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I migliori cori pop della Premier League

Dai Joy Division a Simon and Garfunkel, abbiamo recensito le migliori dieci canzoni sentite negli stadi inglesi.

Di Davide Coppo

Sono entrato per la prima volta in curva sud a San Siro a 14 anni. Ne sono uscito per l’ultima volta 14 anni dopo. Sono stati anni importanti, formativi, e certamente divertenti. Smisi per diverse ragioni, che si possono riassumere in una generale e graduale perdita di intensità: sportiva – il Milan, nell’era post-Ancelotti, iniziò un declino non ancora finito nonostante la nuova proprietà –, ambientale – cambiarono gli attori principali che animavano la curva, cambiarono i gruppi, cambiò il colore politico –, e legata al divertimento – un clima meno spensierato, spalti vuoti, poca voglia di trovare un senso a una domenica di dicembre, gennaio, febbraio da passare al freddo. I momenti più memorabili, in 14 anni di “curva”, non sono legati alle vittorie, ma all’atmosfera delle vittorie. Il principale ingrediente dell’atmosfera, per una curva, è il suono: sono i fischi di paura, le urla di liberazione, e le canzoni, sopratutto le canzoni.

Nei primi mesi di gennaio un tifoso del Liverpool di Cork («il più grande tifoso del Liverpool di Cork», ha detto lui) ha caricato un video su Youtube in cui proponeva un coro alla Kop – la curva di Anfield – sulla cessione di Philippe Coutinho al Barcellona e la consolazione, diciamo così, di avere ancora un grande tridente offensivo composto da Mohammed Salah, Sadio Mané e Roberto Firmino. Il coro è basato su “Sugar, Sugar” dei The Archies ed è diventato virale – io l’ho canticchiato per tutto il weekend – e mi ha fatto pensare a quando il pop entra nelle curve e si trasforma in una nuova canzone – più scema, più epica, comunque diversa – che chiamiamo generalmente “coro”.

Naturalmente, lo zenit dell’incontro tra l’inventiva “da stadio” e la cultura pop si raggiunge in una sola lega al mondo, vale a dire la Premier League. Ho passato una mattinata a trovare le migliori dieci fusioni tra canzoni-che-hanno-fatto-la-storia e cultura on the terraces, le ho riunite qui in una playlist, e ne ho parlato con Giulia Cavaliere, un’autrice che si occupa molto spesso e molto bene di musica popolare.

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Liverpool (tbd) – “Salah Mané Firmino”

Ⓤ: Insomma, la canzone in questione è questa. Ancora – mentre scrivo – non è stata adottata dalla Kop, e non so se verrà mai adottata. Secondo me sarebbe perfetta: può andare in loop, i nomi dei giocatori suonano bene, e c’è il “doo doo doo doo”, che è una specie di umami dei cori inglesi. Che ne pensi, per iniziare?

GC: Ho visto il video e ho riso moltissimo, penso che allo stadio potrebbe veramente funzionare. Il video tira fuori tutta una dolcezza fortissima e appassionata: ho pensato, guardando il ragazzo cantare un po’ stonato, incapace di riprodurre correttamente le pause del pezzo in assenza di musica, che il fatto che stesse cantando una canzone intitolata “Sugar, Sugar” fosse in qualche modo profetico. Il pezzo è una hit storica, un vero caso della musica pop – visto che la cantava un gruppo immaginario basato su un cartone animato degli anni ’60 – per cui sono d’accordo, si presta moltissimo: è corale, eterna, positiva.

Liverpool – “Maxi Rodriguez Runs Down the Wing for Me”

Ⓤ: Dopodiché proseguirei con “Maxi Rodriguez Runs Down the Wing for Me”, un coro molto sottovalutato ma secondo me molto bello. La scelta della base è originale: è “Heartbeat” di Buddy Holly e dice: «Heartbeat, why do you miss when my baby kisses me?». Mi sembra molto tenera, e la curva del Liverpool è capace di vocalizzarla in modo molto, direi, sinuoso. Anche qui c’è un ottimo “doo doo doo”.

GC: Ti confesso che non riesco a smettere di provare tenerezza e affetto al limite della commozione nel sentire cantare da tutta questa gente, davanti alla propria squadra, questa variante di una love song così bella. Una canzone americana, certamente, tuttavia nel vedere questi tifosi cimentarsi nell’adattamento io ritrovo una delle cose che amo di più della cultura britannica: il fatto che la musica sia un elemento così presente, così vivo nella vita di chiunque, qualcosa di valorizzato, per tutti e di tutti, mai e poi mai solo per cultori. Certo, certo, ci sono altri cori a potercelo dimostrare, ma se sento e guardo cantare questo, il sentimento è molto forte: quindi sì, direi che funziona moltissimo.

Manchester United – “Giggs Will Tear You Apart”

Ⓤ: Ryan Giggs è stato un attaccante gallese molto forte e veloce. Ha giocato per il Manchester United per 24 stagioni, ed è il giocatore più vincente della storia del calcio inglese. Ora, Ian Curtis tifava Manchester City, e non United, ma qui la scelta della canzone, abbinata alla velocità del protagonista capace di “fare a pezzi le difese avversarie”, mi sembra molto felice. Poi qui c’è un video in cui c’è anche la base sotto.

GC: Vale davvero il discorso che ti facevo poco su, “Love Will Tear Us Apart” cantata in uno stadio, cantata dai tifosi della sua Manchester, dice veramente molte cose sul modo di far propria la musica – tutta la musica – proprio di questi signori d’Albione, eppure, per qualche ragione, sento il coro funzionare un po’ meno: è un complimento al brano, che riesce a mantenere qualcosa di cupo e magicamente algido anche in una situazione così strutturalmente vitale come quella di una partita di calcio.

Manchester City – “Yaya/Kolo Touré”

Ⓤ: Questa è molto diversa: la base è “No Limit” dei 2 Unlimited, un gruppo eurodance olandese degli anni Novanta. È una base davvero tamarra, e il coro è il più tamarro di tutta questa lista. Forse un po’ troppo ignorante per i miei gusti. Yaya e Kolo Touré sono due fratelli e a un certo punto hanno giocato insieme al Manchester City. Da qui è nata questa canzone. Dimenticavo: come si può vedere dal video la canzone è abbinata a un balletto da deficienti, insomma, mi incuriosisce ma mi ricorda un po’ troppo Ayia Napa e altri inferni in terra creati dagli inglesi.

GC: Di base si potrebbe liquidare come terribile eppure, sebbene la canzone scelta rappresenti il lato peggiore di certa dance anni ’90 – per cui nutro, in ogni caso, un bene infantile e istintivo – qui c’è qualcosa che mi stuzzica. Quello che mi colpisce è, paradossalmente, proprio la rivisitazione abbinata al balletto, due cose che separate sono orribili ma insieme mi sembrano dare vita a una specie di danza tribale, un rito.

Everton – “Can’t Buy You Stones”

Ⓤ: Qui so di prenderti per la gola: John Stones nell’estate del 2015 è un giovane forte difensore dell’Everton, la “seconda” squadra di Liverpool. È corteggiato dalle più ricche squadri inglesi e i tifosi dell’Everton si sono inventati questa versione qui dei Beatles. Evidentemente l’Everton non gli ha comprato nessun anello di diamanti, perché Stones è andato al Manchester City per 60 milioni di euro. Bonus: l’allora allenatore dell’Everton, Roberto Martinez, ha confessato di averla canticchiata molto.

GC: Questa, fino a ora, le batte tutte. Non solo perché si tratta dei Beatles e con i Beatles si batte sempre tutto ma perché il significato è perfetto: i soldi non possono comprare Stones, insomma: Stones che, nella rivisitazione, sostituisce Love, quindi Stones = Love. Non c’è altro da dire, stiamo parlando di Liverpool e dei Beatles, anche se recentemente sono stata in città e ho capito che nessun beatlesiano vero tifa Everton.

Leicester – “Here’s to You Danny Drinkwater”

Ⓤ: “Mrs. Robinson” è una delle mie canzoni preferite di sempre, e quindi qui va dato grande merito ai tifosi del Leicester per aver fatto una scelta originale. Non mi convince il risultato finale, forse la metrica di “Danny Drinkwater” non ricalca bene “Mrs. Robinson”, forse è difficile da cantare in gruppo, forse a Leicester non sono molto bravi, forse potevano aggiungerci un verso in più, ma mi lascia un po’ soddisfatto a metà. Un’occasione sprecata, per me.

GC: Ti dico come la vedo io: la forza straordinaria di Mrs. Robinson sta in quel suo essere filastrocchesca, rotonda, tutta allitterante – cosa di cui è principe il passaggi Koo-koo-ka-choo, Mrs. Robinson, per intenderci. E poi tutti quei de de de de de dede e hey hey hey: qua si perde tutto. Il pezzo è reso in modo spigoloso, perde la sua muscolatura e ne vedo quindi la pelle ma non il movimento. Peccato, sì.

Arsenal – “One Nil To the Arsenal”

Ⓤ: “Go West” è una delle canzoni più cantate negli stadi di tutta Europa (in Italia si traduce con “Alé / Rossoneri Alé”, per usare i colori che ho tifato per tutta la vita), ed è una bella cosa, per me: i Pet Shop Boys sono una delle mie band preferite, il testo è strano e ambiguo, il fatto che un posto perennemente a rischio populismi come lo stadio canti una cosa scritta da due omosessuali è bello. “Uno a zero per l’Arsenal” era una rivendicazione, da parte dei tifosi dell’Arsenal, di un periodo in cui vincevano sempre uno a zero. Un risultato davvero da stronzi, il minimo necessario: non solo vi abbiamo battuti, ma vi abbiamo battuti con lo scarto minimo necessario. Una cosa molto arrogantemente British, per me e, per quanto sia una melodia molto comune, un grande classico.

GC: Ti correggo, il pezzo è dei Village People, inciso originariamente nel 1979 da un’altra band icona gay, insomma, per cui il tuo discorso resta. Mi commuove da sempre questa canzone, mi ricordo persino la prima volta che l’ho ascoltata: i Pet Shop Boys sono anche tra i miei preferiti, perfetti per impadronirsi di questo pezzo, levargli l’aura disco e metterci quella della Guerra fredda e immalinconirla ancora un po’. C’è il verbo andare, per cui allo stadio va sempre bene, se ci aggiungi che la progressione del brano è quella del Canone di Pachelbel hai fatto tutto: il canone è la struttura compositiva perfetta per il coro da stadio.

Crystal Palace – “Yohan Cabaye”

Ⓤ: L’ho chiamata solo con il nome del giocatore perché gli ultimi versi dicono solo quello, ma in realtà è una “cover” di “Because I Got High” di Afroman. È piuttosto complessa e la realizzazione dei tifosi del Palace (una delle squadre con il nome più bello del mondo, se ci pensi) è molto valida. C’è il “doo doo doo” quindi un punto in più. La base scelta è davvero scema, quindi per me un sacco di punti in più.

GC: Sì, Crystal Palace è un nome pazzesco e questo adattamento è eccezionale: sono bravissimi, c’è quel passaggio che da fare tutti insieme, con le voci compatte senza perdersi è per nulla semplice, sono colpita.

Arsenal – “Nananana Giroud”

Ⓤ: Anche qui un titolo difficile. I tifosi dell’Arsenal sono molto semplici ma molto raffinati, e dopo “Go West” hanno scelto “Hey Jude” per Oliveri Giroud, attaccante francese. Semplice ed efficace e con un crescendo che non stanca anche dopo un bel po’ di minuti.

GC: Il finale di Hey Jude, penso spesso, è stato scritto apposta per essere cantato ad libitum, si presta in modo perfetto alla dimensione corale, sia negli stadi in cui Paul McCartney ancora usa cantarla in chiusura dei suoi live, sia, perché no, negli stessi stadi durante una partita. Classica e impeccabile, vale come uno smoking: non puoi dirle nulla.

Torino – “Sembra Impossibile”

Ⓤ: Bonus track italiana. “Sloop John B” – per me la miglior canzone dei Beach Boys – viene usata anche in molti stadi inglesi in modo semplice – «I wanna go home» dopo aver perso in trasferta – ma credo che la versione dei tifosi del Torino sia uno dei migliori cori che ci sono negli stadi italiani. C’è una certa melanconia nel testo, c’è un uomo diviso tra amore e maledizione «voglio andar via di qua / ma non resisto lontano da te».

GC: La mia squadra del cuore, la squadra per me più bella, importante, romantica, viva, eterna d’Italia canta una delle più belle canzoni mai composte, o meglio riesumate e ristrutturate in pochissime ore, da uno dei migliori compositori pop della storia del mondo e dovrei stupirmi? Non mi stupisco ma, anzi, posso dirti che questo coro lo conosco bene e mi commuove sempre molto. Il Torino ha una vera storia di cultura e passione, anche una storia, qui lo sanno tutti, di tragedia e dramma, chi più del Torino è il Brian Wilson del calcio italiano?