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Senza Leo Messi

Cosa sarebbe dell'Argentina, del calcio, di noi.

Di Francesco Paolo Giordano

L’Argentina non segnerebbe mai

E non la vedremmo ai Mondiali, naturalmente. La tripletta contro l’Ecuador è la cartolina che vedremo distribuita in tutti gli angoli del mondo, perché è quella che nei fatti porta l’Albiceleste ai Mondiali. Ma, se non ci fosse stato Messi, l’ultimo gol dell’Argentina nel girone di qualificazione sarebbe stato quello di Lucas Pratto, undici mesi fa, contro la Colombia. Nel 2017 nessun giocatore dell’Argentina ha segnato in una partita ufficiale: l’unica rete che non porta la firma della Pulce l’ha realizzata Rolf Feltscher, che di mestiere non fa l’attaccante, non gioca in una big – o meglio, non gioca proprio, visto che è svincolato – e soprattutto non è argentino ma venezuelano – è entrato nella storia dalla porta sbagliata, con un autogol.

La tripletta in Ecuador

Ronaldo avrebbe una decina di Palloni d’oro

Qualche giorno fa, seguivo una trasmissione televisiva in cui gli opinionisti si dicevano annoiati del dualismo Messi-Ronaldo, reso lampante dalla competizione nel Pallone d’oro: gli ultimi nove vincitori hanno o l’uno o l’altro nome, e quello del 2017 – è risaputo – sarà quello del portoghese. Se noia dev’essere, che sia completa: Cristiano Ronaldo che vince otto, nove, dieci Palloni d’oro di fila sarebbe realtà senza Messi, e quindi probabilmente sarebbe irraggiungibile per qualsiasi giocatore negli anni a venire, ci perderemmo la sua proverbiale ossessione di autoperfezionamento – magari ci sarebbe lo stesso, ma sarebbe annacquata senza il pungolo datogli dal rivale – e poi, dai, che fine farebbe il «SIIIIIIIIIIIIMM» urlato un paio d’anni fa se tutti sapessimo già che il Pallone d’oro fosse suo affare privato?

Il gol del secolo sarebbe il gol del millennio

Diego Armando Maradona ha poco più di dieci anni e sta palleggiando in un potrero, addosso una maglia bianca su cui troneggia il numero dieci; e tutti, guardando quel video, penseremmo che no, non ci sarà più nessuno come lui, che il Genio sia stato raccolto e accatastato tutto lì dentro, noncuranti del fatto che non ne sarebbe rimasta più nemmeno una stilla, e tutti perciò costretti a ritornare con la mente a quel potrero, alle gambette di un bimbo di dieci anni, e poi più in là, a una metà mattinata di Città del Messico, dove quel numero dieci il Genio lo sta manifestando mentre sgorga, limpido e torrenziale, da una giocata senza eguali, dove i difensori vengono superati, uno dopo l’altro, e nessuno ha dubbi che quello sia davvero il Gol del millennio, oltre che del Ventesimo secolo.

Città del Messico 1986 – Barcellona 2007

Non avremmo ammirato la perfezione fatta squadra

Il pallone che scorre rapido, sul manto lucido del Camp Nou: sembra, dall’alto, di ammirare una partita di biliardo, tanto le traiettorie del pallone sono precise, geometriche, imperturbabili. Da Xavi a Iniesta, e poi Henry, e ancora Villa e di là Neymar: rimarrebbe però un vuoto, assoluto e inspiegabile, il meccanismo principale che innesca e tiene sospese le fila di quell’ingranaggio assurdo e dunque irrealizzabile, e allora ci sarebbe tiki-taka, ma stantio e immediatamente obsoleto, ci sarebbe Guardiola, ma più combattuto con se stesso, irrequieto e forse alla fine infelice, ci sarebbe il Barcellona, forse vincente, forse no, probabilmente umano.

Ci dimenticheremmo dell’essenza del Gioco

Due squadre in campo. Ci si può solo muovere in orizzontale, mai in verticale. È preferibile calciare il pallone in avanti, anzi, caldamente raccomandato. E soprattutto, mai, mai abbandonare la propria posizione. È calcio balilla, ma potrebbe essere calcio, se fossimo tutti dei pupazzetti di plastica abituati allo stesso compito, alla stessa smorfia, allo stesso destino. Tutti accomunati da un gioco robotico, monolitico, dove i limiti non sono limiti ma certezze, e la Terra ruota prevedibile e sempre uguale a se stessa. È allora che abbiamo bisogno di Leo Messi, dei Leo Messi, di chi abbina arte e meraviglia, colore e fantasia, in ogni anfratto del calcio e della vita, ed è il momento in cui ci ricordiamo, grati e riappacificati, di come sia la bellezza a muovere il mondo.