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Che succede adesso con Russia, doping e Olimpiadi

Di Redazione Undici

Il Comitato olimpico internazionale dovrà a breve – nella serata di martedì – decidere se la Russia potrà partecipare alle prossime Olimpiadi, quelle di Pyeongchang, in Corea del Sud, che si terranno a febbraio 2018. Le eventuali squalifiche sarebbero causa di quello che è stato definito “doping di Stato” che avrebbe coinvolto direttamente l’agenzia antidoping della Federazione russa e il Ministero dello sport, così come i Federal’naja služba bezopasnosti, i servizi segreti. Il primo rapporto (anzi: la sua prima parte) che indagava i rapporti tra le autorità russe e una serie di atleti “scientificamente” dopati appare nel giugno 2016, pubblicato da Richard McLaren, professore di diritto sportivo, e commissionato dalla Wada (World Anti-Doping Agency). Il McLaren Report sostiene che gli attori russi abbiano «agito per la protezione di atleti russi dopati», «oltre ogni ragionevole dubbio». La finestra temporale indagata da McLaren andava, circa, dal 2011 al 2015. Comprendendo in pieno, quindi, le Olimpiadi invernali di Sochi, in Russia, del febbraio 2014.

All’inizio di novembre, il Comitato olimpico internazionale ha annunciato le prime squalifiche basate sul Rapporto McLaren, mentre le ultime squalifiche risalgono al primo dicembre, e riguardano le sciatrici Yulia Chekaleva, Anastasia Dotsenko e Olga Zaytseva, tutte squalificate a vita dalle competizioni olimpiche. In totale, sono – per ora – 25 gli atleti e le atlete colpiti dal ban, tra quelli che parteciparono a Sochi 2014: tra questi, cinque medaglie d’oro, sette medaglie d’argento e una di bronzo.

La scorsa estate, in occasione dei Giochi di Rio de Janeiro, il Cio aveva deciso di non escludere interamente la Russia, ma le pressioni di 17 Federazioni anti-doping (tra cui Stati Uniti e Regno Unito) si sono, ultimamente, fatte più pressanti: «Il Comitato olimpico deve smetterla di perdere tempo e prendere decisioni con effetto immediato», si legge in un comunicato congiunto. La Russia, da parte sua, ha sempre negato il concetto di “doping di Stato”, sostenendo che le responsabilità sono individuali, di singoli allenatori e atleti.