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Il Super Bowl della politica

Perché il Super Bowl 2018 è il più divisivo di sempre, e come siamo arrivati a questo punto?

Di Claudio Pellecchia

L’idea di Jorge Luis Borges secondo cui gli americani, in assenza di radici sociali e culturali che li legassero alla terra in cui dimorano, abbiano avuto bisogno di (ri)crearsi un’epica storica attraverso la cinematografia e lo sport, trova conferma in quell’enorme rito collettivo che è il Super Bowl: la quarta festa nazionale dopo il Natale, il Giorno del Ringraziamento e il 4 luglio o, più semplicemente, un evento in grado di fermare un paese di oltre 300 milioni di persone. La settimana precedente somiglia molto a quella che porta all’Election Day ed è stato calcolato che se un terzo della popolazione guarda la partita in tv (senza contare chi si avvale dei media meno tradizionali), almeno la metà punta il canonico dollaro in scommesse più o meno complesse. Sono dati che stupiscono solo chi non comprende fino in fondo il legame tra gli americani e il “loro” sport per eccellenza, forse anche più di baseball e basket: in un’indagine del 2014 condotta dall’istituto Harris Pool per Espn, la NFL risultava la lega preferita per il 34% degli intervistati, con la MLB ferma al 14 e la NBA addirittura al 6. Il football, del resto, rappresenta perfettamente quell’idea di conquista del territorio che ha contraddistinto i primi anni di vita di una nazione relativamente giovane, in un “harder, better, faster, stronger” che si rinnova ciclicamente, anno dopo anno, domenica dopo domenica, da settembre a febbraio, attraverso un’espressione completa, collettiva e totalizzante dell’American way of life che non può essere replicata altrove. Come ha scritto Claudia Durastanti qualche tempo fa su queste pagine, «i nessi tra sport, successo personale e cittadinanza mi erano chiari: se volevi diventare americano giocavi a baseball, qualche volta a football e quasi mai a basket».

Per questo quando il 3 febbraio 2002 i New England Patriots vinsero il loro primo “Vince Lombardi Trophy” in occasione del Super Bowl del post 11 settembre, in una coincidenza talmente incredibile da sembrare studiata a tavolino, Michael Silk raccontò nel suo The Cultural Politics of post-9/11 American Sport come «la speranza, l’eroismo e la narrativa patriottica introdotta dal Segretario di Stato Donald Rumsfeld pervase ogni singolo attimo della partita, nel tentativo di ridefinire l’identità nazionale alla luce di una rinnovata razionalità esteriore». E il fatto che, da allora, la squadra dei “Patrioti” abbia raggiunto l’atto finale del campionato sette volte in quindici stagioni (compreso il prossimo appuntamento allo U.S. Bank Stadium di Minneapolis e fissando a quota dieci il nuovo record assoluto di partecipazioni al SB) trionfando in quattro occasioni, è solo l’ulteriore dimostrazione di come i figli prediletti del Massachussets abbiano ereditato dagli altrettanto amati (e odiati) Dallas Cowboys il ruolo di “The America’s Team”.

Ogni Super Bowl si fonda sulla ripetitività di determinati topoi sui quali si innestano gli elementi legati alla stretta attualità, sportiva e non solo. La cinquantaduesima edizione non fa eccezione (diretta su Fox Sports domenica 4 febbraio, con prepartita alle 23 e inizio a mezzanotte): ci sono i Patriots, la squadra programmata per vincere guidata da Tom Brady, il quarterback icona di quell’idea di perfezione legata a un eroe contemporaneo (riconoscimenti personali e di squadra che non si contano neanche più, sposato con la supermodella Gisele Bundchen, tre figli, un impegno attivo nel sociale) e la cui immagine è stata solo parzialmente intaccata dal Deflategate; ci sono i Philadelphia Eagles, underdogs per diritto di nascita (con tanto di maschera da pastore tedesco indossata da tifosi e giocatori a simboleggiare l’assunto), che hanno strappato dalle mani dei Minnesota Vikings lo scettro di “team of destiny” e che hanno nel quarterback di riserva Nick Foles l’eroe per caso alle prese con l’occasione della vita grazie all’infortunio della giovane stella Carson Wentz; ci sono due tifoserie passionali al limite del morboso; e c’è, naturalmente, Donald Trump, che volente o nolente sembra destinato a dominare la scena off the court.

Per The Donald sarà il secondo Super Bowl da Presidente degli Stati Uniti, il primo in cui la sua figura politica ha avuto un peso specifico rilevante nella ridefinizione dei significati extra campo dello sport che più di ogni altro rappresenta il suo popolo dal punto di vista sociale, culturale e identitario. E se già nel 2017 Adam Lee scriveva che «l’essere fan di uno sport, con le sue linee pulite e i semplici binari matematici di vincere o perdere, rappresenta un’estremizzazione del discorso politico: significa non dover mai uscire dalla tua visione, interrogare le tue convinzioni o compromettere i tuoi valori», non è difficile immaginare che le cose non siano poi cambiate di molto al termine di una stagione che, stando a Martin Rogers di Usa Today, è stata «contraddistinta da un improbabile mix di football e politica», i cui prodromi sono antecedenti alla scalata al potere dello stesso Trump.

«L’essere fan di uno sport, con le sue linee pulite e i semplici binari matematici di vincere o perdere, rappresenta un’estremizzazione del discorso politico: significa non dover mai uscire dalla tua visione, interrogare le tue convinzioni o compromettere i tuoi valori»Nell’agosto 2016, in occasione di una gara di preseason, il quarterback dei San Francisco 49ers Colin Kaepernick decide di rimanere seduto durante l’esecuzione dell’inno nazionale, per protestare contro i sempre più frequenti casi di violenza della polizia contro persone di colore. Nonostante nel post gara Kaepernick spieghi diffusamente le sue ragioni e decida, successivamente, di inginocchiarsi durante il National Anthem per non mancare di rispetto ai veterani e ai militari che combattono in giro per il mondo (come raccontato dal compagno di squadra Eric Reid in questo lungo articolo pubblicato sul New York Times), la reazione dell’opinione pubblica è violenta: il giocatore dei 49ers viene accolto ovunque dai fischi e anche il presidente Obama, pur condividendo le motivazioni alla base della protesta, dichiara di non apprezzare particolarmente le modalità della stessa. Del resto non poteva essere altrimenti: l’inno nazionale è parte integrante della vita e della quotidianità dell’americano, e ogni occasione pubblica torna buona per mostrare il rispetto a uno dei principali simboli del patriottismo a stelle e strisce. Anche per questo motivo, fatta eccezione per alcuni casi isolati, l’onda lunga del gesto di Kaepernick si esaurisce rapidamente, tanto più che il diretto interessato, alla fine della stagione 2016/17 resta senza squadra. Uno status quo che viene ribaltato lo scorso 22 settembre quando, in occasione di un comizio per supportare il senatore Luther Strange nella rielezione a governatore dell’Alabama, Trump commette il primo di una serie di autogol comunicativi:

«Non sareste contenti se uno dei proprietari della NFL, quando qualcuno non rispetta la nostra bandiera, dicesse loro: “Cacciate dal campo quel figlio di puttana, fuori. Sei licenziato, sei licenziato!”?»

«Quello che sta accadendo nella NFL è la fotografia della profonda spaccatura dell’America contemporanea, un Paese a forte connotazione democratica finito nelle mani di un personaggio che sembra mancare di ogni forma di rispetto dei diritti civili»Segue una serie rabbiosa e incontrollata di tweet, che ha come effetto quello di rinnovare il fuoco di una protesta ormai sopita e compattare le varie componenti del mondo NFL contro di lui: così, mentre il commissioner Roger Goodel dirama un comunicato in cui difende la scelta dei giocatori di manifestare liberamente il proprio dissenso, anche i proprietari delle squadre (compreso Jerry Jones, owner dei Dallas Cowboys e tra i finanziatori della campagna elettorale di Trump) si uniscono agli atleti nell’ormai celebre kneeling, in una protesta che si politicizza sempre più con il passare dei giorni. Antonio Corsa, blogger appassionato di NFL e cultura afroamericana, fotografa perfettamente la situazione quando dice che «Trump ha dato connotazioni politiche a una protesta che non ne aveva, trasformando Kaepernick in una sorta di eroe postumo e diventando l’oggetto di una contestazione che non solo non lo riguardava direttamente ma che era nata ben prima che lui diventasse presidente. Lo shock culturale è stato fortissimo, non foss’altro perché la protesta ha trovato l’appoggio anche degli atleti bianchi. E trattandosi del football e dell’inno nazionale, il risultato non poteva che essere questo».  A cambiare radicalmente è la percezione di una realtà molto più complessa di quanto possa apparire a un osservatore esterno e del ruolo sociale che un atleta riconosciuto e riconoscibile può recitare all’interno della stessa. Ne è convinto anche Giovanni Marino, vicecaporedattore di Repubblica e tra i massimi esperti italiani di football: «Quello che sta accadendo nella NFL è la fotografia della profonda spaccatura dell’America contemporanea, un Paese a forte connotazione democratica finito nelle mani di un personaggio che sembra mancare di ogni forma di rispetto dei diritti civili. Credo sia la prima volta che i giocatori siano così compatti nel protestare contro l’ordine costituito e questo ha contribuito a rivalutarne l’immagine di uomini attenti solo al culto di se stessi: non più superstar superficiali e viziate, ma alfieri di una rinnovata maturità politica, sociale e intellettuale. Non è sbagliato dire che, oggi, la lega football rappresenti il modello ideale di difesa di integrazione e multiculturalismo, i pilastri su cui si è fondata la storia degli Stati Uniti».

Tuttavia se persino Tom Brady, che del presidente è amico personale, è arrivato a definire certe dichiarazioni «troppo divisive», appare chiaro come la questione vada oltre il «se siete dei sostenitori di Trump la vostra squadra è quella dei Patriots, mentre se la sua politica vi risulta indigesta come un cheeseburger andato a male non potete che fare il tifo per gli Eagles» di Rogers. Lo spiega Matteo Meschi, collaboratore di Fansided: «Quello di Trump con la NFL è uno dei rapporti più controversi che si siano mai visti tra un capo di stato e una lega professionistica. E se è sostanzialmente corretto identificare nei Patriots la franchigia più vicina all’attuale corrente politica di riferimento degli Stati Uniti, lo è altrettanto ricordare come persino loro stiano avendo non pochi problemi con la fanbase a causa di Trump. Un’inchiesta pubblicata su The Undefeated ha rivelato come la relazione di amicizia tra il proprietario Robert Kraft, coach Bill Belichick e Tom Brady, con un presidente dalle idee così controverse abbia creato non poco disagio tra i tifosi, soprattutto quelli di colore». Di fatto i Patriots, a differenza degli scanzonati Eagles, si sono trovati a dover costantemente salvaguardare la propria immagine nei confronti di entrambe le fazioni, come in occasione della rituale visita alla Casa Bianca riservata alle squadre campioni: a differenza di quanto accaduto per i Golden State Warriors della NBA, il boicottaggio è stato parziale (mancavano una trentina di giocatori, Brady compreso) e comunque “bilanciato” dalla replica dell’anello del titolo che Kraft ha voluto regalare a Trump. Un gesto simbolico e significativo, che l’entourage presidenziale non ha mancato di sottolineare con entusiasmo per ribadire una certa posizione di forza. Circostanza che non sorprende Giovanni Marino: «Trump non è nuovo a certe cose. Già qualche tempo fa ha usato a proprio vantaggio il dato relativo al calo dello share televisivo durante le partite, cercando di far passare il messaggio che gli americani si stessero allontanando dal football a causa della presunta mancanza di rispetto rappresentata dal kneeling. Ma è evidente che le cause di una simile circostanza non possano essere unicamente ricondotte a questa particolare forma di protesta dei giocatori».

E adesso? Possibile che lo scenario muti in relazione al nome della prossima squadra campione? Siraj Hashmi sul Wahington Examiner ha scritto che «dovessero vincere i Patriots quasi certamente andranno di nuovo alla Casa Bianca e Trump riceverà un’altra maglia celebrativa. Non sarebbe comunque necessariamente la fine della sua disputa con la NFL: Trump potrebbe tranquillamente continuare a insultare su Twitter Goodell e i giocatori. Così come non abbiamo certezze sul fatto che gli Eagles accetterebbero l’invito del presidente in caso di vittoria». Una linea che trova d’accordo Antonio Corsa: «È uno scenario plausibile. Che vincano gli Eagles o i Patriots dipenderà sempre e comunque da Trump e dal suo modo di porsi in relazione a certe questioni: sarebbe capacissimo di invitare la squadra campione con un tweet e di complicare l’assunto con quello successivo. È un problema di approccio più che di simpatia o antipatia per il personaggio: con Obama la questione non si sarebbe nemmeno posta perché si trattava di un presidente che, in certe situazioni, preferiva la diplomazia allo scontro frontale. In una situazione analoga, la differenza tra quello che è accaduto con l’uno e quello che sta accadendo con l’altro è evidente».

Fenomeno di costume, evento di massa, aggregatore sociale, catalizzatore di tensioni troppo impellenti per essere ignorate; oppure, più prosaicamente, una banale questione di yards da guadagnare o da difendere, di passaggi che arrivano o meno con il tempo giusto, di movimenti effettuati con mezzo secondo d’anticipo o di ritardo. Ancora una volta il Super Bowl rappresenta tutto e forse niente, in un’America da un anno e mezzo alla ricerca di una nuova identità e che sembra trovare l’unico conforto nell’ancestrale bisogno di schierarsi, come se tutto potesse essere ridotto nella banalizzazione di vittoria e sconfitta, di bianco o nero, di Patriots o di Eagles, di Trump o anti Trump. Più che metafora della vita, lo sport appare come un surrogato della stessa, in attesa di capire che direzione prendere. «Perché ogni maledetta domenica o si vince o si perde. Resta da vedere se si vince o si perde da uomini», oppure da presidenti.

 

Immagini Getty Images