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Panama è in paradiso

L'impresa dei Canaleros parte da molto lontano, ed è una storia di fantasmi e riscatto.

Di Vincenzo Lacerenza

Quattro anni fa una troupe della Grand D – una stazione radio statunitense che trasmette esclusivamente in lingua spagnola, molto seguita dalla nutrita comunità dei messicani expat – mossa da intenti goliardici si recò in missione al centro tecnico del Kansas City con un obiettivo ben preciso: portare a termine il processo di canonizzazione di Graham Zusi, invitato ad infilarsi un sombrero sul capo e subito ribattezzato “San Zusi”.

Il “miracolo” alla base di quel culto così bizzarro il calciatore statunitense l’aveva compiuto giusto qualche giorno prima, nel rollercoaster emozionale dell’ultima avvincente tornata delle qualificazioni verso il Mondiale brasiliano. A una manciata di minuti dalla fine, la scellerata sconfitta in Costa Rica, unita alla contemporanea vittoria di Panama sugli Stati Uniti forti di un lasciapassare già in cassaforte, mette il Messico sull’orlo del precipizio, a un passo dal baratro di una clamorosa eliminazione: per volare in Brasile, vedi un po’ i casi della vita, ai messicani tocca sperare nell’aiuto degli arcirivali yankee. In quel momento Panama siede al tavolo delle trentadue elette per il Mondiale, mentre qualche chilometro più a nord, a San José, il Messico sente stringere sempre più forte attorno al collo il cappio dello psicodramma. Gli aztechi sono pietrificati, come fulminati da uno sguardo di Medusa; Chicharito, seduto mestamente in panchina, è una maschera di delusione e continua a passarsi nervosamente le mani tra i capelli.

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Riguardare su Youtube gli split-screen di quella serata surreale, intrisa di realismo magico almeno fin quanto quella di ieri, è un po’ come esplorare L’Atlante delle emozioni umane di Tiffany Watt Smith (Utet, traduzione di Violetta Bellocchio): ci sono la rabbia e la gioia, la crudeltà e la commozione, l’invidia e il desiderio, l’estasi e la rassegnazione. La linea di demarcazione, il confine così traumatico eppure così labile, tra coppie di stati d’animo di segno diametralmente opposto, è segnata dal chirurgico colpo di testa con cui Graham Zusi gela l’Estadio Rommel Fernández di Panama City, spalancando le porte del paradiso al Messico e quelle dell’inferno alla selezione locale. Nell’esatto istante in cui Panama vede frantumarsi in mille cocci il sogno di una qualificazione iridata, svanito insieme alle tenebre come l’adrenalinica e sfuggevole libidine offerta da un grubeo, Christian Martinoli, commentatore ufficiale delle gare della Tricolor per Tv Azteca, erutta tutta la sua gioia ringraziando gli Stati Uniti con un un epico «God Bless America! We love you forever and ever!»: «Siamo passati dal paradiso all’inferno in cinque minuti. Il gol di Zusi ha gelato tutto lo stadio. La gente piangeva sulle tribune. Eravamo convinti che Panama sarebbe andata alla Coppa del mondo», ha ricordato David Samudio Garay, voce storica di Rpctv, e telecronista suo malgrado di quella nefasta serata per la Sele, in una lunga intervista a Sports Illustrated.

Con la ferma consapevolezza di chi vanta un credito con la fortuna, e sa che prima o poi scoccherà l’ora di riscuoterlo, i Canaleros hanno attraversato pazientemente tutte le cinque fasi dell’elaborazione del lutto teorizzate dalla psichiatra svizzera Elisabeth Kübler-Ross, in attesa che la ruota girasse finalmente dalla parte giusta; hanno aspettato, cioè, che un’oscillazione improvvisa rimettesse in equilibrio i piattini della bilancia cosmica, restituendo stabilità a quello che il filosofo greco Anassimandro chiamava ápeiron.

Grazie al suicidio sportivo degli Stati Uniti, protagonisti della «prestazione più imbarazzante della storia», come l’ha bollata senza mezzi termini Espn, schiacciati dagli ardenti desideri di vendetta del fanalino Trinidad and Tobago – che proprio per mano degli yankee fu costretto a posticipare di sedici anni il suo sbarco al Mondiale – quel giorno tanto anelato dai panamensi è arrivato ieri inaspettato come una ponchera, spingendo il presidente Juan Carlos Varela, sulle ali dell’entusiasmo, a proclamare un giorno di festa nazionale per celebrare lo storico traguardo raggiunto dalla Marea Roja, che la prossima estate sarà la quarta formazione, dopo Cuba, Haiti e Trinidad and Tobago, a rappresentare il Caribe nel massimo torneo planetario.

La mistica del Bolillo

La scelta della federazione panamense di affidarsi al colombiano Hernán Darío Gómez per ritentare la scalata a quella cima mai raggiunta si può interpretare come una dichiarazione d’intenti. Anche se non ricalca perfettamente la figura del santone visionario dotato di poteri sciamanici, il Bolillo ha fama d’essere una sorta di demiurgo, specialista nell’infrangere tabù storici. Il misticismo in cui è avvolto, forse più prosaico e meno appariscente di quello voluttuoso essudato da colleghi come Bielsa e Sampaoli, poggia le basi sulla prima, storica qualificazione iridata dell’Ecuador, condotto in carrozza al torneo nippocoreano del 2002: dopotutto, esattamente tutto ciò che Panama aveva sempre sognato, e solo sfiorato nel 2013.

In un Paese incastrato nel cuore del continente americano, dove lo sport che va per la maggiore è il baseball, le scorie emotive lasciate in eredità dalla rete di Zusi potevano affossare le legittime ambizioni del calcio di trovare spazio nel cuore dei panamensi, minando alle fondamenta la costante crescita del movimento canalero. Più volte in conferenza stampa il Bolillo si è soffermato sulla questione, spiegando come fosse importante la qualificazione di Panama al Mondiale per incoraggiare lo sviluppo di un senso di appartenenza e stimolare nelle nuove generazioni l’insorgere di un processo d’immedesimazione, seguito subito dopo da quello consequenziale dell’emulazione. In altre parole occorre «sentir mas la camiseta»: «Se Panama andrà al Mondiale il Paese si identificherà con la squadra. I bambini vorranno diventare come Roman Torres, Blas Perez e Anibal Godoy».

Anche se quello che si è ritrovato tra le mani è stato il roster con il maggior numero di calciatori militanti in leghe estere della storia panamense, sin da principio Gómez ha sempre saputo non poter disporre di un capitale umano tecnicamente eccelso, né tantomeno ha immaginato che sarebbe stato facile toccare le corde giuste per sgombrare le menti dei Canaleros dai ricordi del trauma sportivo appena vissuto: «Non abbiamo né Messi, né Cristiano Ronaldo», ha scherzato davanti ai giornalisti subito dopo essersi insediato.

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Jorge Dely Valdés, fratello del più noto Julio César, indimenticato ex attaccante del Cagliari e autentica gloria nazionale da queste parti, invece, confidava nei mezzi della Sele, tanto da professarsi abbastanza ottimista: «Questa squadra è migliore di quella in cui giocavo io. Questa generazione di giocatori è la migliore di tutti i tempi», ha affermato in tempi non sospetti a El Financiero. Ma in fondo era fin troppo evidente anche a lui che, per esorcizzare i fantasmi e volare al Mondiale, gli individualismi dovevano venire necessariamente accantonati e bisognasse puntare le tutte fiches sul collettivo, facendo leva sulla voglia di rivalsa dei senatori, come il roccioso capitano Felipe Baloy, o il talentuoso e carismatico Blas Pérez, sperando che questa visione del calcio che potremmo definire olistica, in cui il valore di un gruppo finisce per essere superiore alla somma delle componenti di cui è composto, alla fine pagasse i suoi dividendi.

Come scrive Tolstoj in un passo piuttosto celebre di Guerra e Pace, citato anche da Benicio del Toro nel film Che – L’argentino, «durante un’azione militare la forza di un esercito è anche il prodotto della sua massa per un’incognita, un fattore imponderabile, dove questa “x” non è altro che lo spirito delle sue truppe e il loro maggiore o minore desiderio di combattere e affrontare il pericolo«. Quando agli spettatori del Rommel Fernández sembrava di rivivere lo stesso incubo di quattro anni prima, inchiodati sull’1-1 dalla Costa Rica dopo essere stati asfaltati con un rotondo 4-0 dagli Stati Uniti a Orlando, in un match che pareva dovesse fornire una sentenza definitiva sulla paternità del terzo posto con vista diretta sulla Russia, nell’universo panamense quell’incognita ha preso le sembianze dei dreadlock di Román Torres, che di mestiere fa il difensore, e che il Bolillo ha usato come ariete aggiunto negli ultimi disperati e concitati assalti al fortino eretto dai Ticos, violato in precedenza solo grazie a una grossolana svista arbitrale. A lui, che ironia della sorta milita in Mls tra le fila dei Seattle Sounders, il destino ha riservato la missione di scoccare il dardo che ha spedito Panama al Mondiale e dischiuso la botola sotto i piedi degli Usa – rimasti fuori dai giochi dopo ventotto anni e sette partecipazioni consecutive –, permettendo al popolo panamense di abbeverarsi a quella fonte del paradiso, e percepire quel senso di inspiegabile ubriacatura, di cui parlava Jeronimo de la Ossa, il più iconico poeta della storia panamense e autore del testo dell’inno nazionale, nel più celebre dei suoi sonetti.

 

Immagini Getty Images