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La maieutica di Pep

Come il calcio associativo di Guardiola influisce sulla crescita dei giocatori, e ne amplia le qualità.

Di Simone Torricini

Nel corso di un’intervista rilasciata alla fine dello scorso febbraio, a Pep Guardiola venne chiesto un parere sulla scelta del Lilla di affidare la panchina a Marcelo Bielsa. «Per me Bielsa è il miglior allenatore del mondo», esordì. «Non importa se non ha vinto titoli, quel che conta è l’influenza che ha sui suoi giocatori. Io ho una grande ammirazione nei suoi confronti per come riesce a migliorare gli elementi a sua disposizione». A prescindere da quanto possa essere condivisibile l’opinione di per sé, ciò che risalta dalle parole di Pep è un metro di giudizio netto. Ovvero: le capacità maieutiche di un allenatore, il tatto con cui si relaziona ai suoi giocatori e i progressi verso cui riesce a spingerli, sono l’aspetto su cui focalizzarsi per eccellenza. È curioso pensare che chi ritiene Bielsa «il miglior allenatore del mondo» è uno che a quarantasei anni qualche trofeo lo ha vinto, che è riconosciuto all’unanimità come l’idealista più coerente in materia calcistica, e che quando si sposta di Paese in Paese mantiene salde le proprie convinzioni. Se però pensiamo all’evidenza con cui lo stesso Guardiola, nel corso delle sue esperienze tra Barcellona, Monaco e Manchester, ha portato e sta portando su livelli superiori i suoi giocatori, ecco che questa curiosità si fa più sottile. Elogiando Bielsa, Pep ci mostra semplicemente la sua priorità, e ci suggerisce (involontariamente?) su quale convinzione poggiano le basi del suo metodo.

A febbraio 2016, quattro giorni prima della sfida di Champions tra Juventus e Bayern, un Pogba ancora bianconero si espresse così davanti ai media: «Guardiola è un’icona del calcio, ho sentito che riesce a migliorare ogni giocatore che ha a disposizione». Quello del francese era un tono di sincera ammirazione, e di lì a breve si sarebbe scontrato con una parte dei giocatori che nella loro carriera hanno ricevuto dal catalano la cosiddetta marcia in più. Nel 4-1-4-1 con cui i bavaresi si presentarono a Torino c’erano tutti i maggiori indiziati: Kimmich, Lahm, Alaba, Thiago. Ad essere precisi mancava Boateng, un altro che tramite Guardiola è passato ad una dimensione superiore, ma la maggior parte del gruppo scese in campo dal primo minuto. Se per il primo, Joshua Kimmich, l’influenza del suo tecnico ha avuto maggiore risalto per via di quanto successo al termine di una gara di Bundes contro il Borussia Dortmund, per gli altri è stata tanto silenziosa quanto penetrante.

<> at Camp Nou on May 5, 2012 in Barcelona, Spain.

E lo stesso è valso durante le annate precedenti, a Barcellona: giocatori come Busquets e Dani Alves, Messi o Mascherano, sarebbero oggi molto diversi se non avessero incontrato Pep sulla loro strada. La loro visione del gioco, ancor prima della visione di gioco, sarebbe con tutta probabilità nettamente più limitata, e ciò lo si deve alla straordinaria influenza di genere ampliativo esercitata dalla pressione di un maestro come Guardiola. Oggi, che è alle prese con il secondo anno alla guida del Manchester City, continuano ad arrivare segnali di questo tipo: De Bruyne abbina alla maturazione fisica una costante crescita del proprio livello di associatività, Fernandinho è diventato la colonna portante della squadra attraverso lo sfruttamento capillare delle proprie doti di lettura nelle transizioni negative, e così via. Ciascuno dei giocatori con cui il catalano arriva ad avere a che fare (o ancora meglio: con cui sceglie di avere a che fare) vede aumentare sensibilmente il proprio bagaglio tecnico-tattico, e raggiunge il proprio picco di rendimento. È una situazione che si ripete sin da quando ha iniziato ad allenare, e che immerge le proprie radici nella sua stessa formazione professionale. La filosofia che sta alla base di Guardiola allenatore nel suo lato gestionale (tenendo quindi da parte quello tattico) condivide svariate sfumature con quella di Cruyff, che di Guardiola stesso è stato il mentore. I punti su cui è utile soffermarsi, nel nostro contesto, sono due: la grande cura da parte di entrambi nel migliorare tecnicamente i propri giocatori; la cura ancora più grande nel selezionare i giocatori con cui lavorare, nell’ottica di migliorarli.

Nella sua autobiografia, parlando dei tempi in cui sedeva da allenatore sulla panchina del Barcellona, Cruyff ha scritto che, senza il suo impegno, «Guardiola sarebbe stato destinato al prestito in una squadra di seconda divisione». Era un giocatore gracile, difficilmente collocabile, ma Cruyff vide in lui la qualità, elemento fondativo del modo totale di pensare il calcio. Pep segue lo stesso principio oggi, a distanza di oltre quindici anni. Ha iniziato lanciando Busquets, che sotto la sua guida è diventato quello che conosciamo oggi: un giocatore fisicamente particolare, unico nel suo genere, ma di un’intelligenza calcistica ben sopra la media. Ha sgrezzato Dani Alves, a cui sono bastati due mesi in Italia per farsi apprezzare quasi più come mezzala aggiunta che come laterale difensivo. Ha creato Messi, aggiungendo ai suoi strappi e al suo talento innato un lavoro meticoloso di ricerca della posizione. È stato determinante nell’evoluzione di un giocatore come Mascherano, che non arriva al metro e settantacinque e gioca da difensore centrale da un quinquennio.

Barcelona v Athletic Bilbao - Copa del Rey Final

Ciascuno dei profili menzionati costringe ad una premessa e ad una conseguenza. La prima ci dice che qualsiasi giocatore Guardiola sia riuscito a migliorare aveva dalla sua un bagaglio tecnico basico di grande valore. La seconda, invece, suggerisce la particolarità del salto di qualità compiuto dai giocatori sotto la sua guida: un cambiamento totale, radicale, un vero e proprio passaggio di dimensione. Chi in passato è riuscito a comprendere le sue richieste non è mai tornato indietro, ed è tramite questo dettaglio che si spiega la grande capacità attrattiva di un allenatore come lui. I giocatori, naturalmente, lo conoscono e sanno cosa aspettarsi. Agüero ad esempio ne parlò così dopo la prima gara di Premier della scorsa stagione: «Credo che ciò che farà sarà provare a migliorare tutti i giocatori della squadra».

L’espressione dell’argentino è parzialmente corretta, e lo sarebbe del tutto se non ci fosse un termine a stonare: quel tutti, con Guardiola, c’entra pochissimo. L’applicabilità del suo sistema di gioco, e quindi il conseguente ampliamento delle qualità degli interpreti, è estremamente elitaria, ed è qui che troviamo un altro punto di stretta connessione con la filosofia di Cruyff. Che, sempre nella sua autobiografia, scriveva così: «Con me un giocatore deve saper migliorare, e se non sa migliorare, lo devo mandare via». In poche parole, e in contraddizione con quelle di Agüero, il calcio totale non è per tutti. Non è per Yaya Touré o per Jesús Navas, non era per Mario Gómez, né tantomeno per Ibrahimovic. Questa sorta di selezione naturale è fondamentale per il raggiungimento del risultato finale: la composizione di una rosa formata da elementi ritenuti utili, e soprattutto migliorabili. È il motivo per cui durante l’estate appena trascorsa (ma anche in quella precedente) il City ha dovuto investire così tanto sul mercato: per applicare le proprie idee, e per risultare produttivo per lo stesso club, Guardiola ha bisogno di poter scegliere in autonomia in base al proprio intuito e ai propri studi, e ne ha bisogno più di chiunque altro.

Come i princìpi del suo gioco di posizione influiscano sulla crescita dei propri calciatori è piuttosto semplice, ma alcuni esempi possono sicuramente renderlo ancora più intuitivo. Uno su tutti, il processo evolutivo di David Alaba: arrivato al Bayern nel 2008, dopo cinque anni passati agli ordini di Heynckes e Van Gaal ha incontrato Guardiola nell’estate del 2013. Il risultato? Quello che fino ai 19 anni era convinto di essere un laterale difensivo di gran passo e proposizione, sotto la guida di Pep è diventato un giocatore totale nella sua interpretazione del ruolo. Ha sviluppato una rapidità esecutiva e una visione di gioco notevoli, ha incrementato il proprio livello di versatilità, ed è riuscito a fare del proprio mancino un’arma preziosissima. E se oggi è considerato al pari di Marcelo il miglior esterno sinistro al mondo moltissimo lo deve al lavoro totalizzante che ha svolto nel triennio con il catalano.

FBL-GER-TELEKOM-CUP-BAYERN MUNICH-MOENCHENGLADBACH

Nello stesso periodo Guardiola ha avuto a che fare con Lahm, con Boateng e con Toni Kroos (anche se per una sola stagione), tutti calciatori cresciuti esponenzialmente anche laddove sembrava impossibile scorgere margini di miglioramento. Un esempio è quello dello stesso Lahm, rinomato per la sua intelligenza tattica e la sua puntualità d’intervento: Pep lo ha preso e lo ha spostato sulla linea mediana, mettendolo al centro del suo progetto tecnico ancor più di quanto già non lo fosse. Un trattamento simile è stato riservato a Thiago: lo spagnolo, arrivato a Monaco proprio su indicazione del proprio mentore (celebre fu il «Thiago oder nichts» pronunciato da Pep nell’estate 2013), è stato il solo ad avere il privilegio di lavorare in due ambienti differenti con l’allenatore che più di ogni altro ne ha esaltato le qualità e curato i margini di miglioramento. Oggi, a distanza di un anno e mezzo dalla rottura di Pep con il Bayern, e successivamente all’addio al calcio di Xabi Alonso, Thiago è diventato il faro del centrocampo dei tedeschi. Al pari di Alaba, i suoi passi avanti più evidenti hanno riguardato la visione ad ampio raggio e l’associatività.

La richiesta di concentrazione alla base del calcio posizionale di Guardiola fa sì che i suoi interpreti siano costantemente coinvolti nel gioco, in ogni istante. La squadra deve essere regolata da distanze omogenee, deve muoversi in blocchi uniti che ne costituiscano uno singolo, deve avere un baricentro alto ed essere compatta per poter portare pressione in avanzamento con efficacia. Tutte prerogative che costringono i giocatori a sviluppare le proprie qualità cerebrali, a pensare diversamente. Possiamo osservare questo tipo di situazione anche nel City di quest’anno, e non solo in Fernandinho o in De Bruyne. Otamendi e Stones, con tempistiche diverse che dipendono dalla velocità di apprendimento e dalle caratteristiche personali di ciascuno, stanno seguendo lo stesso percorso, e anche giocatori all’apparenza meno recettivi come Sterling e Sané hanno dato segnali positivi in questo avvio di stagione. I trequartisti dialogano tra loro con maggiore frequenza e lo fanno ricercando schemi premeditati (i famosi triangoli posizionali) anche servendosi del contributo dei terzini, Mendy su tutti, su cui Guardiola ha investito molto. L’ultimo diamante grezzo su cui il catalano sta lavorando è invece Gabriel Jesus, che date le circostanze (età soprattutto) vedremo in cima alla lista degli obiettivi di tutti i top club negli anni che verranno. Il brasiliano ha un eccezionale controllo del proprio corpo e uno stile di gioco spontaneo e generoso, oltre alle evidenti qualità tecniche sia nel calcio che nel colpo di testa, e a Guardiola sono bastati pochi mesi al lavoro con lui per plasmarlo secondo il proprio credo.

Manchester City v Tottenham Hotspur - Premier League

Uscendo dallo specifico dei giocatori, una riflessione può spingere a considerare la glaciale coerenza di Pep alla radice della sua efficacia nel creare plusvalore. Le sue idee, i suoi princìpi invalicabili, sono talmente comprovati sia dalla sua convinzione che dai fatti da resistere a qualsiasi tipo di agente esterno. Lo stesso valeva per Cruyff, che «avrebbe preferito morire con le sue idee, piuttosto che andarvi contro». E quando ci chiediamo quanto possa incidere, per un calciatore, avere a che fare con un allenatore che sui suoi passi torna solo per prendere la rincorsa, o che crede a tal punto nei concetti che esprime da isolarsi in una stanza per rinforzarli quando vacillano, dobbiamo necessariamente tenere conto del caso di Guardiola. Uno che i suoi giocatori pretende di sceglierseli, ma che quando li ha ottenuti sa migliorarli meglio di chiunque altro.