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La sottovalutata importanza dei terzini del City

Perché per Pep Guardiola questo ruolo, e la sua interpretazione, svolgono una funzione vitale nell'economia di gioco della squadra.

Di Simone Torricini

Le incognite alla vigilia della stagione 2017/18 dalle parti dell’Etihad erano numerose. Ci si chiedeva innanzitutto se la prima stagione sotto le attese del City di Guardiola fosse destinata a ripetersi, se effettivamente il calcio proposto dal catalano non fosse compatibile alla cultura inglese. Era lecito interrogarsi, poi, sulla presunta lungimiranza con cui era stato pianificato il mercato. La lente d’ingrandimento stringeva soprattutto sulla rivoluzione delle fasce operata da Guardiola, a partire dalla cessione in blocco di elementi storici come Clichy e Zabaleta fino ad arrivare – punto cruciale – ai volti nuovi: Kyle Walker, prelevato dal Tottenham per 51 milioni di euro, Benjamin Mendy, arrivato dal Monaco per 57, e Danilo, via Real Madrid per circa 30. Tutti reclutati a titolo definitivo, e tutti per una ragione precisa: cambiare il modo di giocare sulle fasce e con le fasce. Guardiola ci aveva già provato durante la stagione precedente, alternando tutti e quattro i terzini reduci dalla gestione Pellegrini, ma senza successo. Oggi che il suo City, in testa alla classifica praticamente dalla prima giornata, diventa inevitabile chiedersi quanto e come il ruolo dei nuovi terzini stia incidendo sul livello delle prestazioni. Il modo in cui prendono parte alla costruzione del gioco, a partire dalla fase di risalita fino ad arrivare a quella più delicata di rifinitura, è unico ed emblematico del calcio di Guardiola. Sono centrali, sia in senso pratico (ossia: tendono a convergere dentro al campo piuttosto che verso l’esterno) sia in senso formale (partecipano attivamente, giocano tanti palloni e sono spesso decisivi nella creazione di superiorità posizionale).

La premessa fondamentale con cui Pep si è approcciato alla stesura degli identikit dei terzini per il suo City è la seguente: servivano giocatori moderni, in grado di assimilare disposizioni articolate e soprattutto che riuscissero a svolgere compiti diversi in base al contesto. È evidente che chiedere un impegno di questo tipo a Clichy o a Sagna (ancor prima che a Kolarov e Zabaleta, che in fondo non erano pessimi in tal senso) non era ipotizzabile: è un discorso di caratteristiche e di consuetudini, che va ben oltre la disponibilità del calciatore. È questo uno dei motivi per cui i terzini scelti da Guardiola sono tutti tendenzialmente giovani (Walker ha 27 anni, Danilo 26 e Mendy 23): nessuno di loro aveva o ha un background professionale radicato. Pep, in sostanza, poteva lavorarci. Plasmarli, in quanto sufficientemente malleabili. Fattore non secondario è rappresentato dalle qualità fisiche e atletiche, qualità che risaltano in particolare nel profilo di Mendy. Come è noto, infatti, il calcio proposto da Guardiola è prima di tutto molto dispendioso.

Una serie di accelerazioni targate Mendy, che illustrano i vantaggi della potenza atletica in un terzino: ogni volta che riceve il pallone, anche se non sempre nella posizione ideale, il francese guadagna almeno venti metri di campo. La partita in questione è Watford-City 0-6, la penultima giocata prima dell’infortunio

Questo attributo si è rivelato fondamentale in particolare durante la prima parte di stagione, quando la disposizione tattica che più si avvicinava ad uno schieramento base era il 3-1-4-2. Nello specifico la difesa a tre ha resistito per le prime quattro giornate, sufficienti per sperimentare la resistenza di Walker e Mendy che di quella formazione erano le ali; o meglio, gli esterni di centrocampo. Per quanto possa apparire strano, i terzini scelti da Guardiola erano molto più terzini con il 3-4-1-2 rispetto a quanto non lo siano oggi con la difesa a quattro. Ovvero interpretavano il ruolo in maniera ben più classica: si muovevano sulla verticale della fascia piuttosto che cercare il centro, andavano in profondità piuttosto che offrirsi in appoggio alla fase di prima costruzione. Questo perché il City iniziava da dietro con la superiorità numerica fissa: c’erano i tre centrali (Kompany-Stones-Otamendi), Ederson tra i pali a formare una sorta di rombo convesso e Fernandinho poco più avanti a dettare continuamente linee di passaggio per superare la pressione avversaria. In sostanza dell’aiuto dei terzini non si sentiva il bisogno, pertanto venivano lasciati più liberi e più avanzati.

Quando invece Guardiola ha deciso di passare stabilmente alla difesa a quattro (che poi nei fatti dovremmo chiederci se non sia una difesa a due-più-tre), il ruolo dei terzini è cambiato radicalmente nella disposizione in fase di prima costruzione. La scelta di Pep, quella di rinunciare al 3-1-4-2, è stata in parte figlia dell’infortunio di Mendy e in parte – maggiore, probabilmente – dovuta al fatto che tra Agüero e Gabriel Jesus qualcuno era evidentemente di troppo, almeno dal primo minuto. Con la difesa a quattro, dicevamo, il ruolo dei terzini ha subìto una svolta. Se il modulo di partenza è almeno schematicamente il 4-3-3 accade che Walker e Delph (preferito a Danilo in sostituzione di Mendy) si alzino ad affiancare Fernandinho, e che al contempo De Bruyne e Silva vadano a giocare tra le linee in supporto al tridente. Questo naturalmente in fase di possesso e nello specifico di prima costruzione – quella che va all’incirca dai piedi del portiere alla metà campo. I difensori centrali rimangono al loro posto e consentono la formazione di due blocchi di cinque giocatori la cui rappresentazione grafica traccia una W e una M. Nel primo caso i vertici bassi sono Otamendi e Stones, con il trio Walker-Fernadinho-Delph a costituire i vertici alti; nel secondo quelli bassi sono De Bruyne e Silva, con Sané, Agüero e Sterling a rappresentare quelli alti. L’obiettivo di questa disposizione è quello di svuotare i lati del campo e concentrare la squadra nella fascia centrale. Naturalmente per risultare efficace il metodo necessita di una applicazione in primis rapida e senza sbavature; il rischio, altrimenti, è quello di fare il gioco dell’avversario auto-bloccando spazi potenzialmente attaccabili.

A questo proposito, per fare maggiore chiarezza, è utile ripescare alcune parole datate 2013 di Roman Grill, agente di Lahm al tempo in cui Guardiola era manager del Bayern, e più precisamente nel periodo in cui stava sperimentando Rafinha e Alaba in una posizione più accentrata: «Si capisce quello che vuole ottenere», disse Grill in riferimento al catalano. «Vuole controllare il centro del campo ed avere la superiorità sia numerica che nel possesso palla in quella zona fondamentale; in questo modo riesce anche ad attaccare meglio sulle fasce, lasciando un solo uomo sulla linea laterale per giocarsi l’uno contro uno». Traslando il concetto in chiave City è sufficiente pensare a quante volte Sané e Sterling creano situazioni di vantaggio saltando un solo avversario per capire quanto sia vincente la strategia di Pep: sovraccaricare il centro per avere un vantaggio dalle fasce, o viceversa sovraccaricare le fasce per avere un vantaggio al centro. Affinché tutto questo sia possibile, per tornare al punto, è necessaria la partecipazione attiva dei terzini. Per rendere l’idea: Walker e Delph, con compagni come Silva e De Bruyne a centrocampo, giocano una media di circa 72 palloni ogni 90′; Kolarov, conclamato regista occulto della Roma, fatica ad arrivare ai 60. La facilità con cui i terzini titolari di Guardiola si vestono da mezzali aggiunte è la ragione principale per la quale Danilo, uno degli acquisti milionari dello scorso mercato, non ha ancora trovato spazio. Il brasiliano, nei circa mille minuti giocati sin qui, non è andato oltre ai 55 passaggi ogni 90′ in media: un valore nettamente inferiore rispetto a quello dei compagni, ed una differenza che evidenzia la sua difficoltà nell’assimilare le richieste dell’allenatore. Sull’out di sinistra Pep preferisce di gran lunga un centrocampista adattato come Delph, che comunque ha doti difensive più che valide (qualità nel tackle su tutti) ed è preziosissimo sia nella metà campo difensiva che in quella offensiva – come in questo caso.

Una delle tante situazioni di gioco in cui il City costruisce da dietro partendo da cinque uomini più Ederson: il portiere può scegliere tra i centrali (molto larghi), il mediano e i due terzini in veste di mezzali. In questo caso si appoggia proprio a Delph, che a sua volta prima innesca la risalita e poi va ad appoggiarla in posizione più avanzata. La squadra sceglie di appoggiarsi su un lato: sfruttando il dribbling di Sané riesce a concentrare su una porzione di campo relativamente ristretta ben sette giocatori del Tottenham. Che, però, devono tenere d’occhio soltanto tre avversari

Da questo frammento emerge la differenza più caratteristica del rapporto tra Delph e Walker, due giocatori che si contrappongono sia per struttura fisica che per trascorsi tattici. Il primo è un centrocampista polivalente, il secondo un esterno che non ha mai giocato altrove. Ne deriva che le tendenze che li guidano sul campo oltre alle indicazioni di Pep non siano le stesse, anzi: secondo le heatmaps Walker tende a muoversi più sul corridoio esterno rispetto a Delph, che è invece quello più considerato quando si tratta di ricevere il primo appoggio dai difensori o dal portiere, e quindi agisce più centralmente. A Delph mancano lo scatto e l’accelerazione, qualità che invece abbondano nel profilo di Walker: da qui i cinque assist dell’ex Tottenham, quasi tutti cross bassi dalla destra, contro il solo passaggio vincente servito da Delph. Viceversa, difficilmente vedremo Walker esibirsi in un cambio di gioco come questo, o di conquistare una punizione al limite dell’area avversaria dopo un gioco di gambe di questo tipo. A prescindere dalle motivazioni vere e proprie, che ci sono e che riconosciamo, è curioso vedere ai margini Danilo, nonostante sia probabilmente la più calzante via di mezzo tra i due. In sostegno alla scelta di Guardiola di puntare su Delph in sostituzione di Mendy è accorso in tempi recenti il Telegraph, che ha offerto una chiave di lettura interessante: «Guardiola vuole sempre che i terzini convergano verso l’interno […]; una disposizione che risulta naturale a uno come Delph, che peraltro ha già stabilito una discreta intesa con i compagni del reparto offensivo».

Parlare nello specifico di Walker, il più continuo sin qui per rendimento, è utile per chiarire definitivamente il discorso sulla rilevanza delle qualità fisico-atletiche. Prendendo in considerazione le annate al Tottenham, sia quelle di Redknapp, Villas-Boas e Sherwood in cui giocava laterale di una difesa a quattro, sia quelle sotto Pochettino in cui faceva l’esterno a tutto campo, era già evidente come il suo profilo fosse pronto a calarsi in una realtà come quella del City di Guardiola. Scegliendo la strada di Manchester Walker si è perfezionato, cambiando poco ma in modo mirato del suo stile di gioco. Oggi la sua precisione nei passaggi (88%) è una delle più alte tra quelle dei terzini titolari degli altri club di Premier, e crea un divario tra l’ex Tottenham e gli altri che è incrementato anche dalla difficoltà dei passaggi tentati (la cui gittata media è di 17 metri). Sino ad ora il rischio che la sua contribuzione sfrenata alla fase offensiva potesse avere delle conseguenze negative in quella di copertura è stato scongiurato grazie al suo senso della posizione e alla sua maturità, ma anche alle sue straordinarie doti di recupero nel lungo. E se a tutto questo si aggiunge la sua forza fisica e una percentuale di duelli vinti vicina al 65%, il risultato è quello di un laterale a cui allo stato attuale non si potrebbe chiedere di meglio.

Il video qua sopra, prodotto da Tactics Explained, illustra accuratamente i meccanismi di posizionamento in fase di prima costruzione dei due blocchi di cinque del City, con particolare attenzione a quello difensivo. Inutile sottolineare come i terzini vi siano coinvolti in prima persona, sia che la linea sia inizialmente schierata a tre sia che si disponga a quattro. Oltretutto, come si è detto in altre occasioni, i due concetti sono molto fluidi: a volte ad esempio è capitato che il City partisse sì con un 4-1-4-1, ma che Delph andasse a giocare al fianco di Fernandinho lasciando alle sue spalle una linea di tre formata dalle scalature verso sinistra di Otamendi, Stones e Walker. L’importante, specifica Alex Stewart che del video è l’autore, è «che vengano a formarsi i due blocchi di cinque giocatori ciascuno». E, considerando questa premessa, è evidente come il modo in cui i terzini si muovono e i compiti che gli sono assegnati rappresentino un elemento di grande originalità nello scacchiere di Guardiola.