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Chi era il vero Bruno Giordano?

Predestinato e sfortunato: un libro racconta i risvolti noti e quelli meno noti della vita della bandiera di Lazio e Napoli.

Di Giuliano Malatesta

«A Giordà, dacce le quote», gli urlavano ironici, ma non troppo, gli altri ospiti del Regina Coeli, il carcere romano che fino ad allora aveva sempre osservato dalle pendici del Gianicolo, dove per anni si era rifugiato con una banda di scalmanati ragazzini per tirare due calci al pallone. Per paura di essere dileggiato allora saltava l’ora d’aria e rimaneva rinchiuso tutto il giorno in quattro squallidi metri quadri. «Ma ti rendi conto che, comunque vada, siamo rovinati?», si lamentava con il suo compagno di cella, e di squadra, Lionello Manfredonia.

La Guardia di finanza lo aveva portato via in manette, assieme a tre suoi compagni di squadra, al termine della partita Pescara-Lazio nel marzo del 1980, accusato di essere coinvolto nel più famoso scandalo del calcioscommesse italiano, passato alla cronaca con l’appellativo di “totonero”. Fu condannato a tre anni e mezzo dal giudice sportivo (successivamente ridotti a due dopo la vittoria dell’Italia ai Mondiali del ’82) e in seguito assolto dalla giustizia ordinaria, più lenta di quella del pallone, perché “il fatto non sussiste”. «Forse ho peccato di ingenuità, forse io e Lio abbiamo sottovalutato alcuni segnali, ma quando hai poco più di vent’anni e ci si trova davanti a compagni molto più prestigiosi di te, preferisci stare zitto e fare il tuo dovere in campo», racconta ora nell’autobiografia Bruno Giordano. Una vita sulle montagne russe (Fazi Editore), scritta da Giancarlo Governi, che nonostante qualche licenza autoriale di troppo (difficile immaginare Giordano che cita il sociologo Marshall McLuhan) è riuscito nell’intento di andare oltre una retorica da trionfo sportivo, molto in voga soprattutto quando si celebra il passato, e di restituirci la travagliata storia di uno dei più forti attaccanti italiani del secondo Novecento senza cadere in usurati luoghi comuni.

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Si scopre così che Bruno Giordano non ha mai tenuto un mazzo di carte in mano, «mai giocato, nemmeno a scopetta», nonostante all’epoca i giornali favoleggiassero su ingenti somme sfilate al povero Batista, l’unico brasiliano che nessuno conosceva, uno degli improbabili acquisti di Giorgio Chinaglia in versione presidente. O addirittura che non hai mai bevuto, «completamente astemio», o fumato una sigaretta in vita sua. Quando Italo Allodi lo incontrò per discutere del suo trasferimento a Napoli, richiesto espressamente da Diego Armando Maradona, che voleva «un giocatore come lui, uno che sa dare del tu al pallone«, a metà cena gli disse: «O sei un  grande attore o in giro raccontano un sacco di balle. Si parla di te come un grande fumatore ma sono quattro ore che stiamo insieme e non ti ho visto accendere una sigaretta. Ti hanno inoltre dipinto come un bevitore smodato e ti ho visto bere solo acqua minerale».

Che invece fosse un predestinato, su quello c’è poco da discutere. Padre tappezziere, che lo aveva chiamato Bruno incuriosito dal cognome di quel «filosofo misterioso che giganteggia in una delle piazze più antiche di Roma», tifoso dell’inter di Herrera ma con il mito di Johan Cruijff, «non volevo somigliargli, volevo essere lui», Giordano era calcisticamente cresciuto tra i vicoli trasteverini e poi nell’oratorio Don Orione, protetto dai saggi consigli di Don Francesco Pizzi, un parroco che giocava con i ragazzi con la tonaca alzata e che gli aveva fornito «una morale da seguire ma anche un sentimento religioso che mi ha accompagnato tutta la vita». Il provino con la Lazio, a 13 anni, fu disastroso, per via di scarpini modesti e di due numeri più grandi, ma le sue capacità talmente evidenti da consentirgli di ottenere il tesserino biancoceleste. Sempre un passo avanti rispetto ai compagni di squadra, finiva spesso per giocare nelle categorie superiori, anche se a volte era costretto a frenare la sua esuberanza tecnica, sopratutto quando da ragazzo della Primavera partecipava alle consuete partitelle del venerdì con quella «gabbia di matti scatenati» che era la Lazio di Chinaglia, Wilson e Re Cecconi. «Una volta Tommaso Maestrelli, un maestro, mi disse: “Bruno, lo so che sei bravo, non devi dimostrarlo in mezzo a questi… non strafare e riporta le gambe a casa”». Quelle partite naturalmente tanto amichevoli non erano, visti i personaggi coinvolti, e terminavano solo quando la squadra dove giocava Giorgio Chinaglia, qualunque essa fosse, aveva almeno pareggiato. In caso contrario si andava avanti a oltranza e d’inverno, visto che il vecchio circolo di Tor di Quinto non aveva l’illuminazione elettrica, si continuava con i fari accesi delle automobili puntati verso il campo. Storie di altri tempi, quando gli ultras erano solo dei tifosi e le partite cominciavano rigorosamente alle 14:30 di ogni maledetta domenica.

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Giordano esordi in Serie A a Genova un paio d’anni più tardi, a 19 anni, e gli ci vollero meno di 90 minuti per segnare il gol partita. «Un moretto di Trastevere. Un romano autentico per modello, fisico, sfrontatezza», scrisse il Corriere dello Sport. Qualche anno più tardi, dopo due gol fantastici (soprattutto il secondo) rifilati alla Juventus di Dino Zoff in quella che viene considerata «la partita più bella della mia vita», si scomodò anche il poeta Valentino Zeichen, che scrisse alcuni verso intitolati “A Bruno Giordano”.

Eppure non è stata una carriera facile. Tra trionfi, tragedie familiari, retrocessioni, infortuni e resurrezioni. Con una macchia nera, l’umiliazione del carcere – «sento che non è stata cancellata» – e un grande rimpianto. Dopo i successi e lo scudetto napoletano, quello del famoso trio Ma-Gi-Ca (Maradona, Giordano, Careca), il ragazzo di Trastevere passò le sue ultime stagioni all’Ascoli (con una parentesi al Bologna), conquistato dall’esuberante carattere del patron Costantino Rozzi, un geometra che era diventato costruttore,  lasciando svanire il sogno di chiudere la carriera a casa, davanti ai suoi tifosi. «”Ti chiamo tra qualche giorno”, mi disse al telefono il direttore sportivo Regalia”, «non prendere impegni con nessuno, tu sei della Lazio”. Sono passati anni ma quella telefonata la sto ancora aspettando«.