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Extreme makeover: Valencia edition

Come Marcelino ha trasformato una squadra senza speranze in una che può lottare per i primi posti della Liga.

Di Claudio Pellecchia

È il 9 dicembre 2016, e Cesare Prandelli, allora allenatore del Valencia, convoca un’improvvisata conferenza stampa. La situazione è totalmente fuori controllo: la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato il (non) allenamento di qualche ora prima, con il tecnico italiano costretto a raccattare letteralmente i suoi giocatori sparsi in giro per il centro sportivo, totalmente disinteressati a ciò che accade intorno a loro. La scena viene immortalata in un video al limite del tragicomico che rappresenta perfettamente ciò che il Valencia è in quella precisa fase storica: oltre una squadra in crisi di gioco, identità e risultati, c’è un gruppo del tutto disfunzionale e votato all’anarchia, con il capitano Dani Parejo che verrà ripreso qualche giorno più tardi completamente ubriaco durante una serata in discoteca. Il Prandelli che si presenta davanti ai giornalisti, quindi, è un uomo, prima ancora che un allenatore, in difficoltà. Non tanto e non solo per l’esperienza professionalmente fallimentare che si trascina da ottobre quanto, piuttosto, per il dover indossare una maschera che non gli appartiene. Il richiamo all’orgoglio, al senso di appartenenza, quel “fuori” ripetuto in maniera meccanica, quasi sincopata, sono segnali inequivocabili di una resa ormai prossima. E il fatto che nessuno lo fermi quando si alza e se ne va, prima ancora che l’interprete possa fare il suo dovere, significa che parte del problema risiede nella comunicatività con un ambiente che non crede nemmeno per un secondo che quella sparata possa cambiare lo status quo. E, infatti, si dimetterà 21 giorni dopo, ufficialmente per divergenze sul mercato con la società, in un’altra conferenza stampa. Dall’esperienza spagnola porterà in dote una vittoria, tre pareggi, quattro sconfitte e un’ inequivocabile frase: «Sono stato delegittimato e umiliato davanti alla squadra e ai tifosi».

Il giorno in cui Cesare Prandelli provò a imitare Giovanni Trapattoni

 Il 7 luglio 2017 Marcelino Garcìa Toral conduce la sua prima seduta da allenatore del Valencia. Ogni volta che raduna i giocatori al centro del campo, il suo linguaggio del corpo è sintomatico di come andranno le cose da lì in poi: le frasi sono secche e precise, i gesti accompagnano la spiegazione dei concetti intorno ai quali si costruirà il nuovo progetto, lo sguardo è alla ricerca di chi abbassa gli occhi o guarda da un’altra parte, probabilmente per fulminarlo sul posto. I calciatori capiscono e, nonostante il gran caldo, danno fondo a ogni riserva di energia.

In America si dice che, per ogni allenatore, i primi cinque minuti all’interno di uno spogliatoio sono quelli decisivi per porre le basi dei futuri successi: se fosse vero, quella prima mattinata alla Ciudad Deportiva de Paterna è la perfetta fotografia della differenza tra ciò che il Valencia è stato fino a quel momento e ciò che sarà da lì in avanti.

Il primo allenamento di Marcelino alla guida del Valencia

Pragmatismo e controllo

Nel corso del 2016, il Valencia galleggiava sull’orlo del baratro, stritolato dalle lotte interne per il potere, l’influenza nemmeno tanto occulta di Jorge Mendes e il caos tecnico generato dall’alternanza di ben sei allenatori (Nuno Espirito Santo, Voro – tre volte –, Gary Neville, Pako Ayestaràn e, appunto, Prandelli) nello spazio di nemmeno tre stagioni. Chiaro, quindi, come l’arrivo di Marcelino sia stato il primo passo verso quella stabilità necessaria per ricostruire il progetto dalle fondamenta. In Argentina l’asturiano sarebbe considerato un hombre vertical: non un demiurgo alla Pochettino o un caudillo alla Simeone, ma una sorta di “dittatore illuminato” che lascia pochissimi margini di manovra all’interno della sua sfera di influenza dentro e fuori dal campo e in grado di esercitare le virtù taumaturgiche del “normalizzatore” in un ambiente alla disperata ricerca di una qualsiasi forma di normalità.

In particolare, sono stati implementati i capisaldi del successo delle passate esperienze di Marcelino in panchina: il pragmatismo e la capacità di lavorare con il materiale umano a sua disposizione e il controllo, a tratti esasperato e feroce, di qualsiasi aspetto che coinvolga il suo gruppo di giocatori. Appena insediato (dopo aver perso in volata, nell’ottobre 2016, le “primarie” per la panchina dell’Inter a vantaggio di Stefano Pioli), la prima mossa è stata quella di chiedere e ottenere l’ex presidente del Mallorca Mateu Alemany come direttore generale, programmando un mercato del tutto funzionale al progetto che aveva in mente. Alla fine della sessione estiva sono stati 17 gli epurati (tra cui Nani, Negredo, Enzo Perez, Abdennour, Mangala e Munir) a fronte degli arrivi in prestito di numerosi elementi in cerca di riscatto (Murillo, Guedes e Kondogbia su tutti), dell’acquisto del fedelissimo Gabriel Paulista, del riscatto di Simone Zaza e del rilancio di prodotti del vivaio (Gaya, Lato, Nacho) che non avevano trovato il giusto spazio negli ultimi mesi, facendo capire come le potenzialità del gruppo ereditato dalla precedente gestione fossero già buone. Bastava solo trovare il modo di esprimerle.

Marcelino ha dettato poche semplici regole da rispettare, soprattutto dal punto di vista alimentare (la dieta ferrea e il controllo costante del peso forma cui devono sottoporsi i suoi calciatori) e del comportamento da tenere fuori dal terreno di gioco, in funzione della coesione del gruppo e di focalizzazione sugli obiettivi da raggiungere. Il passaggio da collezione di figurine che vagavano per il campo senza costrutto a undici elementi in grado di remare nella stessa direzione è stato naturale. Come ha scritto Diego Picó su Marca: «A metà agosto un giocatore del Valencia raccontava di come tutti stessero risalendo a bordo della barca, convinti che l’allenatore li avrebbe migliorati. Un’affermazione forse un po’ avventata dopo due anni di buio. E, invece, la bacchetta magica di Marcelino ha preso a funzionare come se fossimo in un film di Harry Potter».

Da meme estivo per questo autogol ad autore del vantaggio al Bernabeu, pochi giorni dopo il suo arrivo dall’Inter: Kondogbia “spiega” la magia di Marcelino

Semplicità al potere

Nel suo essere un allenatore proattivo e tendente a giocare sui difetti degli avversari (più per necessità che per scelta), nel corso della sua carriera Marcelino si è dimostrato obbediente al dettame di Johan Cruijff secondo cui «giocare a calcio è semplice, ma giocare un calcio semplice è la cosa più difficile». L’ex Villarreal è un convinto assertore della teoria che vuole il calciatore medio in grado di fare suoi un numero relativo di schemi e movimenti da eseguire: per questo il Valencia 2017/18 è una squadra piuttosto schematica nell’interpretazione delle partite, con un playbook in fondo scarno e incardinato sui principi del 4-4-2 di base.

Il primo dettaglio che salta all’occhio è la velocità e verticalità della manovra offensiva (oltre il 65% dei tocchi viene effettuato in avanti), resa possibile dalle qualità in fase di transizione di Guedes (tre gol, cinque assist e 11 passaggi chiave a questo punto della stagione), Soler e Pereira e dai movimenti sincronizzati delle due punte Zaza e Rodrigo che permettono l’attacco dell’ultimo terzo di campo tanto in ampiezza quanto in profondità. Dal punto di vista difensivo, poi, diventa fondamentale la capacità dei giocatori di muoversi in maniera coordinata in fase di non possesso, cercando spesso l’anticipo e provando ad accorciare sistematicamente per togliere agli avversari metri da attaccare alle spalle dei difensori. Il risultato è una squadra solida (già quattro i clean sheet in stagione) che occupa molto bene gli spazi, che concede poche linee di passaggio pulite nella propria trequarti e che si rivela letale in transizione dopo la riconquista della palla.

Per quanto facilitati da un avversario sbilanciato alla ricerca del pareggio, la rete di Zaza contro il Betis fotografa come la squadra di Marcelino riesca ad arrivare agilmente alla conclusione pochi secondi dopo il recupero palla

Ci sono, ovviamente, degli aspetti da migliorare. In particolare la gestione, attraverso il possesso palla (nona squadra assoluta della Liga con la media del 47%, ma anche una delle prime per giocate forzate e sbagliate nella metà campo avversaria a causa della sistematica ricerca della profondità), di quelle fasi di gara in cui è necessario rifiatare, e imperfetta è anche la capacità relativa di difendersi all’interno della propria area di rigore (circa l’80% delle reti subite è arrivato all’interno degli ultimi 16 metri). Senza contare quei saltuari cali di concentrazione che Marcelino non manca mai di sottolineare come in occasione del 6-3 sul campo del Real Betis: «Non possiamo rilassarci un minimo se vogliamo evitare questi minuti di black out in cui può succedere di tutto. Se vogliamo ambire alle posizioni di vertice è necessario ridurre drasticamente il numero di occasioni che concediamo ai nostri avversari. In generale, comunque le sensazioni sono molto positive». Anche perché la squadra è ormai totalmente recettiva agli stimoli provenienti dal suo allenatore. A sette giorni dalla goleada del Benito Villamarín arriva il 4-0 rifilato al Siviglia, in una delle migliori prestazioni stagionali per qualità e quantità:

Il 4-0 contro il Siviglia al Mestalla

Dall’Io al Noi

«Guardando come ha giocato Santi Mina e come ha giocato Simo non ho dubbi sul fatto che rifarei la stessa scelta. Seguendo criteri tecnici: punto su chi considero migliore per ogni gara partendo da ciò che vedo in allenamento, in campo e in considerazione del rivale. Posso azzeccare o sbagliarmi, però lo faccio pensando di schierare la formazione migliore per vincere. E ripensando alla gara col Levante sicuramente penso di aver fatto le scelte giuste, Santi ha partecipato moltissimo al gioco in senso tattico»: la motivazione con cui Marcelino ha spiegato l’esclusione di Zaza in occasione del derby con il Levante lo scorso settembre è il manifesto del suo calcio collettivista, in cui le superiori qualità dei singoli hanno senso solo se incardinate in un contesto di squadra in grado di agire come un blocco unico. Il fatto che, poi, l’attaccante di Policoro sia uno dei maggiori beneficiari della “cura” del nuovo tecnico (9 gol in 11 presenze) non è che la naturale conseguenza di un sapiente processo di responsabilizzazione degli uomini cardine del nuovo corso, spingendoli a sacrificarsi e a migliorarsi in nome di un obiettivo più grande. Si tratta della vera, grande differenza rispetto allo scorso anno, quando la qualità media era forse migliore ma difettava della comunanza di obiettivi necessaria per raggiungere qualsiasi traguardo.

Tra le cose che compattano un gruppo, aggiungete anche l’allenatore che si infortuna per esultare al gol vittoria nel finale

Ancor più emblematico del secondo posto in campionato alle spalle del Barcellona e del caso Zaza, c’è quel che è accaduto a Dani Parejo. In rottura prolungata con ambiente e tifosi e già sul piede di partenza, si è visto ricucire addosso quei panni di leader che sembrava aver smesso definitivamente: «Sarà il nostro capitano e punto di riferimento in campo e fuori», dichiarò Marcelino appena un mese dopo il suo insediamento. Ricevendo, in risposta, un inizio di stagione spaventoso per qualità e continuità di rendimento, oltre alla gratitudine per averlo aiutato in una di quelle scelte che possono svoltare una carriera, come ribadito recentemente in una lunga intervista a Bein Sports: «Non posso perdere un anno rinunciando alla possibilità di giocare per uno come Marcelino. È un grande allenatore oltre che il punto di riferimento di cui avevo bisogno dopo questi anni difficili: è intelligente quando legge il calcio e chiaro quando prepara le partite. Sono contento perché le cose stanno andando bene e la gente è di nuovo felice e pronta a sostenerci».

 

Immagini Getty Images