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Cosa rende speciale Jorginho

Non giocate mirabolanti o assist da cineteca, ma la capacità di essere perfettamente funzionale, e infallibile, nel flusso di gioco del Napoli.

Di Claudio Savelli

Alcuni dicono che bisognerebbe convocarlo in Nazionale perché è il miglior regista del campionato italiano. Altri dicono che bisogna convocarlo semplicemente perché è speciale, anche se è difficile spiegare perché Jorginho è speciale. Lo si percepisce come un giocatore “normale” – uno che non è più veloce degli altri né ha un gran fisico, che non ha una corsa sopra la media né copre spazi ampi, che non ha intuizioni geniali né calcia da lontano, che non ha feeling con la porta avversaria né è una fornace di assist – eppure il riscontro sul campo è opposto a queste prime impressioni: non sarà veloce, Jorginho, ma è dinamico; non sarà forte fisicamente, ma è abile nel recupero palla; non ruba l’occhio, ma è in definitiva il regista del Napoli, ovvero la squadra prima in classifica in Serie A.

L’ulteriore problema è che il dislivello tra l’aspettativa e il riscontro sul campo ha una cassa di risonanza, che è l’unicità del contesto in cui Jorginho si esprime (il Napoli di Sarri, appunto) e la relazione strettissima che il giocatore ha con esso: una simbiosi, letteralmente, che non solo rende impossibile il racconto del singolo al di fuori del collettivo, ma costituisce anche il motivo più valido per cui Ventura (come Conte) non lo ha mai considerato in chiave Nazionale. Per ragioni di tempo, soprattutto durante le qualificazioni ai Mondiali, è infatti impossibile costruire una selezione con un sistema di gioco anche solo vagamente codificato come quello di Sarri, in cui il regista italo-brasiliano si esprime ad altissimo livello, e per di più il 4-2-4 a cui Ventura non sembra voler rinunciare sarebbe il contesto più ostile in assoluto per Jorginho: le enormi distanze tra i giocatori non gli permetterebbero di fraseggiare con facilità e quindi di entrare in partita, di trovare il ritmo, di imporre il suo ritmo. Si può quindi affermare che Jorginho in questa Nazionale sarebbe una forzatura. Per far sì che la sua convocazione abbia un senso, Ventura dovrebbe mettere in discussione le fondamenta del suo corso. Il problema, semmai, è che il Brasile potrebbe beffare l’Italia, convocandolo nella Seleção prima che lo faccia Ventura.

E a quel punto sarebbe un peccato non vederlo duettare in azzurro con Verratti e aprire il campo per Insigne

Valutarlo non è semplice: è lui a rendere il Napoli ciò che è oppure è il Napoli che gli permette di brillare? Di certo il 4-3-3 utilizzato da Sarri, come da Mandorlini nel Verona in cui Jorginho ha esordito in A, è il modulo a lui più congeniale perché gli permette di posizionarsi tra due mezzali, garantendogli un appoggio vicino in più ed esentandolo dall’obbligo di coprire lunghe distanze (cosa che accadeva invece nel 4-2-3-1 utilizzato da Benítez). Però il “modulo amico” non è una condizione sufficiente per innestarsi al meglio in una squadra: soprattutto se si tratta del Napoli di Sarri, nonostante si possa pensare che sia facile visti i meccanismi rodati. In realtà il rischio è esattamente l’opposto, ed è doppio: non essere un direttore all’altezza di una grande orchestra sinfonica e non riuscire ad interpretare il complesso spartito ideato dal compositore. No, non è affatto facile giocare al centro del Napoli e, per poterlo fare, bisogna come prima cosa capirne la dinamica e sapere quale dovrà essere il prodotto finale. Serve essere un giocatore pensante, avere un interesse che va oltre la prestazione, essere predisposti allo studio della materia prima che saperla praticare.

Per quanto riguarda la pratica, poi, Jorginho potrebbe scrivere un trattato sull’utilizzo dell’interno del piede. Un’arte tipicamente brasiliana, svezzata dagli insegnamenti sulle spiagge di Imbituba, sua città natale nel sud Brasile, della madre ex calciatrice

Il secondo passo, necessario per andare oltre il banale e quindi per esaltare sia il proprio contributo che l’intera filiera produttiva, sta nell’inglobare le caratteristiche generali nel particolare, nell’io: cioè, se è vero che il gioco del Napoli è un flusso senza pause, il suo regista per funzionare dovrà essere la stessa cosa, il suo modo di stare in campo dovrà essere a sua volta un piccolo flusso continuo nel grande flusso generale. E quindi la sua corsa mai interrotta, le sue giocate mai macchinose, il suo pensiero mai lento, altrimenti un ingranaggio rallenta e comprometterà l’intero meccanismo. Se il pallone esce in ritardo dai piedi di Jorginho arriverà un attimo dopo all’Hamsik di turno, a sua volta il movimento di Insigne non verrà premiato, magari il possesso verrà perso, la sovrapposizione automatica di Ghoulam scoperchierà la squadra, Callejón dovrà impegnarsi in una corsa di ripiegamento in più, e quindi il rischio sarà quello di essere sbilanciati e colti di sorpresa in ripartenza. Jorginho funziona, nella squadra di Sarri, perché è un Napoli in miniatura, perché il suo gioco è un riflesso di quello del Napoli. Jorginho non è mai fermo, ma in moto perpetuo. E i frammenti delle sue azioni (corsa, stop, passaggio e così via) non sono distinguibili ma si mescolano fino a diventare un’unica grande sequenza dinamica, e ogni sequenza si sovrappone a quella successiva. Un flusso nel flusso, appunto. E anche in fase di non possesso, il suo posizionamento è sempre propedeutico al recupero del pallone (due intercetti a partita in media, più degli 1,3 di Allan) e la sua postura sempre “aperta” verso la successiva giocata.

Jorginho pensa veloce e prevede gli sviluppi futuri. Qui, immagina in anticipo due “frammenti” della sua azione: mentre difende il pallone individua a chi scaricarlo e dove dovrà posizionarsi per riceverlo,  e così potrà eseguire tutta la sequenza senza intervalli

Conor Dowley, su The Siren’s Song Napoli, ha scritto che «più dei contributi diretti, sono tutte le piccole cose che Jorginho fa ad aiutare il Napoli, cose che migliorano tutto ciò che gli ruota accanto». È un regista che non ha bisogno dell’eccesso per realizzarsi, non vive la gara in attesa e per la giocata decisiva (la sua media di passaggi chiave non è mai andata oltre gli 1,9 a partita), ma per non sbagliare nulla. Non possono quindi esistere grandi tentazioni nella sua partita, perché pensare a un assist quasi impossibile e provare ad eseguirlo non solo macchierebbe la sua prestazione personale, ma sarebbe un piccolo egoismo controproducente per il Napoli, che per sua natura ha invece bisogno di avere meno interruzioni possibili. Per tutti questi motivi, non c’è nulla di pirotecnico in Jorginho: la bellezza delle sue azioni sta nel rapporto tra la loro complessità e la semplicità con cui vengono eseguite.

Poi, le volte in cui arriva sulla trequarti, non disdegna la rifinitura finale: spesso sono laser-pass come questo

Per via della particolare ricerca della perfezione estesa su un tempo esteso, le prestazioni di Jorginho possono essere pesate con il numero di passaggi effettuati. È lui stesso a considerare questo dato come un valore: in più di un’intervista, ha affermato di «sentirsi gratificato quando i compagni gli affidano il pallone nei momenti più delicati della partita o nelle azioni difficili da gestire», sottintendendo la volontà, quasi l’esigenza di toccare molti palloni nella partita. La differenza rispetto ad altri giocatori è che per Jorginho la sfera non scotta mai, i palloni per lui pesano tutti uguale: sono solo tante minuscole tessere di un mosaico da comporre nell’arco dei novanta minuti.

La sua postura è “positiva”, predisposta alla giocata: il linguaggio del corpo di Jorginho racconta un giocatore che non teme le responsabilità, anzi le esige

La prima stagione nel Napoli di Sarri (2015/16), Jorginho l’ha chiusa con una media di 102,6 passaggi a gara, l’anno successivo (2016/17) si è attestato sui 98, mentre nel campionato in corso è tornato oltre i cento, a 105,3 per l’esattezza. Sono dati superlativi di per sé e se paragonati con quelli degli altri calciatori: il secondo per passaggi effettuati nella A attuale è Koulibaly, con 86,4; nelle due stagioni precedenti era il compagno di squadra Hamsik, con 81,2 e 79,3, ciò significa che Jorginho effettua in media venti passaggi in più a partita rispetto alle “eccellenze” del settore in Italia. Se consideriamo tutti i campionati europei è davanti a Verratti (104,7 in media a gara) e Thiago Motta (92,4).

Per una visione globale, però, il dato va allargato alla precisione con cui Jorginho distribuisce l’infinità di palloni che tocca. Tenendo presente che all’aumentare delle giocate corrisponde una crescita della possibilità di errore, non è esagerato affermare che Jorginho è speciale perché nelle sue prestazioni la quantità non va a discapito della qualità, anzi, il rapporto è paradossalmente inverso: più palloni tocca, più è preciso. Considerando le tre stagioni nel Napoli di Sarri, Jorginho ha sempre mantenuto una percentuale dal 90,5% al 92,5%, ma il peggior dato lo ha avuto l’anno scorso, cioè quando la mole di passaggi a partita è scesa sotto i cento. È come se, nell’arco di una partita, ogni sua giocata fosse la premessa indispensabile a quella successiva. Di nuovo, il concetto di flusso, di un atto in relazione con il precedente e il seguente.