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La fine della classe ’87 francese

La parabola fallimentare in maglia bleu di Nasri, Benzema, Ben Arfa e Ménez.

Di Claudio Pellecchia

«Si tratta di uno dei miei ricordi più belli. Credo di non essermi mai divertito così tanto su di un campo da calcio. Eravamo fortissimi e ci trovavamo ad occhi chiusi». Samir Nasri ha ben impresso nella mente il primo momento decisivo della sua carriera. Il 15 maggio 2004, allo Stade Gaston Petit di Châteauroux si disputa la finale dell’Europeo Under 17 tra Francia e Spagna: dopo l’immediato vantaggio firmato da Kevin Costant e il pareggio a metà ripresa di Gerard Piqué, a undici minuti dalla fine è proprio di Nasri la rete che consegna il trofeo ai padroni di casa.

In quella squadra, oltre all’allora prodotto del vivaio dell’Olympique Marsiglia, giocavano anche Karim Benzema, Hatem Ben Arfa e Jérémy Ménez: tutti alfieri di quella classe ‘87 che, alla vigilia di Euro 2016, Alex Hess su FourFourTwo definì «la generazione perduta del calcio francese». Un leitmotiv che si ripropone alla vigilia di un Mondiale in cui la Francia parte con i gradi di favorita grazie all’imponente opera di ricostruzione tecnica post 2010, resa possibile dal lavoro di formazione e scouting delle accademie federali su tutti quei talenti nati a cavallo tra gli anni ‘90 e il 2000. Scrisse, infatti, Hess prima dell’ultimo torneo continentale: «Questo avrebbe dovuto essere il loro anno, ma nessuno di loro sarà lì. Se dieci anni fa, aveste detto a chiunque fosse coinvolto nel mondo del calcio transalpino che la Francia avrebbe ospitato gli Europei quest’anno, tutti sarebbero stati concordi che non poteva esserci momento migliore: nel 2016 ciascuno di questi calciatori avrebbe raggiunto il picco della propria carriera». E invece, oggi come allora, nessuno di loro farà parte del gruppo che Didier Deschamps porterà in Russia la prossima estate.

Ma come è stato possibile tutto questo? Il momento spartiacque è stato probabilmente l’Europeo del 2012. Un torneo conclusosi con una brutta eliminazione ai quarti di finale per mano della Spagna, e che ha avuto nella convocazione davanti a una commissione disciplinare di tre dei quattro fallen four la coda polemica decisiva: Nasri fu squalificato per tre incontri per via dell’esultanza contro i giornalisti seguita al suo gol del pareggio contro l’Inghilterra (il tutto sarebbe stato poi prodromico al suo addio ai Bleus dopo l’esclusione dalla lista dei 23 per Brasile 2014 e al successivo scontro verbale con il ct), Menez rimediò una giornata per atteggiamenti poco edificanti nei confronti dell’arbitro alla fine della gara contro gli spagnoli, mentre Ben Arfa ebbe un richiamo ufficiale per un acceso diverbio negli spogliatoi con uno dei manager della selezione. Benzema, invece, dopo aver ben figurato ai Mondiali brasiliani (tre gol in cinque presenze), venne escluso a tempo indeterminato dalla squadra a causa del suo coinvolgimento diretto nel “caso Valbuena”. Una situazione che, secondo il diretto interessato, perdurerà finché Deschamps sarà il ct: «Escludendomi dagli Europei ha ceduto a una parte razzista del paese. Finché ci sarà lui non avrò la possibilità di tornare in Nazionale».

Ma mentre per Benzema c’è la parziale consolazione di essere comunque protagonista nel Real Madrid campione di tutto dell’ultimo quadriennio (mantenendo i galloni della titolarità nonostante la concorrenza di gente come Higuain prima e Morata poi), Nasri, Ben Arfa e Ménez si trovano confinati, ciascuno per motivi diversi, in un limbo di astrazione ed indeterminatezza che rischia di compromettere la parte finale della carriera. Nel caso dell’ex giocatore di Arsenal e Manchester City, poi, il problema sembra essere molto più profondo soprattutto perché esula le questioni meramente tecniche: in un articolo della scorsa estate sul Guardian, Nick Ames scriveva che «l’unico aspetto di Nasri sul quale non si può dubitare è il suo talento e forse grazie a questo un domani potrà ancora essere utile, ma la sua storia racconta di ponti bruciati, occasioni sprecate e compagni di squadra esasperati dalla sua arroganza». In effetti, il loop autodistruttivo nel quale è entrato dopo il suo addio all’Arsenal nell’agosto 2011 è figlio principalmente di un carattere difficile, in cui l’egocentrismo e il principio di autoconservazione tendono a sfociare nell’incostanza e nell’inaffidabilità in campo e fuori, minando alla base le normali dinamiche di gruppo dei calciatori professionisti. E se la frase di Roberto Mancini sul pugno che voleva rifilare al francese a causa della volatilità del suo rendimento doveva essere interpretata cum grano salis e unicamente in relazione a ciò che accadeva sul terreno di gioco, Vikash Dhorasoo ha fotografato perfettamente la situazione quando ha dichiarato di sperare che «Nasri apprezzi le logiche del collettivo una volta che si sarà ritirato». Attualmente senza contratto dopo aver cambiato due squadre in altrettante stagioni (Siviglia e Antalyaspor, per un totale di 38 presenze e cinque gol complessivi dal settembre 2016) e ancora alle prese con gli strascichi di una vicenda di doping mai chiarita fino in fondo, il marsigliese non è mai riuscito ad esprimersi al massimo proprio per questo suo essere sempre eccessivamente permaloso e suscettibile alle critiche ricevute, sentendosi costantemente fuori posto in contesti non ritenuti adeguati alle sue possibilità e alternando sporadici lampi di classe purissima a scivoloni ed errori assolutamente evitabili. Premesse che, oggi, rendono molto difficile ripartire quasi da zero alla soglia dei 31 anni. 

Hatem Ben Arfa, invece, una carriera era riuscito a ricostruirsela pur tra mille difficoltà. Dopo gli alti e bassi di Newcastle e le ombre di Hull, il passaggio al Nizza (non senza qualche problema legato alle modalità e alle tempistiche del suo trasferimento) aveva restituito alla sua dimensione ideale uno dei talenti più puri degli ultimi dieci anni, in un 2015/16 da 17 gol, sei assist e 27 passaggi chiave. Il passaggio al Paris Saint-Germain sembrava essere il preludio alla definitiva affermazione ad alti livelli: e, invece, ad una prima stagione interlocutoria (32 presenze complessive e quattro reti, di cui nessuna in campionato), ha fatto seguito una prima parte di 2017/18 da incubo, stritolato dalla feroce concorrenza di Neymar e Mbappé e messo fuori rosa nonostante uno stipendio da sette milioni di euro netti. In  attesa di capire come evolverà la denuncia per mobbing presentata dal suo legale e della scadenza naturale del contratto prevista per il prossimo 30 giugno, a fine gennaio Ben Arfa ha rilasciato una significativa intervista al mensile So Foot: «Quello che vivo al Psg è molto complicato: è come se non esistessi ma devo imparare a conviverci. A un certo punto la mia vita da calciatore terminerà e potrebbero esserci eventi più difficili, come una possibile malattia. Per questo prendo questa situazione come una sorta di apprendistato in una compagnia teatrale dove tutto termina in un giorno». E dire che da maggio 2016, quando aveva confessato che c’erano 18 club di alto livello che volevano metterlo sotto contratto, non sono passati nemmeno due anni.

 

Dal Psg (così come dall’Antalyaspor di Nasri) è passato anche Jérémy Ménez, attualmente in Messico tra le fila del Club America, con cui ha trovato il primo gol in gare ufficiali poche settimane fa. Della Nazionale giovanile che vinse il torneo del 2004, il figlio della banlieu 94 di Parigi era probabilmente l’elemento più promettente e non solo per aver creato dal nulla i presupposti per il gol iniziale di Constant: pochi mesi dopo, il 22 gennaio 2005, divenne il più giovane giocatore nella storia della Ligue One a realizzare una tripletta, rifilando tre gol in sette minuti al Bordeaux. Squadra che, tra l’altro, ha ospitato la sua ultima stagione a buoni livelli in Europa dopo aver, come ha scritto ancora Hess, «speso gran parte del suo tempo in alcune delle nobili decadute dell’ultimo decennio come Monaco, Roma e Milan». Nel mezzo la già menzionata parentesi parigina, terminata in concomitanza con l’inizio della rinnovata crescita internazionale del club, quasi a dimostrazione dell’idiosincrasia a fare la differenza in contesti importanti. Ancor più significativo il come si consumò l’addio: ancora scottato dalla concorrenza di Lucas che pregiudicò la sua terza e ultima stagione al Parco dei Principi, nell’ottobre del 2014 Ménez in una sterile polemica sul fatto che «lui era lì già da qualche tempo e aveva segnato tre gol, ma era brasiliano ed era costato 40 milioni. Forse oggi al Paris Saint-Germain è meglio essere straniero». Giustificando, di fatto, quello che scrisse Allan Jiang: «Ménez ha ragione ma, allo stesso tempo, è ipocrita visto che anche la sua intera carriera è stata incostante».

«Non facevamo altro che parlare di quando avremmo giocato tutti insieme nella Nazionale maggiore e ora il sogno si sta avverando». Così disse Nasri alla vigilia di Euro 2012. Da allora sembra passata un’era geologica, e lui, Benzema, Ben Arfa e Ménez non hanno più giocato insieme un solo minuto in maglia bleu. Ed è difficile che capiti ancora, con i vari Griezmann, Mbappé, Lacazette, Fekir, Coman e Dembelé pronti a prendersi il mondo e a cancellare dai libri di storia del calcio francese la classe dell’87. La generazione perduta e mai più ritrovata.