diventa un pugno sul proprio zigomo. E la scommessa più grande dell’allora direttore sportivo ne diventa il più grande flop, a giudizio unanime, e per sua stessa ammissione. Non c’è nessuna transizione tra l’esplosione e il fallimento di Iturbe: arriva immediatamente, come una malattia fulminante e incurabile. Non si troverà soluzione all’iturbite, e se altri giocatori, per quanto deludenti nella aspettative, per quanto inadatti ad alti livelli, hanno comunque trovato un posto adeguato alla loro carriera (Bojan Krkić e Afellay allo Stoke, Elia al Feyenoord, Edu Vargas tra Valencia, Qpr e Hoffenheim, Ljajic al Torino), Iturbe non ha mai trovato neanche una media squadra che gli potesse garantire tranquillità: un posto dove ricominciare, senza allontanarsi troppo dal centro del mondo, del calcio che conta. Alla bocciatura del Torino, tutte le strade, per Iturbe, si sono chiuse e sbarrate, almeno nel vecchio continente, come se non fosse più in grado di giocare, come se non esistessero squadre corte e reattive a cui avrebbe potuto fare comodo, o potrebbe farlo in futuro. Lo sbarco in Messico, con la formula del diritto di riscatto (di fatto obbligo) fissato a 5 milioni, sa di malinconia. E l’esordio, ritornando a quel goal, sembra quasi una barzelletta, una continua ricerca del fallimento, quando tu non sei un pagliaccio, ma un calciatore, e hai solo, ancora, 24 anni.

 

Immagini Getty Images