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La duttilità dell’Atalanta

Una squadra con un'identità tecnica e tattica precisa, la possibilità di variare uomini senza perdere qualità: la nuova Dea versione 2017/18.

Di Alessandro Cappelli

Il gol dal limite dell’area di Gosens e la doppietta di Cornelius che hanno arrotondato sul 1-5 il punteggio di Everton-Atalanta a Goodison Park sono lo specchio dell’avvio di stagione della Dea. L’esterno tedesco e il centravanti danese erano entrati dalla panchina, e sono i due con meno minuti tra i giocatori che entrano a pieno titolo nelle rotazioni di Gasperini. Eppure possono essere così decisivi da sigillare il primo successo esterno in campo europeo dell’Atalanta dal 1991. Il segreto dei nerazzurri, in questo avvio di stagione, sta proprio nella capacità di trovare risorse in tutti gli elementi della rosa, esattamente come dovrebbe fare una squadra virtuosa impegnata in Europa League. A tre mesi dal sorteggio di Montecarlo che le aveva assegnato il girone più difficile possibile, la squadra di Gasperini si trova in testa al gruppo E, con l’Everton annientato nel doppio confronto (3-0 e 1-5), e un primo posto ancora in ballo nell’ultima e decisiva sfida con il Lione. L’aspetto più interessante della campagna europea dei bergamaschi sta nel non aver rinunciato a onorare il campionato per fare bella figura in campo internazionale. L’Atalanta è solo dodicesima con 16 punti in classifica dopo tredici giornate, ma ha solamente tre punti meno del Milan (che è settimo e ha lo stesso numero di gol fatti e subiti). Il rischio era quello di farsi sopraffare dalle due competizioni, finendo per sfigurare nell’una e nell’altra per l’incapacità di gestire le forze. L’esempio del Sassuolo nella scorsa stagione è solo il più recente di una società piccola che dopo una qualificazione in Europa gioca per un anno intero al di sotto dei suoi standard. Il caso della Sampdoria 2010/11, passata dai preliminari di Champions League alla retrocessione in Serie B, è il precedente da considerare come modello da evitare a tutti i costi.

Il gran gol di Gosens contro l’Everton

Parte del merito del buon avvio dell’Atalanta va sicuramente alla società, che ha saputo costruire una rosa lunga e competitiva per reggere il doppio impegno. Soprattutto perché dopo i fasti della scorsa stagione era prevedibile un esodo massiccio da Bergamo. La parte più difficile del lavoro, però, è probabilmente toccata a Gasperini, che deve affrontare Serie A ed Europa League con giocatori non abituati al palcoscenico internazionale. Senza dimenticare che per lo stesso tecnico si tratta di un upgrade non proprio scontato dal momento che contava solo 9 panchine in competizioni europee prima di questa stagione.  L’ex allenatore del Genoa ha dimostrato di saper gestire energie e motivazioni del suo gruppo: nell’Atalanta 2017/18 hanno già esordito 23 giocatori, di cui 16 hanno già giocato più di 500 minuti nelle due competizioni. L’anno scorso, per esempio, solo 13 giocatori di movimento hanno superato la soglia dei 700 minuti in campionato: al termine di questa stagione potrebbero essere in 16 o 17. Il turnover di Gasperini tocca anche i pezzi fondamentali del puzzle. Lo stesso Papu Gómez, verosimilmente il miglior giocatore della scorsa stagione (rendimento non replicabile sui nove mesi, 16 gol e 12 assist), ha giocato per intero i 90’ solo la metà delle partite: nove volte su diciotto. Quello che indubbiamente è uno degli uomini cardine del sistema atalantino – oltre che per la quantità di gol e assist, anche sotto il profilo carismatico, per come guida l’attacco e per la capacità di risolvere una partita con una giocata – è costretto a uno sforzo maggiore, in termini di numero di presenze, ma il suo minutaggio viene diluito nel corso della settimana per non costringerlo al riposo forzato dopo un certo numero di partite.

BERGAMO, ITALY - NOVEMBER 27: Alejandro Gomez of Atalanta BC in action during the Serie A match between Atalanta BC and Benevento Calcio at Stadio Atleti Azzurri d'Italia on November 27, 2017 in Bergamo, Italy. (Photo by Emilio Andreoli/Getty Images)

 

Il fatto che l’Atalanta possa mantenere i suoi standard di rendimento anche in assenza del suo uomo più pericoloso è la prova che il sistema portato da Gasperini è stato metabolizzato da tutta la rosa, e lo spogliatoio si identifica in un preciso stile di gioco. Abbiamo imparato a conoscere l’Atalanta per come sta in campo, con un’applicazione quasi unica in fase di non possesso, basata su marcature a uomo a tutto campo che costringono i giocatori a un dispendio di energie fisiche e mentali difficile da sostenere nell’arco di un campionato. Non senza accettare qualche passaggio a vuoto. Ma Gasperini ha dimostrato di poter variare il modulo e gli interpreti senza modificare l’idea di fondo, attingendo risorse da più parti. A questo punto del ciclo atalantino non c’è più differenza tra il 3-4-3, il 3-4-1-2, il 3-4-2-1 o qualsiasi altra variazione sul tema: i giocatori di ogni reparto sono diventati praticamente intercambiabili pur avendo caratteristiche differenti.

I centrocampisti sono un esempio. Freuler e Cristante sono i due titolari, il primo è quello con più minuti (tra i giocatori di movimento), il secondo è il miglior marcatore della squadra con 7 reti. Poi c’è De Roon, che non è proprio lo stesso tipo di giocatore dei colleghi, ma Gasperini può mandarlo in campo secondo necessità (squalifiche, infortuni, avversari) senza dover rinunciare ai suoi principi di gioco. Anche in difesa ci sono condizioni simili, con Palomino che può prendere il posto di uno qualsiasi dei titolari. Anzi, fino ad oggi è quello con più minuti nel reparto, proprio perché raccoglie tutto quello che lasciano Toloi, Caldara e Masiello. Senza dimenticare che dell’Atalanta esiste anche una versione senza punte. Pur avendo in rosa due centravanti, come Petagna – il titolare – e Cornelius – la prima riserva –, con caratteristiche peculiari che in certi contesti tattici sono indispensabili, per i nerazzurri il contributo sotto porta arriva da più parti: già dieci marcatori diversi fin qui.

Il miglior marcatore dell’Atalanta: Bryan Cristante

Una menzione particolare, poi, meritano gli sloveni Kurtic e Ilicic. Il primo ha un posto diverso nello scacchiere del tecnico piemontese rispetto allo scorso anno. Se prima era il coltellino svizzero in grado di giocare da esterno, da incursore centrale o anche da mezzala, adesso è il dodicesimo uomo ideale, potendo prendere indifferentemente il ruolo di uno qualsiasi dei titolari a partita in corso: praticamente è la trasposizione del coltellino svizzero dello scorso anno in versione supersub. Ilicic, invece, è probabilmente quello che sta dando i risultati migliori in termini di adattamento alla squadra, specie se si considera la forbice che si apre tra il worst case scenario e il best case scenario all’inizio di ogni stagione di Ilicic.

Il giocatore più bohémien della Serie A, per anni ha portato sui campi italiani le sue contraddizioni, che galleggiano tra il talento e l’indolenza. Per questo, al momento del suo acquisto, il dubbio più grande riguardava la capacità di convivere con i dettami tattici di Gasperini. Per ora, l’esperimento sembra dare risultati assolutamente positivi: l’allenatore gli concede molte libertà per non limitare il suo estro, lo sloveno ringrazia e risponde con la capacità di creare attacco dal nulla (un plus che fino all’anno scorso poteva dare solo Gómez) facendo affidamento sul solito sinistro che può diventare tanto una benedizione per i compagni, quanto un incubo per i portieri avversari (4 gol e 3 assist in poco più di mille minuti, con l’assurdità di 3,7 key pass in tre presenze in Europa League, tutte partendo dalla panchina).