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La Juventus deve temere il Tottenham?

Su cosa stare in guardia, e su quali punti deboli insistere contro gli Spurs, in uno degli ottavi di Champions più interessanti.

Di Alessandro Cappelli

Il disordine del Tottenham, in sofferenza contro un Arsenal alla ricerca del pari negli ultimi minuti del North London derby, ha convinto il telecronista di Sky a proiettarsi direttamente alla sfida di martedì in Champions League tra Juventus e Spurs. «Il Tottenham ha mostrato tutto il suo potenziale oggi dominando la partita, ma in questo finale sta mettendo a nudo tutte le sue debolezze», sottolineando come praticamente in ogni partita la formazione allenata da Pochettino sia in grado di dare segnali molto contrastanti. Così, anche a due mesi dal sorteggio di Nyon, stabilire se ai bianconeri sia toccato un sorteggio fortunato o sfortunato – c’era la possibilità di pescare corazzate come il Man City o il Psg, o il più morbido Besiktas – è un compito ingrato, principalmente per due motivi. Da una parte c’è il dna camaleontico della squadra di Allegri, la capacità di adattarsi e adeguarsi a qualsiasi situazione di gioco: non necessariamente la Juve ha un avversario-tipo che preferisce affrontare, e uno contro il quale preferisce non giocare. Dall’altra, il Tottenham ha una formazione in grado di fare risultato contro chiunque, competitiva a tutti i livelli per qualità e potenziale, che però allo stesso tempo, rispetto ai bianconeri, ha un deficit sensibile in termini di esperienza e di know-how in un contesto come gli ottavi di finale di Champions League.

Gli Spurs arrivano all’Allianz Stadium in un buon momento, con 7 punti conquistati nelle ultime tre giornate di Premier League, affrontando Manchester United, Liverpool e Arsenal. Tre sfide esaltanti che hanno restituito l’immagine di un Tottenham in ripresa dopo un periodo non brillante, in cui si era visto anche un imbarazzante pareggio contro il Newport (quarta divisione) in FA Cup: risultato che è costato il replay, quindi 90 minuti in più nelle gambe. L’ultima sconfitta risale a metà dicembre, contro il Manchester City, un piccolo passo falso in un mese che fin qui ha rappresentato lo zenit, per prestazioni e risultati, della stagione: sei vittorie in sette partite tra il 6 dicembre e il 2 gennaio, con 21 gol segnati (una media di 3 a partita) e 7 subiti (di cui 4 solo dai Citizens).

Se la condizione fisica e mentale può essere un punto a favore per la formazione del Nord di Londra, le caratteristiche degli attaccanti in maglia Spurs non aiutano Pochettino a preparare la partita contro l’organizzazione difensiva bianconera. Il Tottenham ama giocare in ampi spazi in attacco, per valorizzare al massimo l’atletismo e le doti di inserimento dei suoi trequartisti. Ma va in difficoltà contro difese che aspettano basse e compatte facendo densità al limite dell’area. Il discorso si può allargare anche al ruolo dei terzini, efficaci offensivamente se arrivano in sovrapposizione, molto meno se devono attaccare in situazione statica: dei quattro disponibili in rosa, solo Danny Rose (non necessariamente titolare allo Stadium) completa più di 0,5 dribbling a partita. La fotografia migliore di questa condizione la danno gli 8 tiri per gara, circa la metà delle conclusioni totali, da oltre la linea dei 16 metri, sintomo di un problema irrisolto quando si tratta di assaltare il fortino avversario. In una partita d’andata in casa – per la Juventus – che porta con sé un solo diktat – non subire gol –, Allegri potrebbe schierare una squadra con baricentro molto basso, compatta come una testuggine nella propria metà campo per non dare aria alla manovra degli Spurs, affidandosi poi all’estro e ai colpi dei suoi attaccanti in fase offensiva.

Poi, da fuori area si possono segnare anche gol così

Curiosamente però, nell’altra metà campo, la nota stonata del Tottenham sono proprio i tiri concessi dall’interno dell’area di rigore: addirittura il 62% del totale. Alla vigilia della sfida con il Liverpool Danny Hgginbotham negli studi di Sky Sport aveva suggerito una situazione di gioco che avrebbe potuto mettere in difficoltà la difesa di Pochettino. L’ex difensore dello Stoke City individua uno spazio alle spalle del centrocampo dove far inserire le mezzali dei Reds, dopo che i difensori centrali sono stati attirati fuori posizione da un movimento “drop”, cioè abbassandosi verso il centrocampo, del centravanti Firmino (in questo le qualità da attaccante totale di Higuaín possono dare una discreta mano ad Allegri). Quello spazio indicato da Higginbotham potrebbe diventare terreno di caccia per un centrocampista come Khedira, maestro di inserimenti senza palla partendo dall’half space di destra.

Al netto dei punti deboli (tutti ne hanno), quella che affronterà la Juventus sarà una squadra estremamente pericolosa, con un potenziale offensivo d’élite. Soprattutto, questo Tottenham ha dimostrato di essere cresciuto, maturato con l’esperienza delle ultime stagioni. Una traccia della nuova forza mentale degli Spurs si può trovare nella gestione del ritmo partita, che non deve essere tassativamente frenetico come prima. Una gestione più saggia dei momenti della partita è una chiave fondamentale per sopravvivere in una stagione da 50 o più partite: ne è una prova concreta la capacità di mantenere standard elevatissimi di rendimento su due fronti (a cui si sommano le due coppe nazionali). Un anno fa gli Spurs uscivano ai sedicesimi di Europa League contro i belgi del Gent, dopo un pallido terzo posto in un girone di Champions con Bayer Leverkusen, Monaco e Cska Mosca. In questa stagione un Tottenham più lucido e consapevole ha brillato in campo europeo, in un girone molto più complesso, conquistando 16 punti sui 18 disponibili, lasciando indietro Real Madrid e Borussia Dortmund (due squadre non proprio perfette di questi tempi, va detto). E se in campionato non dovesse riprodurre il secondo posto della scorsa stagione sarà solo per i miglioramenti delle due squadre di Manchester e di un Liverpool cresciuto ben oltre le aspettative.

Il 3-1 contro i campioni d’Europa in carica

Il Tottenahm 2017/18 è anche un prodotto del «miglior mercato della Premier League», per usare le parole di José Mourinho, quando a inizio stagione ha applaudito la scelta di Pochettino di lasciare inalterato il nucleo della rosa dell’anno precedente, per lavorare sullo sviluppo dei singoli e del collettivo. E per lavorare anche su se stesso. In un articolo per Cartilage Free Captain, Jake Meador sottolinea l’evoluzione del tecnico argentino, in una versione di sé meno rigida: «Negli ultimi mesi Pochettino è diventato più flessibile, meno insistente su uno schema di gioco. Adatta i suoi principi a diversi schemi e sistemi, questo gli permette di ruotare al meglio i suoi giocatori e sfruttare le qualità di un range illimitato di giocatori. Ci sono due esempi perfetti, sono Son e Wanyama. Due che per motivi diversi prima non avevano spazio, e oggi sono pezzi importanti se non fondamentali».

In questa stagione Pochettino ha ritrovato un Son Heung-Min in forma smagliante – nel mese scorso ha segnato in 5 partite consecutive, l’unico a esserci riuscito con quella maglia insieme a Jermain Defoe – ma in un certo senso lo ha modellato, levigando ogni singolo aspetto del suo gioco. Oggi, per il tecnico argentino, Son è un’arma tattica importante vista la sua capacità di entrare in partita in molti modi diversi: può giocare sia con la palla, puntando in uno contro uno dalla posizione di trequartista di sinistra, sia senza palla, per tagliare centralmente cercando la porta, che può colpire calciando con entrambi i piedi. Il prodotto finale è che a 25 anni il sudcoreano sta giocando una stagione esaltante, forse la sua migliore, con poco più di un gol ogni due partite, e un assist ogni tre, calcolando la media su 90 minuti. Tuttavia, la minaccia portata da Son è tale perché inserita in un contesto che ne moltiplica esponenzialmente l’efficacia, grazie all’intesa con compagni di reparto complementari. In un articolo per Espn, Micheal Cox spende solo parole d’elogio per il quartetto d’archi del Tottenham. «Harry Kane, Dele Alli, Son Heung-Min e Christian Eriksen sono molto bravi individualmente, ma la loro qualità è enfatizzata dall’intesa, dal fatto che hanno tutti qualità differenti. Quando uno attira un difensore fuori posizione, l’altro attacca lo spazio creatosi». Lo schema si ripete con ripetitività fordista: Kane si abbassa o si defila allontanandosi dai centrali avversari, riceve la palla nei piedi come un dieci, e sempre come un dieci serve i compagni che si infilano negli spazi, ma nell’arco dei novanta minuti può capitare che i quattro si scambino posizioni e incarichi.

Anche come attaccante d’area Harry Kane se la cava bene

Nella sfida di martedì, per la Juventus, la difficoltà maggiore sta proprio nel trovarsi di fronte una squadra che non necessariamente gioca a memoria o legge uno spartito, ma vive di letture e improvvisazione come una jam session di imprevedibili jazzisti. Per dirla con le parole di Michael Cox: «Ci sono squadre con giocatori migliori, ma probabilmente nessuna squadra migliore nel vero senso della parola: una che unisce diversi tipi di giocatori per creare qualcosa di più della somma delle sue singole parti. Una squadra davvero eccellente il cui manager dovrebbe essere considerato all’altezza dei suoi più illustri rivali».