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La rinascita dell’Aek

La terza squadra di Atene è tornata ai vertici dopo il fallimento del 2013.

Di Simone Pierotti

L’aquila bicipite ha una testa concentrata sul campionato, l’altra speranzosa di spingersi il più lontano possibile nelle coppe continentali. Solo quattro anni dopo la retrocessione per problemi finanziari, l’Aek Atene comanda la Souper Ligka greca in solitudine ed è a un passo dalla qualificazione ai sedicesimi di finale in Europa League: il calcio ellenico ha ritrovato la sua terza squadra più titolata, l’ultima a interrompere a metà degli anni Novanta il perenne duopolio Olympiakos-Panathinaikos.

Nemmeno il più ottimista della focosa tifoseria giallonera avrebbe sperato in uno scenario simile, in quell’infausto 19 aprile 2013. Quel giorno, a seguito di un’invasione di campo sul finire della partita contro il Panthrakikos, la commissione disciplinare della massima divisione commina all’Aek sconfitta a tavolino e tre punti di penalizzazione: con cinque lunghezze da recuperare, e appena novanta minuti a disposizione, salvarsi è aritmeticamente impossibile. Mai, nella sua storia, l’Aek era caduta così rovinosamente. E il peggio ha ancora da venire: a maggio i dirigenti dichiarano bancarotta e la squadra scende un ulteriore scalino, ripartendo così come società semiprofessionistica dalla terza serie.

Come nelle tragedie di Euripide, però, sulla scena interviene il deus ex machina: Dimitris Melissanidis. Figlio di un rifugiato del Ponto, già presidente della terza squadra di Atene per due mandati tra il 1992 e il 1995, si presenta alle elezioni per il rinnovo del direttivo appoggiato da alcune vecchie glorie: il suo gruppo ottiene la maggioranza dei voti e Melissanidis diventa il nuovo proprietario, lasciando la presidenza a Evangelos Aslanidis. «Oggi celebriamo un nuovo e difficile inizio da zero», dice in conferenza stampa. La rinascita è meno faticosa del previsto: sul campo arrivano due promozioni consecutive con l’ex romanista Traianos Dellas in panchina, fuori dal campo il consiglio di amministrazione presenta addirittura il progetto per un nuovo stadio di proprietà a Nea Filadelfia, la culla dei gialloneri.

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Fu esattamente in questo sobborgo a nord di Atene che nel 1924 prese vita l’Aek, acronimo di Athlitikί Énosis Konstantinoupόleos: la fondarono alcuni immigrati ellenici in fuga da Costantinopoli –  la città di Istanbul, peraltro, ancora oggi viene indicata in greco con il suo nome arcaico – a margine della guerra con la Turchia. Non a caso il simbolo della squadra è l’aquila con due teste e i colori sociali sono il giallo e nero, effigie dell’Impero bizantino sotto la dinastia dei Paleologi. Per loro era come sentirsi a casa. E i tifosi, storicamente schierati su posizioni di estrema sinistra, rivendicano con orgoglio le loro radici soprattutto in tempi di sbarchi di richiedenti asilo: già un paio d’anni fa, quando oltre un milione di migranti attraversò il Mediterraneo secondo i dati diffusi dall’Alto Commissariato delle Nazioni Uniti, srotolarono lo striscione «Aek mana olon ton prosfugon» (Aek madre di tutti i rifugiati). E prima ancora, nel 2013, avevano invocato la cacciata di Giorgos Katidis, il centrocampista che dopo una rete aveva esultato con il saluto romano sotto ai loro occhi.

Con la ricomparsa del magnate delle spedizioni marittime e del petrolio sono arrivati sì i successi e l’immediata ascesa, ma anche sponsorizzazioni remunerative. Come quella dell’Opap, il colosso delle lotterie e delle scommesse sportive di proprietà statale fino a pochi anni fa: la cessione del 33% delle quote a Emma Delta, della quale Melissanidis era azionista al momento del takeover, ha segnato la definitiva privatizzazione dell’azienda nel cui consiglio d’amministrazione compare oltretutto Giorgos, figlio di Dimitris. Quando l’accordo di sponsorizzazione è stato ufficializzato, il patron è stato inevitabilmente accusato di conflitto d’interessi e di concorrenza sleale.

Controversie a parte, i risultati hanno arriso al nuovo proprietario che ha fatto leva sul senso di appartenenza, sull’identità, sulla simbiosi con la tifoseria: il direttore generale è il bosniaco Dusan Bajevic, il demiurgo dell’ultimo scudetto vinto dall’Aek, mentre alcuni protagonisti in campo di quel trionfo come Mihalis Kasapis, Ilias Atmatsidis e Charis Kopitsis sono stati impiegati come osservatori o tecnici delle giovanili. Melissanidis non è tuttavia rimasto immune al vezzo, molto greco, di esonerare gli allenatori con disinvoltura: dopo aver sollevato dall’incarico Dellas due anni fa, ha cambiato guida tecnica per ben sette volte. Per adesso resiste da gennaio, e non potrebbe essere altrimenti, Manolo Jiménez: con lo spagnolo la squadra ha perso tre sole partite di campionato nell’intero anno solare, ha riabbracciato l’Europa e ritrovato una stabilità sconosciuta da tempo.

AEK Athens coach Manuel Jimenez Jimenez

Fin dall’inizio di questo campionato l’Aek si è dimostrato solido, mantenendo la porta inviolata per 360 minuti. La sfida contro l’Olympiakos alla quinta giornata è stata la svolta: quel derby, apparentemente compromesso con l’undici del Pireo avanti di due gol con poco meno di mezz’ora da giocare, è stata la svolta di Lazaros Christodoulopoulos. L’ex centrocampista di Bologna, Verona e Sampdoria ha dimezzato lo svantaggio grazie anche all’errore del portiere avversario, in seguito colpito con una punizione sotto l’incrocio dei pali: al resto ha provveduto il guizzo del capitano Petros Mantalos allo scadere. In un colpo solo, l’Aek ha mantenuto la vetta della classifica e fatto scivolare addirittura in settima posizione i più volte detentori del titolo nazionale.

La squadra, poi, è stata capace di uscire più o meno indenne da un ottobre nerissimo: dopo il derby ha infatti perso contro l’Asteras Tripolis e la rivelazione Atromitos e pareggiato con lo Xanthi a due minuti dalla conclusione. La virtù che meglio fotografa l’Aek assieme alla solidità difensiva è la risolutezza a ottenere il massimo fino all’ultimo attimo: dal minuto 81 in poi ha conquistato undici punti. A Jiménez vanno poi riconosciuti il coraggio e l’umiltà di rivedere le proprie convinzioni tattiche: partito a inizio stagione con il 4-2-3-1, ha successivamente preferito rintuzzare la mediana a discapito della difesa e affidarsi a due punte anziché a un unico centravanti. Il 3-4-1-2, con Christodoulopoulos scalato in attacco al fianco di un attaccante puro, è lo stesso che in Europa League ha imbrigliato il Milan di Montella a San Siro e in Grecia (a proposito: per avanzare alla fase ad eliminazione diretta sarà sufficiente non perdere all’ultima giornata contro l’Austria Vienna). E ora si è pure sbloccato Marko Livaja, l’ex enfant prodige delle giovanili dell’Inter in prestito dal Las Palmas: avanzato di qualche metro col cambio di modulo, negli ultimi quattro incontri ha segnato cinque volte, diventando, attualmente, il capocannoniere della squadra.

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Se lo scudetto resta al momento un sogno, il nuovo stadio è invece ben più concreto. Dopo la demolizione del vecchio “Nikos Goumas”, la squadra fondata da un gruppo di rifugiati ha trovato asilo nell’immenso complesso olimpico di Maroussi tirato a lucido per i Giochi olimpici del 2004. Ma il desiderio è sempre stato quello di tornare alle proprie radici. E allora lo scorso luglio è stata posata la prima pietra dell’Agia Sophia, un gioiellino che porta anche la firma dell’architetto italiano Massimo Majowiecki, progettista strutturale dello Juventus Stadium. La nuova casa dell’Aek verrà intitolata all’omonima basilica di Istanbul (non è forse il calcio, come scrisse Manuel Vázquez Montalbán, «una religione in cerca di dio»?) che è stata prima chiesa greco-ortodossa, poi moschea e infine uno dei monumenti più visitati della città sul Bosforo: i costi per la realizzazione supereranno i 65 milioni di euro, a cui ha contribuito anche il Patriarcato ecumenico di Costantinopoli con una donazione.

Oltre al campo da gioco e ai seggiolini che ospiteranno fino a 33mila spettatori, all’Agia Sophia verranno costruiti su anche una piccola cappella, il museo dell’Aek, quello sulla storia dei rifugiati greci, un ristorante con terrazza panoramica, un’area benessere e altre amenità.

Piccola, moderna e funzionale: la dimora ideale per la prima squadra greca quotata in borsa nonché la prima azienda ellenica a entrare nel programma Elite di Borsa Italiana. Contrariamente al mito di Icaro, l’aquila dell’Aek sembra avere ali piuttosto resistenti e nessun timore di precipitare nel vuoto. Per Melissanidis, che già nel 2005 tentò di vincere le elezioni societarie con il cavallo di battaglia del nuovo stadio, è una rivincita personale. A cui fra qualche mese potrebbe seguirne un’altra, decisamente più audace. Uno dei più citati aforismi lasciati da Eraclito, in fondo, dice: «Senza la speranza è impossibile trovare l’insperato».

 

Immagini Getty Images