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La vita senza Calderón

L'ambientamento dell'Atlético e dei suoi tifosi al nuovo stadio è più difficile di quanto si potesse pensare.

Di Antonio Moschella

L’odore di frittura si perde in un’aria più vuota del solito sulle rive del Manzanarre, il fiume a sud di Madrid. I bar rustici de toda la vida, come direbbero in Spagna, ormai vivono solamente cinque giorni su sette, perché le emozioni dei weekend sono scemate da quando la dirigenza dell’Atlético ha deciso di fare le valigie verso una zona periferica ad est della capitale iberica. A pochi metri dalla riva del fiume il bar La Bodeguita giace malinconico e spoglio di persone, ricordando tempi migliori che risalgono però solo a qualche mese fa, quando al suo interno la transumanza di tifosi colchoneros lo popolava nelle quattro ore precedenti le partite. Si giocava al Vicente Calderón, uno stadio mitico ma giudicato vetusto e non al passo con l’espansione commerciale di un club che sta gradualmente perdendo la sua indole di casa popolare che lo aveva contraddistinto per decenni. Perché «se il Bernabeu è un teatro, il Calderón è una pentola a pressione», dice Juan Esteban Rodríguez, tifoso dell’Atletico dal 1982, anno della sua nascita, autore di libri come Koke, uno de los nuestros e Recuerdos del doblete, due opere molto esplicative del mondo Atlético.

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«Paseo de los Melancólicos, cuánto te quiero», cantava Joaquín Sabina, uno dei cantautori spagnoli più apprezzati di sempre, riferendosi a una delle strade intorno all’ormai ex stadio dell’Atlético, una strada che porta dentro di sé l’intera carica di nostalgia enfatica di ogni tifoso che abbia trascorso più di qualche mese vivendo l’atmosfera del Calderón. Arturo, tifoso storico, ricorda come a ogni intervallo si recava al bar Piramides, che prende il nome dalla stazione di metro adiacente, per chiedere un tipico panino coi calamari, un rituale che avveniva anche quando l’ingresso non era possibile: «Una volta giocammo col Psv a porte chiuse, eppure eravamo tutti qui fuori a far sentire ai giocatori la nostra voce e il nostro calore. Era molto meglio che restare a casa!». Tuttavia, i cuori biancorossi che battevano forti e decisi al di fuori del Calderón, anche durante il triste periodo in Segunda División, sembrano muoversi oggi con meno frenesia ed entusiasmo del solito. Il Wanda Metropolitano è una casa di lusso, ma i tifosi dell’Atleti ancora una tribù abituata all’affascinante precarietà di una tenda, di bar, di una fauna variopinta. Non a caso vengono definiti anche indios, in contrapposizione ai vikingos del Real Madrid. «Ci hanno addomesticato, l’ambiente non è lo stesso né fuori né dentro il nuovo stadio, che almeno si chiama Metropolitano, come la nostra prima casa», esclama Rodríguez, per gli amici Juanes. In effetti, l’antica struttura che dal 1923 al 1966 ospitò l’Atlético riuscì a sopravvivere ai danni dei bombardamenti della guerra civile ed entrò nel cuore dei tifosi, persino di gente che, come Juanes, in quegli anni ancora doveva nascere.

Sabato 18 novembre scorso, in occasione del primo derby al Wanda contro il Real Madrid, al di là dello 0-0 poco elettrizzante messo in scena da due squadre che avevano bisogno di vincere, e per i tifosi e per la classifica, in molti hanno vissuto un prepartita dal sapore diverso. «Prima questo era un evento speciale, il derby con il Real Madrid. Ora, sarà che dobbiamo ancora abituarci, ma non ho sentito quella passione degli scorsi anni», continua Arturo, che dice anche che «da dove mi trovavo seduto appena riuscivo a sentire le grida del Frente Atlético», riferendosi a uno dei gruppi di ultras più rumorosi della penisola.

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«L’ultimo derby vissuto al Calderón è stato il ritorno delle semifinali della Champions dell’anno scorso», spiega Rodríguez, che si emoziona quando ricorda di come «dovevamo rimontare il 3-0 dell’andata al Bernabéu e andammo subito sul 2 a 0, fino a quando non arrivò il 2-1 di Isco. Al fischio d’inizio del secondo tempo anche il cielo iniziò a giocare e cadde su di noi una tormenta infinita. Era l’addio romantico a un luogo amato e, seppur ormai coscienti di essere stati eliminati, iniziammo tutti a cantare senza praticamente sentire la pioggia che ci entrava nelle ossa». Sono lontani, oggi, quegli anni ‘90 in cui il Frente Atlético era composto da punk che popolavano i dintorni del Calderón quattro ore prima dell’inizio di ogni partita e giravano intorno allo stadio cantando i cori e indottrinando persino i più occasionali. Lo stesso gruppo di ultras ha già manifestato il proprio dissenso sulla nuova casa con una serie di scioperi del tifo, come conferma Francís Magan, presidente del Frente Atlético dal 1991 al 1998, ma ora poco assiduo frequentatore dello stadio «per motivi personali», come lui stesso riferisce.

L’attuale crisi di gioco e risultati dell’Atleti e di Griezmann viene vista da alcuni come un ambientamento ancora poco riuscito a uno stadio funzionale al massimo ma ancora privo dell’amore di un tempo, che va dagli anni in bianco e nero di Luis Aragonés e Jabo Irureta, quando la prima Coppa dei Campioni sfiorò il Calderón e il suo popolo, passa per la decade del ‘90 dove Simeone e Futre divennero tutt’uno con lo stadio, e culmina il suo percorso in una notte di tempesta contro il Real Madrid quando «Nettuno scaricò tutta la sua rabbia per la sconfitta» come dice Rodríguez riferendosi alla figura mitologica che supervisiona le celebrazioni dei tifosi in una famosa fontana madrilena.

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La storia di uno stadio dove i nipoti di Camilo Lopez, classe 1936 e capostipite di 12 soci, assistevano ai primi incontri da neonati mentre sua madre Belén li allattava, si è conclusa quella notte. Ci vorrà del tempo per abituarsi al Wanda, per dimenticare l’odore del panino ai calamari de La Bodeguita e fare a meno delle riunioni pre partita in riva al fiume. E non a caso, il Paseo de los Melancólicos resterà tale, per sempre.