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L’Arsenal alla deriva

Prestazioni, numeri, gestualità: tutto nell'Arsenal indica come Wenger abbia imboccato un vicolo cieco.

Di Oscar Cini

Domenica 4 marzo, il Brighton di Chris Hughton batte per 2 a 1 l’Arsenal e mette nei guai Arsène Wenger. L’Arsenal è alla quarta sconfitta consecutiva tra tutte le competizioni (non era mai successo nei 20 anni di carriera del tecnico), fermata dalle reti di Lewis Dunk e Glenn Murray, e i tifosi del club riprendono da dove ci eravamo lasciati qualche mese fa: con la contestazione e i consueti striscioni che recitano “Wenger out”. È difficile analizzare quello che sta accadendo a uno dei club più blasonati d’Inghilterra: Wenger sta continuando la sua politica di acquisti di giocatori offensivi, anche dai nomi altisonanti, ma dimenticandosi di avere un reparto difensivo che a oggi ha difficoltà evidenti, e non poche.

C’è tutta una serie di elementi che evidenziano il momento critico attraversato dall’Arsenal. Sono soltanto sette i punti raccolti nelle 8 gare disputate in questo 2018, nemmeno uno arrivato lontano dall’Emirates Stadium. I punti di distacco dal City capolista sono già 33 e, con i 13 punti dal Tottenham quarto, le possibilità di ritornare in Champions il prossimo anno passano necessariamente dalla vittoria dell’Europa League. La stagione dei Gunners potrebbe riscrivere la retorica inglese delle top six, riducendo di un posto il numero di squadre di alto livello nel massimo campionato inglese. Il quinto posto della scorsa stagione ha rappresentato il piazzamento più basso mai raggiunto dal tecnico, ma con il sesto attuale il record verrebbe aggiornato.

Se la prolificità offensiva è calata rispetto alla passata stagione (dai 2,03 all’1,79 gol per partita), resta comunque più alta rispetto ai numeri del Chelsea di Conte. Il vero problema, come detto in precedenza, sta nell’incapacità di organizzare difensivamente una squadra che, tra i centrali di difesa e le prestazioni di Cech, ha già concesso 41 reti in Premier, sole due in meno rispetto al West Bromwich ultimo in classifica. Con la sconfitta di Brighton, sono soltanto 13 le vittorie dei Gunners in 29 partite, una media del 44,8%. Dato bassissimo se si considera che, a partire dalla stagione di debutto del francese nel 1996/97, l’Arsenal ha sempre vinto almeno la metà delle partite.

L’ultima sconfitta degli uomini di Wenger

Lo score difensivo della squadra è già il sedicesimo peggiore nelle 22 stagioni di Wenger in panchina e, continuando a questa media, raggiungerebbe quota 54 reti subite, una in più di quelle concesse lo scorso anno dal Middlesbrough retrocesso. Con Koscielny e Mustafi titolari, ma non al meglio dei loro standard prestazionali, e Calum Chambers schierato domenica scorsa come terzino destro al posto di Bellerín, Wenger può contare sul solo Holding come alternativa valida al centro della difesa. Il tecnico non ha nascosto il proprio disappunto, auto-accusandosi di non aver portato in rosa un rinforzo difensivo durante il mercato invernale. I dati per quanto riguarda tackle (16,5 a partita) e intercetti (11,6) sono ai minimi storici nell’ultimo decennio, con il secondo dato dimezzato rispetto alla stagione precedente. Cech si trova davanti una difesa che gli restituisce poca sicurezza – senza contare lo scarso impatto che stanno avendo difensivamente le prestazioni di Granit Xhaka – e al contempo, in un mutuo scambio di paure, non dà ai propri compagni di reparto la tranquillità che sarebbe riuscito a restituire anni fa. Il giocatore che era stato ingaggiato per portare alla squadra quel plus di punti ed esperienza si sta mostrando invece come un punto debole che succhia via certezze e risultati. Sono 11 le gare in cui il portiere ceco non riesce a mantenere la porta imbattuta, la striscia negativa più lunga del club dal 2002.

Alcuni dei calciatori più importanti dello spogliatoio hanno chiesto scusa pubblicamente ai tifosi dopo la sconfitta di domenica scorsa. Jack Wilshere, uno che sente il peso della responsabilità vista la provenienza dal settore giovanile del club (quella della mancata valorizzazione del talento interno è un’altra delle questioni con cui Wenger dovrà confrontarsi), ha twittato: «Chiedo scusa a tutti i gooners lì fuori. Meritate di meglio. So che è difficile ma come squadra abbiamo bisogno di voi». Anche capitan Koscielny, uno dei peggiori dell’ultima gara, ha mostrato il volto insicuro di una realtà in difficoltà. Il francese ha dichiarato che «la fiducia della squadra è in frantumi. Sappiamo di star vivendo un brutto periodo, ci stiamo provando ma nulla ci riesce. Stiamo provando a lottare e a giocare a calcio ma la nostra fiducia è al minimo». E quando l’incertezza prende piede anche tra i senatori della squadra è facile che si diffonda rapidamente a tutte le arterie.

Il grigiore di domenica restituisce il malumore di un intero ecosistema. Tifosi che continuano a chiedere l’allontanamento del tecnico nonostante il contratto in essere, stelle stanche, sfiduciate e poco motivate. Nemmeno gli arrivi di Mkhitaryan e Aubameyang hanno ridato verve a un ambiente depresso. Con Özil completamente avulso dal centro del gioco, l’Arsenal di oggi assomiglia più a un accumulo compulsivo di talento mal amalgamato che alla ben riuscita tela di un artista. Come ha scritto Dominic Fifield sul Guardian, è innanzitutto il linguaggio del corpo dei calciatori dell’Arsenal a restituire l’idea di un ambiente senza motivazioni. «La curvatura delle spalle e i tentativi di trascinarsi stancamente in posizione, giocatori dalla reputazione internazionale che si muovono per il campo a testa bassa, arrancando come se stessero cercando di fuggire dalla melassa», specchio preciso di una passività disarmante. La domanda più giusta è “dove sono i leader?”, sia quelli tecnici che emotivi. La risposta è che al momento l’Arsenal ne è privo.

Poco dopo la doppia sconfitta per 3 a 0 contro il Manchester City, arrivata nel giro di soli quattro giorni a dimostrazione di una totale arrendevolezza da parte dei Gunners, è apparso cristallino che il momento dell’addio di Wenger è arrivato. I record del francese, e in particolare il tempo impiegato dal club per perdere sette partite in un anno solare, provano quanto sia complesso credere ancora nel lavoro del tecnico. Durante il suo primo decennio  l’Arsenal non ha fatto registrare la sua settima sconfitta fino a novembre, in ben 5 occasioni, e solo una volta – nel 2006 – la sconfitta numero 7 è arrivata prima della metà dell’anno. Ma nel decennio più recente, il record è peggiorato progressivamente. In tre occasioni la settima sconfitta è arrivata già ad aprile, mentre quest’anno, con la doppia sconfitta subita dal City, l’Arsenal è riuscito dove mai era riuscita prima: perdere sette partite prima della fine di marzo. La conferma del tecnico passa ora dalla vittoria dell’Europa League, ma il presente e il momento vedono prima l’ostacolo Milan, in uno scontro tra ambienti che vivono la sfida con animi che più lontani non potrebbero. Gli ultimi anni di Wenger sulla panchina dei Gunners dicono che tutto muta e si trasforma, e che anche le cose durature finiscono. Perché sarà pur vero che per Arsène allenare è come una droga ma alla fine, come tutto, anche allenare logora.