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Una notte di Nba a Londra

Sixers contro Celtics per gli Nba Global Games: perché è davvero uno spettacolo globale – e perché, ad ora, la lega preferisce l'Inghilterra.

Di Claudio Pellecchia

È la quarta volta, nel corso dell’ultimo anno, che vengo a Londra. E, pur sforzandomi, non sono ancora riuscito a trovare qualcosa che me la faccia apprezzare del tutto. Credevo che stavolta sarebbe stato diverso, che il rumoroso e colorato carrozzone della Nba sarebbe riuscito a rendere più vivo il grigio predominante da queste parti: invece tutto continua a sembrarmi uguale a se stesso, o forse sono io ad aver esagerato con le aspettative. Fin dai primi passi in aeroporto cerco, senza successo, qualcosa che rimandi alla partita tra Boston Celtics e Philadelphia 76ers (l’ottava gara di regular season nella capitale inglese dal 2011, in 34 anni di Global Games e nel venticinquesimo anniversario di una gara Nba giocata a Londra): nessun cartellone, nessuna gigantografia dei giocatori a grandezza naturale, nessuna promozione sui display di arrivi e partenze e appena qualche riga dedicata a un Q&A con Kyrie Irving (di spalla ad un pezzo a tutta pagina sul perché le freccette dovrebbero diventare disciplina olimpica) sulla free press all’entrata della metropolitana. Non va certo meglio nella city: non sapessi di stare per vivere la mia prima da inviato per raccontare della lega che sogno da bambino, finirei per essere risucchiato anche io nella schematica ripetitività di un giovedì qualunque, di un gennaio qualunque, in mezzo a tutta quella gente che osservo dal finestrino del mio autobus e che mi sembra totalmente disinteressata a tutto ciò che la circonda, figuriamoci a una partita di basket. Se, come dicono oggi ai corsi di advanced marketing, “si compra l’esperienza e non solo il prodotto”, l’inizio è quanto meno rivedibile.

Chiedersi “ma perché proprio qui?” è inevitabile, cominciare a darsi delle risposte lo è altrettanto: Londra è, probabilmente, la città cosmopolita per eccellenza. L’ideale per la lega globale e globalizzata (125mila store ufficiali, quasi un miliardo e mezzo di followers tra i vari social network, la presenza, tra programmi di diffusione del marchio e iniziative benefiche, in 215 paesi) che, nella stagione 2017/18, conta circa 108 giocatori non americani provenienti da 42 nazioni diverse: dettaglio non secondario in un momento storico in cui gli ultra-nazionalismi sembrano essere tornati a dominare la scena politica e a pochi mesi di distanza dall’ennesimo atto della protesta degli atleti dello sport americano contro Donald Trump, in occasione della gara Nfl tra Baltimore Ravens e Jacksonville Jaguars disputatasi allo stadio di Wembley.

Boston Celtics v Philadelphia 76ers

E poi, naturalmente, c’è l’aspetto logistico-commerciale che il commissioner Adam Silver sottolineò già nel 2016: «Questa città è speciale prima di tutto per il rapporto che abbiamo con AEG, la società che gestisce la O2 Arena. Ci conosciamo da un po’, sappiamo bene cosa uno vuole dall’altro. Quest’arena è davvero unica, soddisfa tutti i requisiti necessari per ospitare una partita di regular season. Poi Londra, da un punto di vista logistico, è un posto dove si riesce ad arrivare molto facilmente dagli States. E penso che, da un punto di vista culturale, le nostre squadre siano sempre molto soddisfatte di venire in Europa. Ritengo questa esperienza una sorta di piattaforma di lancio per portare altre partite da questo lato dell’Atlantico». È sempre una questione d’affari: nel 2017 il Financial Times riprese alcune dichiarazioni in cui lo stesso Silver ribadì come «il valore dei contenuti sportivi sta diventando molto più alto rispetto a quello di altri tipi di intrattenimento. Si tratta dell’investimento attualmente più sicuro se si vuole creare uno show di successo».

Ed eccola, effettivamente, la O2 Arena. È impossibile non notarla uscendo da North Greenwich Station: moderna, funzionale, futurista, un’ astronave più che un palazzetto, illuminata a giorno per risaltare ancor di più nella classica nebbiolina serale londinese. Percorrendo la main road verso l’entrata principale un paio di cartelloni informano gli avventori meno esperti sui giocatori da tenere d’occhio: Irving, Brown, Tatum, Baynes e Horford da una parte, Embiid, Saric, Simmons, Fultz e Redick dall’altra. Consigli di cui non ha bisogno Jamie, 13 anni, accompagnato dal padre che mi confessa: «Non ho mai visto una partita di basket in vita mia, ma voglio capire cosa spinge mio figlio a restare sveglio fino a tardi anche quando il giorno dopo ha scuola». Più la palla a due si avvicina più il contesto comincia ad assomigliare a quello che avevo in mente: lunghe code agli store, musica a tutto volume, ragazzini con indosso le canottiere di Curry, James, Westbrook, Durant, ma anche Iverson, Bryant, l’onnipresente Jordan. Pensi alla Nba e pensi a questi giocatori, la squadra di appartenenza diventa un dettaglio secondario: il campanilismo, in questo caso, assume un significato relativo, persino in una città che conta 14 squadre di calcio professionistiche e in cui i derby si susseguono con cadenza quasi domenicale.

Boston Celtics v Philadelphia 76ers

Seguire il riscaldamento da vicino mentre gli spalti vanno progressivamente riempiendosi (il colore dominante è il verde ma non mancano i tifosi dei Sixers: il Process per il quale Sam Hinkie ha sacrificato se stesso sta dando i suoi frutti, finalmente) è forse l’unico modo per comprendere davvero la natura superomistica di questi atleti: gente come Embiid, Saric, Horford, Tatum, lo stesso Simmons, non avrebbero le dimensioni adatte per muoversi con quella coordinazione a quella velocità eppure ci riescono ugualmente. Anzi, dal vivo sono ancora più veloci e più fisici (e certi contatti a centro area su chi si arrischia a provare la penetrazione sono davvero al limite del terminale) di quanto non appaiano in tv. Come dei cyborg progettati e costruiti in laboratorio cui, però, non sembra fare difetto l’empatia con il pubblico: Simmons si ferma volentieri per foto e autografi, Irving fa letteralmente impazzire un bambino regalandogli le sue scarpe, Saric non nega un cinque a nessuno.

La partita inizia quasi senza che ce ne si accorga e il copione, stavolta, è quello atteso: ritmi alti (buoni per un “All Star Game europeo” come da desiderata di Silver), pubblico coinvolto e coinvolgente che si accende ad ogni giocata in transizione che possa portare a una schiacciata (come quella, tonante, di Embiid purtroppo arrivata poco oltre il suono della sirena di fine terzo quarto), gli “ohh” di meraviglia ad accompagnare le giocate di Irving e Simmons, la ricerca quasi spasmodica del tiro da tre (fondamentale in cui si distingue, per rapidità e pulizia d’esecuzione, JJ Redick: 22 punti totali con 5/9 dall’arco, 4/5 nel solo primo tempo), l’accenno di rissa in campo per un contatto troppo duro tra Simmons e Morris, vip e altri sportivi a bordo campo (Alex Ferguson, James Pallotta, Pires, Ballack, Morata, Draxler, Bellerin, De Bruyne, Hazard, Courtois), cheerleader, mascotte danzanti, kiss cam, cheering hands, magliette sparate sugli spalti da fucili ad aria compressa e tutto quello che si impara a riconoscere dopo anni di notti in bianco. Uno show a 360 gradi di cui non sempre quel che accade sul parquet costituisce la parte principale.

Il duello tra Kyrie Irving e Ben Simmons, grandi protagonisti della serata

Eppure è come se mancasse sempre qualcosa, come se l’imitazione fosse buona ma non abbastanza. Una sensazione condivisa con Davide Chinellato, inviato della Gazzetta dello Sport: «Bisogna accettare l’idea che l’Inghilterra non ha la tradizione cestistica di Spagna o Italia e che, comunque, tutto ciò che ruota intorno alla partita, il cui livello resta comunque allineato agli standard americani, è profondamente diverso da quello che sarebbe, ad esempio, a Oklahoma City o Golden State. Il successo di pubblico, comunque, è in costante crescita e si sta avvicinando a quanto accade per la NFL: la lega football può permettersi di portare qui a Londra tre partite di regular season e vedere i biglietti andare sold out in meno di un’ora. La Nba sta facendo un ottimo lavoro di promozione del suo prodotto, provando anche a legarlo al calcio locale (molti giocatori sono andati ad assistere all’incontro di League Cup tra Arsenal e Chelsea, ndr), ma siamo ancora distanti da quel livello». Un paradosso significativo: lo sport americano per eccellenza, difficilmente duplicabile in altri contesti, che esercita una presa maggiore rispetto ad uno molto più diffuso e globale come il basket.

Alla fine vincono i Celtics 114-103, rimontando da meno 22 grazie al solito Irving (20 punti, 6 rimbalzi, 7 assist e l’urlo “MVP, MVP!” ad accompagnarlo ad ogni viaggio in lunetta) e alla verve di Tatum, Brown e Rozier. Dopo aver ascoltato le risposte, parzialmente preconfezionate, dei protagonisti in conferenza stampa e aver provato inutilmente a far firmare una maglietta a un Ben Simmons marcato più strettamente dai corpulenti uomini della sicurezza piuttosto che dalla frontline dei Celtics, mi unisco alla folla che defluisce ordinatamente dall’arena. Istintivamente cerco il padre di Jamie: vorrei chiedergli se ha capito perché il figlio trovi così speciale tutto questo. Ma la risposta, forse, è già intorno a me: la gente va via soddisfatta, ma senza quel luccichio negli occhi di chi ha assistito a qualcosa di davvero unico e che aspettava da tanto tempo. Quello che, per intenderci, credo di avere io dopo aver visto la mia prima partita Nba dal vivo. Probabilmente, è anche una questione d’abitudine: la Nba qui è diventato un appuntamento fisso, quasi normale. Che sia necessario, quindi, un’alternanza tra le principali capitali europee per poter vivere pienamente la “vera” esperienza del basket a stelle e strisce? Per questo, prima di riprendere la metropolitana, non posso fare a meno di ripensare alle parole di Silver in conferenza stampa sulla possibilità di una prossima gara di regular season a Parigi: «In termini di logistica non sarebbe poi così diverso da Londra. Abbiamo una fanbase molto forte in Francia e tutti conoscete lo stato dell’arte dell’arena di Bercy dove ha già operato AEG, il nostro riferimento qui in Europa. Non a caso, prima di questa conferenza, abbiamo discusso un po’ con loro sulla possibilità di andare a giocare lì nel prossimo futuro». Forse sarà diverso. O forse no. Di sicuro proverò ad esserci anche lì.