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Il miglior esempio di Juventus

La partita di Wembley ne ha mostrato le due facce: cinismo, compattezza e qualità individuali, ma anche enormi difficoltà nel giocare un calcio proattivo.

Di Simone Torricini

Le premesse alla notte di Londra, dettate dal 2-2 della gara d’andata, erano inequivocabili: per passare il turno, la Juventus doveva vincere. Ed è in un contesto di questo tipo, in cui i margini di approccio erano limitati, che la natura della squadra di Allegri è emersa in tutta la sua evidenza. Il primo punto di rilievo della serata sulla sponda bianconera era relativo alle scelte formazione: gli undici titolari, infatti, sono stati ricalcati precisamente dalla partita di andata. Con Bernardeschi, Mandzukic e Cuadrado indisponibili, Allegri è stato costretto a riconfermare il tandem Higuaín-Dybala (con il secondo non al top della forma), ma non solo. Hanno trovato spazio anche Khedira, che allo Stadium nel duello con Dembélé era stato catastrofico, e Barzagli, nonostante il suo lato fosse zona di competenza del più veloce tra i ventidue in campo.

E così come Allegri è stato costretto dall’evenienza a prendere certe decisioni, la Juve era costretta ad attaccare. Accade raramente, e per questo lo si notava ieri più di quanto lo si nota in condizioni ordinarie. A questa necessità ha fatto coda l’approccio del Tottenham: chi si aspettava un Pochettino versione-reattiva, in protezione del vantaggio complessivo, si è dovuto ricredere fin da subito. Quella impartita dagli Spurs nei primi minuti di gara è stata una vera e propria lezione culturale: pochi club italiani – e tra questi non la Juventus – rinuncerebbero ad un calcio speculativo in condizioni simili. Ma andiamo oltre.

L’andamento del primo tempo ha insinuato il sospetto che lo stesso Allegri non attendesse un Tottenham così Tottenham, nel senso di una squadra così fedele ai propri princìpi, e quindi propositiva, al di là del momento, della serata. La sua Juventus ha provato a tenere in mano il controllo del pallone e per alcuni tratti è riuscita a farlo, ma senza andare oltre: gli spazi – ciò che conta realmente – erano sempre in mano agli Spurs. Così, se la produzione offensiva degli ospiti veniva innescata soltanto dalle giocate imprevedibili o troppo veloci per essere comprese di Douglas Costa, i quattro giocatori offensivi di Pochettino si muovevano in armonia, intercambiandosi fluidamente e creandosi in continuazione spazi a vicenda. Proprio il movimento è il presupposto teorico che sta alla base di quanto si poteva osservare sul campo: da un lato linee spaccate, in scarsa comunicazione fra loro, dall’altro linee a tratti persino difficili da distinguere; da un lato reparti limitati alla copertura della posizione, e quindi in difficoltà nel muoversi insieme nonostante le buone intenzioni, dall’altro reparti coordinati dal principio della proattività, e quindi alti e vicini l’un l’altro. In questo senso, parlando del primo tempo, la difficoltà della Juventus nel portare uomini sulla trequarti avversaria era lampante: Dybala non riusciva a fare da collante tra il centrocampo e Higuaín, e nessuno tra Matuidi e Khedira pareva in partita a sufficienza per accompagnare la risalita del campo. Viceversa, il Tottenham arrivava sempre con almeno due elementi in supporto al quartetto offensivo formato da Eriksen, Alli, Son e Kane.

A questo discorso è da aggiungere l’apporto di fatto nullo di Barzagli dalla metà campo in avanti, carattere ben noto del suo background, e un Alex Sandro in difficoltà nel partecipare alla manovra per via della pressione smodata sul suo lato esercitata da Trippier ed Eriksen. A questo proposito, in relazione all’occupazione delle fasce, è fondamentale aprire una parentesi comparativa. Quando Allegri sceglie Barzagli come terzino di destra di una difesa a quattro, pone già in partenza un limite alla sua squadra. Rinuncia in sostanza all’equilibrio su quel lato. Certo lo fa con coscienza, lo sorregge una ragione evidente: conosce Son, sa che è un attaccante in forma, potenzialmente letale se trascurato. Però è sufficiente guardare all’altro lato, all’asse Trippier-Eriksen, per comprendere le lacune di questo modello, che è un modello reattivo. Mettere un terzino come Trippier (o come Lichtsteiner) significa creare problemi alla struttura di fascia avversaria, schierare Barzagli no, e anzi, schierare Barzagli contribuisce semmai a dare a Son la possibilità di tirare il fiato più spesso.

Il provvisorio vantaggio degli Spurs

Nei 90′ di Wembley scegliere Barzagli è stato controproducente, anche perché sia nel primo che nel secondo tempo (oltre ad aver segnato la rete del vantaggio) Son è stato con Kane il più pericoloso tra i suoi. La difficoltà dei difensori della Juventus nel leggere i movimenti della coppia (e di Alli), e quella dei centrocampisti nel seguire Eriksen e gestire Dembélé, sono state le ragioni principali del dominio Spurs nella prima ora di gioco. Allegri, che predicava un gioco meno standard del solito, stava finendo per ottenerne uno ancora più elementare. E se è vero che l’entrata di Vertonghen su Douglas Costa era da rigore senza se e senza ma, dall’altro va ricordato anche che l’intuizione dell’11 bianconero è stata praticamente l’unico highlight ospite della prima frazione. Che fra l’altro si è chiusa servendo sul piatto degli analisti un paio di dati preziosissimi. In termini di possesso del pallone, ad esempio, Tottenham e Juventus si sono equivalse: 50 e 50. Un rapido check alla voce tiri totali, però, ed ecco che emergono le differenze: 12-3, è un 4:1 netto. Il significato di questi numeri è quanto già evidenziato sopra. Il Tottenham mette in campo il gioco che conosce, da cui non si snatura mai, ed ottiene un rendimento coerente – ma pecca in precisione; la Juventus tenta una pseudo-imitazione sorretta da princìpi leggermente diversi, esce dai propri binari e non pare in grado di trovare la chiave.

Dal secondo tempo della Juventus ci si aspettava un cambio di passo netto. Invece, conti alla mano, a partire in quarta è stato Dele Alli, che nei primi dieci minuti della ripresa ha fatto ammonire Benatia prima e Chiellini poi. Era un messaggio chiaro quello mandato dai giocatori in quei frangenti: avevano perso la pazienza, faticavano ad organizzarsi in fase di possesso, erano spaesati. E oltre a tutto questo, riassumibile in un più generico «siamo in difficoltà», c’è anche un altro fatto. Ossia che alla difficoltà intesa come svantaggio la Juventus non è neppure più di tanto abituata. Non è abituata a rincorrere, e soprattutto non è abituata a farlo sin dal calcio d’inizio. Quando scocca l’ora di gioco ed il parziale è ancora saldo sull’1-0 sono già emerse tutte le debolezze della squadra. Higuaín non ha ancora toccato dieci palloni, la difesa sta soffrendo i duelli individuali quasi più che nel primo tempo, si avverte la mancanza di un piano-gara. Poi, un po’ costretto, sicuramente in ritardo, Allegri mette mano alle prime due sostituzioni: entra Asamoah al posto di Matuidi, poi Lichtsteiner per Benatia. Le conseguenze sono tre. Anzitutto cambia la disposizione tattica di base, da 4-3-3 a 4-2-3-1; in secondo luogo Alex Sandro si alza e va a giocare sulla linea dei centrocampisti; dopodiché Barzagli si accentra, affianca Chiellini, e lascia alla spinta di un fresco Lichsteiner la fascia destra.

Il pari di Higuaín

La lungimiranza di Allegri e la coincidenza dettata dagli eventi hanno messo i primi due mattoncini, mentre al terzo pensano banalmente i giocatori. Il gol del pari origina dal primo cross da destra della serata per la Juventus, e mette in luce il volto spietato di Higuaín, quello del killer istinct. Il secondo, ad opera di Dybala, esalta invece l’Higuaín centravanti associativo, che legge e crea spazi, che sa proteggere la palla spalle alla porta e disordinare la linea difensiva avversaria. È la qualità individuale dei singoli, più di ogni altra cosa, a condannare il Tottenham ad una mezz’ora di rincorsa. I primi due tiri in porta degli ospiti freddano Lloris, mentre soltanto uno dei 23 complessivi tentati dagli Spurs gonfia la rete alle spalle di Buffon. È una questione di cinismo, di conoscenza e coscienza del momento. Nel postpartita Chiellini ha detto che «al Tottenham manca ancora la scintilla per vincere queste partite», ed ha ragione: la differenza che intercorre tra questa Juventus, pur con tutti i suoi difetti, e questo Tottenham, sta lì e lì soltanto. E per lo stesso motivo l’assedio finale non porta con sé i frutti che meriterebbe. Gli Spurs si fiondano sulla trequarti bianconera e ci montano le tende, ma il baricentro della Juventus è talmente basso che dal 70′ in avanti sono sempre otto i giocatori di movimento tra palla e porta in uno spazio verticale di trenta metri. Un atteggiamento, quello adottato ieri sera, che per larghi tratti avremmo potuto sovrapporre al Monaco-Juventus di un anno fa. E in ogni caso, piaccia o non piaccia, la squadra di Allegri sa difendersi: le due linee di quattro che escludono i soli Dybala e Higuaín sono strette e coordinate alla perfezione, tanto che costringono il Tottenham ad alzare il pallone in continuazione. Eriksen asfissiato non trova sbocchi e ripudia l’area di rigore, Alli diventa un corpo estraneo, e per creare palle-gol il Tottenham finisce per affidarsi ai soli Dembélé e Lamela.

Il gol vittoria di Dybala

Negare che la Juventus di ieri sera abbia goduto di buona sorte sarebbe sbagliato, e non sono soltanto i numeri a dirlo. Per tutta la gara gli Spurs hanno dato l’impressione di una condizione atletica migliore, e sono stati nettamente più pericolosi. Eppure – posto che molto dipende da come la si voglia vedere – il risultato ha premiato i più cinici e i più solidi forse ancor prima che i più fortunati. Il Tottenham si è trovato di fronte il miglior esempio, in positivo come in negativo, di che cosa è la Juventus oggi: una squadra che in linea col profilo del suo allenatore ha raggiunto l’apice a livello di adattamento, agli avversari e alle fasi della partita; una squadra che, se può, sceglie un approccio reattivo piuttosto che uno proattivo, e quindi una squadra poco partecipativa all’evoluzione del gioco in senso più ampio. Ma anche una squadra dalla cultura della vittoria radicata, fattore troppo spesso dato per scontato, e soprattutto una squadra di grandi calciatori, che nei momenti clou sono sempre al posto giusto. A prescindere dall’etica, astratta o comunque ambigua e fraintendibile, del bel gioco.