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Come funziona questa Roma

Quali sono i punti forti che ha trovato Di Francesco, e quali quelli su cui si deve ancora lavorare?

Di Simone Torricini

Osservando gli anni più recenti di storia della Roma, il nesso logico che lega un nuovo allenatore all’idea di rivoluzione è estremamente frequente. Dal quadriennio del primo Spalletti in avanti, tra temporeggiatori, avanguardisti e conservatori sulla panchina giallorossa hanno seduto in molti, e ciascuno ha portato con sé una personalità e dei principi di gioco piuttosto definiti. Quando in estate a Di Francesco è stato affidato l’incarico di sostituire l’uscente Spalletti, era naturale pensare ad una linea teorica che stava ricevendo continuità; e non tanto per via di ipotetiche somiglianze tra la fisionomia tattica dei due, quanto per il fatto che ancora una volta a Roma si stava scegliendo come guida tecnica il portavoce di un calcio proattivo (ma che non nasconde sfumature di reattività), un personaggio dalle idee consolidate e poco propenso al cambiamento. Dopo un avvio di stagione che aveva lasciato intravedere qualche crepa, oggi la Roma è a ridosso del terzetto di testa con una partita in meno delle altre; senza strafare, in silenzio e passo dopo passo, Di Francesco sta impiantando nella sua squadra la propria identità.

Il primo macro-tema da affrontare in chiave analitica consiste nel sistema di gioco statico, ossia nella rappresentazione schematica dei movimenti della Roma. Di Francesco non ha mai nascosto di preferire il 4-3-3 a qualsiasi altro genere di modulo, ed è stato lui stesso a sciogliere i dubbi sulla questione non molto tempo fa: «Il 4-3-3 ha un solo problema: fai fatica ad andare a marcare il play avversario. Per il resto è spettacolare. Io in allenamento non lavoro mai su un secondo sistema di gioco». Parole che lasciano spazio ad interpretazioni ed interrogativi sia in termini di ideologismo (è un bene porre il veto su qualsiasi altra ipotesi tattica a priori?) che, in senso più pratico, per ciò che riguarda il campo e la sua Roma. Quando si parla di difficoltà nel marcare il regista della squadra avversaria è anzitutto necessario rendersi conto della centralità del tema: lasciare più o meno libertà a un Jorginho o a un Pjanic comporta differenze rilevanti, non è un dettaglio da poco. Di Francesco lo sa bene e non può che evidenziarlo con tono di ammissione.

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Per ovviare al problema del suo sistema entra in gioco un altro aspetto caratteristico, ossia il ruolo delle mezzali, che, se in fase offensiva devono dare respiro alla manovra e permettere alle ali di entrare dentro al campo, in quella difensiva rimangono comunque piuttosto alte per svolgere in coppia un lavoro di schermatura parziale del play avversario. Tutto ciò non era necessario durante la scorsa stagione, quando (anche) in quest’ottica Spalletti aveva disposto Nainggolan tra le linee, una decina di metri davanti a De Rossi e Strootman. È per questo motivo che differenziare il 4-3-3 come rappresentazione statica da quanto succede sul campo è importante: in una singola partita mezzali ed esterni si scambiano in continuazione e, tolti i riferimenti centrali (difensori, mediano e Dzeko), si ha grande fluidità. È un fattore che riguarda praticamente tutte le squadre, ma questa Roma lo evidenzia in modo particolare.

Il cambiamento operato da Di Francesco ha portato con sé alcune conseguenze piuttosto rivoluzionarie se raffrontiamo alcune situazioni a soltanto sei mesi fa. La prima riguarda Strootman: oggi l’olandese è molto meno coinvolto nella fase di creazione (gioca con la stessa percentuale di precisione nei passaggi, ma il dato assoluto è sceso da 60 a 41 per 90 minuti), e ciò si deve in gran parte al fatto che sul suo lato, il sinistro, giocano due catalizzatori come Kolarov e Perotti. La seconda conseguenza ha coinvolto invece Nainggolan, che tra le due mezzali è solitamente quella che mantiene un baricentro medio più alto e che, con i suoi spostamenti, determina le maggiori differenze tattiche della squadra. Oggi il belga ha un gioco più ordinato in costruzione e più efficace in schermatura (è cresciuto sia in precisione che nelle percentuali di successo nei duelli), ma le cifre relative alla sua fase offensiva sono nettamente diminuite (ad esempio: tira 1,3 volte ogni 90′, mentre la media della scorsa stagione era di 2,4). Anche se a suo favore va detto che nelle ultime gare sembra stia trovando un maggiore equilibrio, e tutto lascia pensare che una volta entrato a pieno nei meccanismi del centrocampo tornerà a raggiungere la prolificità della scorsa stagione.

FBL-ITA-SERIEA-ROMA-CROTONE

Per quanto riguarda i mediani, invece, l’impatto di Di Francesco non ha fatto registrare novità di alcun genere. De Rossi non è cambiato di una virgola nella sua interpretazione della partita, e anche Gonalons sta dando continuità al profilo di regista che abbiamo conosciuto con la maglia del Lione. La loro presenza sul campo è tra le più silenziose in assoluto, e a spiegarne indirettamente il motivo è una frase pronunciata da Di Francesco circa un anno e mezzo fa: «Il mio calcio è palla in verticale, scarico, attacco alla profondità. Lo dico sempre ai ragazzi: due passaggi orizzontali sono già troppi». È naturale che con una concezione simile il compito amministrativo del play davanti alla difesa sia chiamato in causa più in termini di movimenti preventivi o di recuperi piuttosto che di tocchi verso i compagni. Sinora in realtà i numeri in questo senso sono andati nella direzione contraria alle richieste di Di Francesco, e infatti le maggiori perplessità ad inizio stagione erano rivolte proprio ad un’eccessiva piattezza non conforme alle sue idee, ma è più che probabile che ci sia semplicemente bisogno di tempo per assimilare i meccanismi del caso. Un dato utile per comprendere la quantità di lavoro passivo a carico dei mediani è quello relativo ai chilometri percorsi per 90 minuti: sia De Rossi che Gonalons, con i loro 11,5, compaiono tra i primi posti della classifica che coinvolge tutti i giocatori del campionato.

Un altro aspetto peculiare della nuova Roma consiste naturalmente nella figura di Kolarov (di cui abbiamo scritto anche qui) Il ruolo del terzino serbo nello scacchiere di Di Francesco è diventato centrale fin da subito, e per una quantità di ragioni impressionante se rapportata all’entità dell’investimento fatto in estate per strapparlo dal Manchester City. Innanzitutto Kolarov è un ottimo fluidificante, di gran lunga il migliore tra gli esterni difensivi in Serie A: ha qualità nel passaggio, sa leggere il gioco in situazioni di pericolo e nello stretto della fascia ed è resistente dal punto di vista atletico. I suoi numeri riferiti alla gestione del pallone lasciano pensare più ad un mediano che ad un esterno, ed è proprio la sua abilità nell’immedesimarsi in regista occulto che lo rende imprescindibile per Di Francesco. Senza dimenticare che lo stesso Di Francesco, come ha ribadito Emerson Palmieri in un’intervista a l‘Ultimo Uomo, «è uno che insiste molto per giocare sugli esterni. Ricordo che quando abbiamo giocato contro il suo Sassuolo era difficile difendere sulle fasce». In unione a questo aspetto sono naturalmente da considerare i vantaggi portati dai suoi calci piazzati, che siano tiri in porta o cross a centro area. È infine da evidenziare la grande intesa tra Kolarov e Dzeko (i due hanno giocato insieme nel City dal 2011 al 2015), che ha già portato i suoi frutti. Nel video qua sotto, ad esempio, il serbo legge alla perfezione l’accelerazione del compagno e lo serve con un suggerimento precisissimo.

Una cosa semplice che funziona benissimo: Kolarov per Dzeko

Rimanendo nell’ambito degli esterni, la situazione sul versante opposto è un po’ più complessa. Il giocatore scelto in estate per rispondere alle esigenze di Di Francesco (Karsdorp) è ai box da metà agosto – se si eccettua un breve rientro nella seconda metà di ottobre. Al suo posto ha giocato soprattutto Florenzi, che si è alternato in staffetta con Bruno Peres. L’unica volta in cui entrambi sono stati indisponibili la Roma è crollata (alla seconda giornata, Inter-Roma 1-3), e a questo proposito è utile tornare al discorso sull’ideologia radicalista di Di Francesco. Che, nonostante la condizione di emergenza e le scarse certezze dei suoi, volle confermare un 4-3-3 classico schierando un mancino come Juan Jesus nel ruolo di terzino destro. Risultato? I gol dell’1-2 e dell’1-3 sono provenuti entrambi da accelerazioni di Perisic a superare il brasiliano. Qui sotto il secondo (ossia il terzo per i nerazzurri) a firma di Vecino è emblematico: mancano tre minuti alla fine, Juan Jesus è sfinito, Perisic lo punta e crossa al centro con una facilità disarmante, Vecino arriva indisturbato dalle retrovie e mette il sigillo sulla partita.

Jesus non ci riesce, contro Perisic

Questo caso specifico è inoltre utile per introdurre il neo della Roma, almeno fino a questo momento. Se infatti è vero che il rendimento difensivo dei giallorossi è il migliore in Italia (in Serie A sono appena sette le reti al passivo, una in meno del Napoli e due in meno dell’Inter), è altrettanto vero che quei pochi gol subiti sono spesso e volentieri scaturiti da disattenzioni del reparto difensivo. Esclusa la doppietta di Icardi, per la quale sono evidenti i meriti del singolo, il terzo centro dell’Inter merita un’analisi che vada oltre alla copertura deficitaria di Juan Jesus – che pure non giocava nel suo ruolo. Vecino si getta a centro area infilandosi tra Manolas e Fazio, e può prendere il tempo per impattare il pallone senza preoccuparsi della marcatura. È una scena che si è ripetuta nel corso delle settimane successive, come ad esempio contro il Chelsea in occasione del secondo gol di Hazard: cross al centro dalla destra da parte di Pedro, Fazio e Juan Jesus del tutto disinteressati dell’uomo e belga che ha tutto il tempo e la serenità per coordinarsi al meglio.

Marcatori che non marcano

Vale lo stesso discorso per l’ultimo gol subito dalla Roma in ordine cronologico, ossia quello segnato da Simeone a Firenze nella gara poi terminata 2-4. Il cross arriva dalla sinistra, ma l’atteggiamento del difensore in questione (Fazio) è ancora una volta passivo; l’argentino si limita ad osservare la traiettoria della palla, che finisce precisamente sulla testa del Cholito e si insacca in rete. La questione è estremamente delicata per due ragioni: innanzitutto perché, come detto, in termini generali il rendimento difensivo è più che positivo. Scardinarlo potrebbe creare incomprensioni di vario genere, pertanto al momento non è consigliabile; in secondo luogo è la teoria in merito di Di Francesco che tiene bloccato un ipotetico miglioramento, anche futuro, di questo tipo di situazioni. Nella stessa intervista menzionata nel corso di queste righe, infatti, Di Francesco spiegò che nel suo gioco «il riferimento principale della difesa deve essere la palla. La difesa si sposta in base a dove si trova il pallone, non alla posizione degli avversari». Nel bene e nel male, quindi, la sua Roma tenderà sempre a subire gol di questo tipo. Almeno fino a quando il sistema difensivo resisterà nel suo insieme, visto e considerato che un suo crollo finirebbe con il moltiplicare errori posizionali come quelli visti sopra; a quel punto anche un integralista come Di Francesco potrebbe pensare a qualche cambiamento.

Dal punto di vista della fase di costruzione nell’ultimo terzo di campo le novità introdotte dall’ex tecnico del Sassuolo sono tanto interessanti quanto ormai note: si tratta infatti della trasposizione dei concetti offensivi sperimentati e codificati in Emilia su di un piano superiore, in cui i mezzi tecnici dei giocatori sono l’elemento differenziale. Da un lato questo aspetto favorisce un’applicazione degli schemi più continua, in quanto si presuppone che gli errori nel tocco della palla diminuiscano, ma dall’altro porta al sistema offensivo delle aggiunte particolari dovute al fatto che giocatori come Perotti, Dzeko e El Shaarawy hanno un’identità propria già definita. Il ruolo dello stesso Dzeko, ad esempio, non è cambiato più di tanto rispetto al biennio con Spalletti; lo dicono le statistiche, ma anche i suoi movimenti sul campo. Leggermente diverso è il discorso che riguarda gli altri due, Perotti ed El Shaarawy, che oggi tendono ai mezzi spazi tra fascia e trequarti proprio in virtù delle richieste di Di Francesco («Da un’ala voglio il controllo orientato, e poi che punti la porta. Non deve allargarsi, non mi piace che crossi, non deve dare ampiezza: a quello pensano il terzino e la mezzala», disse). Da queste parole si evincono peraltro tutte le difficoltà che un giocatore come Schick, proveniente da un contesto profondamente diverso e con una quantità di lavoro tattico minimo sulle spalle, potrà incontrare per trovare spazio in questa Roma.

Nel video qua sotto, che ritrae l’azione che ha portato al primo gol del vantaggio contro la Fiorentina, sono evidenti almeno tre dei principi tattici cardine di Di Francesco: Nainggolan attacca Badelj e gli sottrae il pallone sfruttando il raddoppio di Gerson, vede El Shaarawy che da sinistra sta tagliando dentro al campo e lo serve, dopodiché il Faraone vede a sua volta Gerson che nel frattempo si era lanciato verso l’area partendo dal versante opposto e con un tocco delicatissimo lo mette di fronte a Sportiello. In tutto questo, come lo stesso Di Francesco ha fatto notare nel postpartita, è fondamentale evidenziare il movimento di Dzeko che, per non intasare l’area e aprire lo spazio per l’inserimento del compagno, ne esce con un taglio profondo con cui porta via il proprio marcatore. Notare la ripetitività di movimenti come questi è importante per circoscrivere l’idea che sta alla base del calcio di Di Francesco: «I movimenti nei miei allenamenti si ripetono continuamente, la ripetitività è fondamentale», spiegò in passato.

Tutto al posto giusto

La Roma che abbiamo di fronte oggi è una squadra compatta e in piena fase di crescita, ma è fondamentale tenere a mente che per valutarne precisamente i progressi due mesi e mezzo di campionato non possono essere sufficienti. Sarà dalle prime, inevitabili difficoltà che dovranno emergere le vere qualità del modello tattico adottato da Di Francesco, che definiamo proattivo pur essendo al suo interno in un certo senso contraddittorio: dà importanza alla gestione del pallone, ma allo stesso tempo si propone di giocare sulla sua riconquista. Ciò che possiamo affermare senza remore allo stato attuale è che la Roma ha una rosa larga ed affiatata a sufficienza per affrontare la stagione mantenendo un rendimento coerente, aspetto basilare per la costruzione e la conseguente solidificazione di un’identità. A prescindere dal percorso in campionato e da quello nelle coppe, per Di Francesco sarà fondamentale attenersi ad una linea gestionale elastica al punto giusto, in grado di far fronte alle esigenze del momento senza snaturare la propria dimensione. Il processo di crescita della Roma, in sostanza, va di pari passo con il suo.

 

Immagini Getty Images