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La fine di Diego

Il racconto della giornata in cui Maradona fu trovato positivo all’efedrina, in un caldissimo pomeriggio americano, ai Mondiali del 1994.

Di Paolo Condò

Stati Uniti, estate 1994. La centrifuga entra in funzione senza preavviso nel luogo più distante dai cattivi pensieri che si possa concepire, un bel ristorante di New York. Squilla il cellulare, un Nokia nuovissimo che ci siamo formalmente impegnati a restituire in Gazzetta al ritorno (alcuni telefoni portatili erano già comparsi a Italia ‘90, ma Usa ‘94 è il primo Mondiale nel quale fanno parte della dotazione degli inviati). È Milano, strano chiamino a quest’ora, in Italia è notte fonda. «Hanno preso Maradona all’antidoping». La bomba mi deflagra silenziosa nel profondo, ma da qualche parte deve uscirmi un po’ di fumo perché i colleghi che sono a cena con me restano con le posate a mezz’aria, scrutandomi interrogativi. «Domani mattina hai un volo da Newark a Dallas, ore 8. Ci sentiamo quando arrivi». Clic. Guardo l’orologio, è l’una del mattino: occorre rientrare nell’albergo del New Jersey vicino al ritiro della Nazionale, preparare uno zaino, cercare le prime notizie su internet (e il web di 22 anni fa era un’altra cosa) e filarsela all’aeroporto di Newark in congruo anticipo, per sicurezza. Dormirò in volo.

Era stata una gran serata, perché quel giorno – il 28 giugno – l’Italia aveva pareggiato a Washington col Messico chiudendo al terzo posto il suo girone di qualificazione. Molta paura di dover tornare a casa, ma l’imprevista vittoria della Russia sul Camerun aveva garantito alla squadra di Arrigo Sacchi – e a tutti noi che le stavamo al seguito – il ripescaggio negli ottavi: e dunque brindisi per lo scampato pericolo, una volta che la comitiva era rientrata a New York. La prospettiva era delle migliori: una settimana tonda di avvicinamento alla partita seguente (in programma il 5 luglio), il che significava mattinate alla Pingry School di Basking Ridge dove si allenava l’Italia, pomeriggi a scrivere in una sala stampa allestita nel verde del campus e serate nella Grande Mela, a un’ora di strada. Un paradiso cancellato da una telefonata (e peraltro mi sarei molto offeso se non avessero chiamato me): Maradona dopato voleva dire mille giornalisti che convergevano in quelle ore nel Texas, televisioni collegate senza pause, edizioni aperte sino all’ultimo istante utile e magari un po’ oltre, il quartier generale della Fifa preso d’assedio, mischie furibonde anche soltanto per prendere un taxi e altre amenità. Insomma, la madre di tutte le centrifughe. Guai a non esserci.

FBL-WORLD CUP-1994-ARGENTINA-NIGERIA

Dallas. Il primo salone delle conferenze è quello del Four Seasons, la Fifa se la tira già all’epoca. Il segretario generale Sepp Blatter (il presidente è ancora il vecchio Havelange, ma lo svizzero decide già tutto) legge il comunicato medico che rivela la presenza di efedrina e suoi metaboliti nelle urine di Diego testate dopo il secondo match, quello contro la Nigeria. Si attendono le controanalisi, che a memoria d’uomo non hanno mai scagionato nessuno. Ma come siamo arrivati a questo punto? Passo indietro alla prima squalifica inflitta a Maradona, quella della Federcalcio italiana, nell’aprile del ’91 per positività alla cocaina. Che Diego sniffasse lo sapevano tutti e lui stesso – anni dopo, nella sua autobiografia – ammetterà di aver iniziato a consumare coca fin dai tempi di Barcellona. I quindici mesi di squalifica, però, lo allontanano per sempre dal Napoli, “costretto” dalla Fifa a cederlo al Siviglia malgrado un’offerta incongrua – e poi nemmeno pagata per intero – perché Maradona doveva prepararsi al Mondiale del 1994. S’era diffusa la sensazione che l’operazione studiata perché il calcio sfondasse anche negli States stesse fallendo sotto una coltre di disinteresse: per quanto imbolsito da cocaina, stravizi assortiti e una lunga inattività, Diego era l’unico personaggio in grado di rivitalizzare l’attesa del torneo americano. Meglio assecondare il suo desiderio di lasciare l’Italia, e dopo una stagione mediocre a Siviglia di tornare in Argentina, e dopo sole 5 presenze nel Newell’s di andarsene a svernare sulle spiagge atlantiche. Il problema è che così vivendo era ingrassato di 15 chili. Non era più un atleta, ma il Mondiale continuava ad averne bisogno.

Adesso atterriamo tutti assieme a Boston, Foxboro Stadium, il 21 giugno 1994. La Grecia aspetta l’Argentina, e sul Partenone si abbatte una tempesta di calcio che lo distrugge dalle fondamenta. La Selección di Alfio Basile è un sogno di fútbol offensivo, con Maradona – che a 33 anni è al suo quarto Mondiale – schierato dietro tre punte. Finisce 4-0 con tripletta di Batistuta, ma il gol che ancora oggi ci è rimasto in memoria – e credetemi, non se ne andrà mai – è il 3-0 di Diego, un gancio sinistro dal limite dell’area che arcua la sua traiettoria giusto in tempo per rientrare nel sette. Il grande Víctor Hugo Morales descrive l’azionissima col ritmo frenetico che gli è proprio, salvo esclamare «gol!» quando la folgore finisce all’incrocio, e lì fermarsi incredulo. Due, tre lunghi secondi perché il pozzo carichi, e poi parte un «goooool» dove le “o” non sono calcolabili. Molto tempo dopo, a grido ormai scemato, ripete due parole che gorgogliano nelle gole di tutti: «È vivo! È vivo!». Maradona è tornato, ed è lui stesso ad andare a urlalo in una telecamera a bordo campo, l’immagine celebre in cui ruggisce a un palmo dal vetro, mentre dietro di lui, felici come bambini, stanno arrivando Batistuta, Chamot e Redondo. La portata di quel gol è planetaria, un’onda di piena che azzera ogni altro argomento, Usa ‘94 è improvvisamente un successo e il match seguente – un 2-1 alla forte Nigeria con un’altra esibizione d’autore di Maradona – segnala l’Argentina come principale pretendente al titolo. Al termine della gara in pochi fanno caso all’infermiera entrata in campo per comunicare a Diego che è stato sorteggiato all’antidoping, e percettibilmente incaricata di scortarlo in sala medica senza perderlo di vista. Procedura molto insolita; non puoi fare a meno di pensarci, quando viene diffusa la notizia della positività di Maradona in base a quel test.

Diego Maradona of Argentina

La hall dello Sheraton Park di Dallas potrebbe essere uno spazio adatto al parcheggio delle anime il giorno del giudizio universale. Immensa e altissima, una decina di piani ritmati dai terrazzamenti interni che si susseguono fino al soffitto lontano. Si capisce in fretta che la camera di Maradona è al settimo livello, perché è da lì che si affacciano i volti di pietra della security. Chi ha provato a salire fin lì con l’ascensore racconta di essere stato bruscamente invitato a tornare nella lobby. All’ora di pranzo la Selección è appena uscita per andare al Cotton Bowl, la aspetta la terza gara del girone, contro la Bulgaria di Stoichkov; ma dallo Sheraton si sono mossi in pochi, la storia del giorno non è certo allo stadio. È lì, al settimo piano, e nel bivacco dell’atrio più di 500 giornalisti aspettano pazienti un’occasione. C’è davvero di tutto, dagli anchorman eleganti per cui sono stati allestiti salottini per i talk show agli inviati dei quali la tv inquadra il solo mezzo busto, e allora sotto la giacca indossano i bermuda perché la temperatura è tropicale. Per quanto robustamente fornito, il bar della hall è stato spazzolato dall’orda mediatica: a intervalli di un’ora il suono di un campanello segnala che nuovi vassoi di panini sono stati preparati, ma la ressa è tale da suggerire ogni volta il digiuno. Anche perché bisogna restare di guardia in zona ascensori: Maradona è sceso una volta per un obbligo contrattuale con una tv argentina, ha detto tre frasi anche agli altri microfoni ed è subito risalito in camera. Sugli schermi della hall passano le immagini della partita, un’Argentina visibilmente distratta finisce per perdere.

Attese del genere si riempiono stipulando alleanze, sulla base di simpatie personali e interessi comuni. In “squadra” con me ci sono Pina Debbi, inviata di TeleMontecarlo e buona amica di Diego, e Francesco “Ciccio” Marolda del Mattino di Napoli, che come me vanta un ottimo rapporto con Salvatore Carmando, massaggiatore storico del club partenopeo e di Maradona, che l’aveva voluto con sé al Mondiale ‘86, l’aveva “concesso” all’Italia nel ’90 ma se l’era ripreso per quel torneo. Marolda è amico anche di Fernando Signorini, il preparatore atletico personale – storico pure lui – del campione. Ed è mettendo assieme queste conoscenze che lavoriamo per riuscire a salire al settimo piano. Pina riesce a parlare al telefono con Diego, Ciccio intercetta Signorini, io mi apparto con Carmando al rientro del pullman dallo stadio, ed è proprio sul suo viso mite, circa un’ora dopo – in coda a una veglia che sta diventando estenuante – che si aprono le porte dell’ascensore: «Voi quattro, rapidi». Il “gorilla” che gli è accanto guarda senza simpatia la piccola comitiva: Pina e il suo cameraman, Ciccio ed io. Pulsante numero sette. Da lassù il brulichio dei 500 giornalisti è un rumore di fondo, come l’acqua di una cascata.

Argentine soccer legend Diego Maradona, claiming h

Carmando bussa alla porta della camera 714, era un segnale convenuto perché Diego subito esce. Abbraccia Pina, stringe le mani a noi. È pronto per l’intervista, che ci concede perché in Argentina ha un’esclusiva con Canal 13 (quella assolta prima), e fra gli italiani ha scelto il nostro “cartello” e del resto del mondo gli importa poco. È un uomo affranto, il Maradona più triste che abbia mai incontrato. Si rivolge alle figlie giurando di aver chiuso con la cocaina, ricorda il martellante lavoro di convincimento della Fifa affinché non mancasse, chiede a Grondona – presidente della Federcalcio argentina e vicepresidente della Fifa – un intervento risolutivo “perché me lo deve”. È uno sfogo di dieci minuti accorato e illuso, non ci vuole molto a capire come finirà la storia. Dopo essere stati congedati, Pina, Ciccio ed io ci guardiamo in faccia: il mix fra l’entusiasmo per l’esclusiva e la malinconia per il dramma umano cui abbiamo appena assistito è un sentimento che ciascuno di noi conserverà per sempre.

Carmando rintuzza i nostri abbracci chiedendoci di spiegare lo scoop con un intervento di Signorini, che non lavorando più in Italia non avrebbe avuto problemi con i colleghi esclusi; sono passati 22 anni, un tempo sufficiente per ristabilire la verità (e la gratitudine). L’altra verità, quella sul doping americano di Diego, chiama in causa Daniel Cerrini, il dietologo e fisioterapista che in pochi mesi gli tolse 15 chili a prezzo di un lavoro durissimo in palestra, ma anche di un trattamento farmacologico extrastrong: un richiamo del prodotto – il Ripped Fuel – prima della gara con la Nigeria portò alla positività. Nel tempo Maradona ha raccontato quello che un po’ tutti pensammo in quelle ore: pur di farlo partecipare al Mondiale, la Fifa gli aveva assicurato l’immunità all’antidoping. Ma dopo il trionfo con la Grecia Diego aveva alzato la voce criticando le partite giocate a mezzogiorno, in una calura insopportabile, per compiacere il prime time delle televisioni europee. E la Fifa – che aveva ormai “salvato” la manifestazione – se l’era tolto di torno mandandogli l’infermiera. Com’è ovvio Blatter e i suoi sodali hanno sempre smentito questa ricostruzione, ma a grandi linee io continuo a trovarla credibile. Privata del suo leader, l’Argentina sarebbe uscita agli ottavi dalla Romania, dopo aver mostrato il calcio migliore del torneo. Lascio lo Sheraton Park che ormai è sera, e il destino decide che merito un premio: c’è un taxi libero. Posso andare a dormire.

 

 

Tratto dal numero 13 di Undici