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La cruda autobiografia di Jelena Dokic

Di Redazione Undici

All’inizio degli anni Duemila, non ancora ventenne, Jelena Dokic era una delle tenniste più promettenti del circuito femminile: nel 2000 si spinse fino alle semifinali di Wimbledon e dei Giochi olimpici di Sydney, mentre due anni più tardi divenne numero 4 al mondo, posizione più alta del ranking raggiunta in carriera. Ben presto, però, la tennista australiana nata nell’ex Jugoslavia calamitò l’attenzione dei media non per le prestazioni in campo, ma perché svelò che suo padre, fin da piccola, l’aveva maltrattata, con violenze e umiliazioni fisiche e verbali, in modo che diventasse la miglior tennista al mondo. Se la storia è nota da anni, ora Dokic ha voluto raccontarla in un libro uscito poche settimane fa in Australia (da febbraio negli States), Unbreakable, scritto insieme alla giornalista del Sunday Telegraph Jessica Halloran, un Open decisamente più brutale e sofferto.

«Mi picchiava e mi faceva davvero male», racconta l’ex tennista, ritiratasi nel 2014. «Tutto è iniziato quando ho cominciato a giocare a tennis: da lì, la situazione è finita fuori controllo. Non solo a livello fisico, ma anche emotivo, quello mi feriva di più… Quando hai 11, 12 anni e ascolti tutte quelle cose orribili… è stato molto difficile per me». Dokic racconta di come le brutalità perpetrate dal padre fossero sistematiche e varie: sputi in faccia, capelli e orecchie tirate, calci sugli stinchi. E un episodio particolare: nel 2000, a 17 anni, l’australiana raggiunse le semifinali di Wimbledon e perse contro la campionessa in carica Lindsay Davenport. «Quello doveva essere un gran momento per me, invece mio padre pensò si trattasse di una disgrazia, di qualcosa di vergognoso, e non mi permise che tornassi in hotel. La sua voce, al telefono, rimbombava: “Sei patetica, sei una vacca senza speranze, non tornare a casa. Sei una vergogna. Vattene da qualche altra parte, non me ne frega niente”».

Jelena Dokic parla del complicato rapporto con il padre

Più tardi, in un torneo estivo in Canada, le percosse fisiche furono così tremende che Jelena quasi perse coscienza: «Mi colpì la testa e io caddi giù e, mentre ero stesa sul pavimento, iniziò a darmi calci, vicino l’orecchio, e il mio campo visivo sparì». Negli anni seguenti, Dokic avrebbe sofferto di depressione, fino a pensare al suicidio: «Persi ogni tipo di autostima, di fiducia, e anche dopo che scappai da mio padre lui mi rese la vita un inferno, fu davvero difficile».