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Perché non nascono più tecnici inglesi?

In Premier solo sei allenatori su venti sono britannici, e nessuno alla guida di una big. Le motivazioni tattiche e storiche di un fenomeno chiaro.

Di Alfonso Fasano

Nel libro La Piramide Rovesciata di Jonathan Wilson, ci sono due capitoli con lo stesso titolo: “Il pragmatismo inglese”. Raccontano due segmenti diversi della storia tattica del calcio britannico, entrambi caratterizzati da una scarsa reattività rispetto all’evoluzione del gioco. Siamo negli anni Cinquanta e poi negli anni Settanta, ma l’atteggiamento degli allenatori britannici non riesce ad essere ricettivo: «Alcune pesanti sconfitte in campo internazionale avevano chiarito che qualsiasi convincimento in merito alla superiorità del football inglese era solamente un mito, o quantomeno c’era una certa consapevolezza che lo stile doveva necessariamente cambiare. Il problema era che nessuno sembrava essere sicuro su come affrontare la situazione».

Dall’istituzione della Premier League contemporanea, nel 1992, solo due manager britannici sono riusciti a vincere il campionato – Ferguson e Dalglish, entrambi scozzesi; l’ultimo allenatore inglese a riuscire in questa impresa resta Howard Wilkinson, con il Leeds United 1991/92; in questo momento, i venti club di Premier sono guidati da quattordici tecnici stranieri e sei del Regno Unito. Infine, il dato più significativo: all’inizio della seconda fase di Champions ed Europa League, 48 squadre in tutto, c’erano due allenatori britannici ancora in corsa. Si tratta di Brendan Rodgers (nordirlandese, alla guida del Celtic) e dell’inglese Graham Potter, dal 2011 sulla panchina degli dell’Östersunds. Sono stati entrambi eliminati, l’Östersunds ha perso la doppia sfida contro l’Arsenal, l’unico club di Premier in Europa League. Quando si dice l’ironia della sorte.

Charity Shield 1992, Leeds United-Liverppol 4-3. I Peacocks sono l’ultima squadra in grado di vincere il campionato guidati da un manager inglese, Howard Wilkinson.

La scomparsa degli allenatori britannici ad altissimo livello è un fenomeno complesso. Sarebbe banale intercettare questa nuova fase di crisi limitando i riferimenti all’analisi storica di Jonathan Wilson, spostando semplicemente nel nostro contesto spazio-temporale la suggestione rispetto alla scarsa preparazione tattica del manager all’inglese. Allo stesso modo, però, questa considerazione resta una parte importante del discorso. In un articolo pubblicato dall’Independent a settembre 2016, l’impatto di Guardiola sull’ecosistema della Premier era già percepito come una vera e propria rivoluzione, dopo appena quattro partite, e proprio a causa della differente sofisticatezza rispetto al gioco basico proposto dagli altri allenatori: «Il Manchester City costruito dall’ex tecnico di Barcellona e Bayern Monaco sta dimostrando che anche in Inghilterra è possibile vincere praticando un calcio di possesso, allestendo un modello lontano dallo stile stereotipato a cui siamo aggrappati da tanti anni. La Premier può vantare tanti calciatori di talento, ma i nostri manager non riescono ad organizzare delle squadre in grado di esaltare le loro qualità, a mettere a punto delle strategie che cerchino di andare oltre il successo a breve termine, di sviluppare la forza dell’organico».

Il calcio inglese vive un paradosso culturale ed economico: la Premier League è estremamente impegnativa e competitiva, la pressione e le aspettative sono altissime, quindi è come se gli allenatori fossero costretti a preferire modelli di gioco tesi al primato dei risultati. Allo stesso tempo, però, l’inevitabile presenza dei migliori tecnici stranieri – attratti da stipendi e condizioni di calciomercato non replicabili in nessun’altra lega – aumenta la richiesta di avanguardia tattica, ed ha portato ad un progressivo allontanamento dal sistema di concetti e significati che da sempre caratterizzano il british football. In un contesto del genere, un manager inglese – e all’inglese, per principi di riferimento e metodologie di lavoro – diventa una scelta anacronistica e quindi secondaria rispetto ad un allenatore già affermato in un altro campionato. È una condizione di primo livello, che limita soprattutto i giovani nello step successivo: quando i club inglesi non si affidano a un tecnico straniero, preferiscono preservare una certa identità di gioco, scelgono di non rischiare. E allora optano per figure riconoscibili, rassicuranti, con un curriculum consistente – come Hodgson, Pardew, Moyes, attualmente sulle panchine di Crystal Palace, West Brom, West Ham. Stiamo descrivendo un circolo vizioso, non è un caso che in Premier ci sia un solo manager britannico (su sei) sotto i 45 anni. Si tratta di Eddie Howe, da sei stagioni al Bournemouth. In Serie A, giusto per fare un confronto, Inzaghi, Gattuso, Oddo, De Zerbi, Pecchia e Diego López (uruguagio, ma formatosi nel nostro paese come tecnico) hanno meno di 45 anni.

In questo senso, una delle letture più interessanti è quella del New York Times. In un articolo dal titolo evidente (“The Biggest Obstacle for Young British Coaches? Old British Coaches“), Rory Smith parte dalle parole di Sam Allardyce, 64enne manager dell’Everton ed ex ct della Nazionale dei Tre Leoni, per tracciare il percorso accidentato dei tecnici inglesi: «”La Premier è una lega straniera in Inghilterra, i nostri allenatori sono considerati di seconda mano”. Queste le parole di Big Sam, che ha perfettamente ragione. Solo che pure la Championship vive la stessa dinamica, con cinque tecnici autoctoni su 17 che hanno meno di quarant’anni. E in League One ci sono appena sei manager britannici sotto la stessa soglia. Quindi è vero, la Premier è una lega straniera in Inghilterra. Ma il problema va oltre la prima divisione, è una condizione costruita e alimentata nel tempo dallo stesso Allardyce, e dai suoi colleghi. La loro influenza è stata talmente soffocante, pur senza successi di rilievo, che è difficile elencare una mezza dozzina di aspiranti tecnici del Regno Unito per un lavoro in Premier League. Non c’è una nuova generazione cui dare un’occasione, l’ansia del risultato inibisce lo sviluppo dei manager più giovani anche nei campionati minori. Negli ultimi cinque anni, per dire, l’accademia calcistica di St. George’s Park ha formato 1300 nuovi professionisti. Eppure non conosceremo mai le idee dei prodotti più brillanti di questa scuola, perché un gruppo di allenatori occupa le stesse panchine da un decennio».

La comunità dei tecnici britannici non sembra possedere gli strumenti e gli aggiornamenti tecnici necessari per poter rispondere alle esigenze di un sistema glocalizzato come quello della piramide calcistica inglese, dalla Premier fino alle serie inferiori. È anche una questione di flessibilità rispetto ad una figura che, pure in Gran Bretagna, sta diventando più vicina all’allenatore dell’Europa continentale che a quella del manager tipicamente anglosassone. Da qualche anno è cambiata l’esperienza di proprietà e di lavoro all’interno di una società, le aree destinate al controllo del solo tecnico e del suo staff sono diminuite, quindi si sono moltiplicati gli scontri tra gli allenatori e i dirigenti dei club – il fresco caso di Conte al Chelsea è quello più eclatante. Un altro esponente della nuova generazione, Sean Dyche, 46enne alla guida del Burnley, ha spiegato in un’intervista a Espn che anche questa trasformazione risulta destabilizzante per tutta una categoria: «Quando mi sono avvicinato al mondo del calcio, l’uomo d’affari locale acquistava una squadra e lasciava la gestione sportiva nelle mani del manager. Oggi la situazione è cambiata in maniera radicale, i club sono delle vere e proprie aziende orientate al business, in cui i tecnici hanno un ruolo depotenziato, minore. Allenano la squadra, e basta. Le altre decisioni competono alla dirigenza, e questo rende ancora meno stabile e riconoscibile il lavoro ad un progetto pluriennale, tipico del manager all’inglese».

L’intero discorso sull’inadeguatezza dei tecnici britannici finisce per sublimarsi nei risultati, in maniera inevitabile: nell’aprile del 2017, il Guardian ha pubblicato un articolo che sottolineava la differenza di media punti, in Premier League, tra i manager stranieri (1.66) e quelli dell’arcipelago britannico (1.29). Una distanza che nel frattempo si è già espansa, e che continuerà a seguire questo trend. I parametri di riferimento dell’indagine statistica del Guardian non sono neanche squilibrati dalla tendenza recente all’importazione degli allenatori, perché il calcolo copre l’intero ciclo moderno del massimo campionato inglese, dal 1992 ad oggi. E le prime quattro edizioni hanno visto in panchina un solo manager straniero, l’argentino Ardilles al Tottenham. Insomma, parlare di crisi a tutti i livelli – concettuale, di reattività rispetto al contesto tattico e di politica calcistica – non è assolutamente fuori luogo, tantomeno esagerato. L’ultima conferma arriva dall’estero: le esperienze recenti di Moyes (Real Sociedad) e Neville (Valencia) sono state fallimentari, in questo momento non c’è un solo allenatore britannico nei primi 21 campionati del Ranking Uefa. Fino a Graham Potter, ovviamente. Il tecnico dell’Östersunds ha 42 anni, e direttamente dalla Svezia centro-settentrionale ha provato di recente a offrire un’alternativa: «Ho iniziato a giocare a calcio e poi a studiare da allenatore perché ho una grande passione per il gioco. Ma non mi riconoscevo in un ambiente che convive con la paura di fare errori, volevo qualcosa di diverso. Sono andato all’estero, ho lavorato ad un progetto ampio, dilatato negli anni. Posso ritenermi soddisfatto, magari ho dimostrato che esiste un percorso lavorativo e culturale differente, per i tecnici inglesi». Magari sì.