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È difficile dirsi addio

Agassi, Lahm, Kobe, Valentino: diversi modi di affrontare la fine di una carriera.

Di Claudio Pellecchia

«Odio il tennis, lo odio con tutto il cuore, eppure continuo a giocare, continuo a palleggiare tutta la mattina, tutto il pomeriggio, perché non ho scelta… Continuo a implorarmi di smettere e continuo a giocare, e questo divario, questo conflitto, tra ciò che voglio e ciò che effettivamente faccio mi appare l’essenza della mia vita». La dicotomia intorno alla quale ruota l’intera narrazione di Open, l’autobiografia di Andre Agassi, rappresenta la migliore spiegazione possibile della difficoltà, per un atleta di alto livello, di accettare che la propria parabola sportiva possa giungere al termine. Si tratta di un tema che ricorre ciclicamente e che riguarda sempre meno la sfera tecnica tout court e sempre più quella psicologica ed emotiva, con il passaggio da una dimensione quasi superomistica a un’altra maggiormente aderente al mondo reale che rappresenta una sfida complessa da affrontare nei modi e nei tempi giusti. Come ha scritto la psicologa e psicoterapeuta Cecilia Morini in questo articolo pubblicato sul proprio blog, «il percorso  di un professionista sportivo è anomalo e molto delicato, sia per la precoce età di pensionamento, sia per gli intensi stati emotivi che si trova a vivere e a gestire. L’atleta è colui che non può distrarsi, è il giovane che non può permettersi di sgarrare, è l’adolescente che non può trasgredire e a cui, a volte, non è neppure permesso di crescere. Molti giovani atleti professionisti vivono un rapporto di amore-odio con la loro attività e ne rimangono come intrappolati».

 Se, da un lato, è difficile individuare un parametro di riferimento per isolare il momento giusto in cui dire basta, dall’altro il tratto comune sembra essere costituito dalla (in)capacità di valutare correttamente la possibilità di ricostruirsi una personalità anche al di fuori di un contesto competitivo. Quando Valentino Rossi, in un’intervista con il settimanale tedesco Speedweek, dice «ho paura di fermarmi, perché sarà difficile trovare qualcos’altro. La MotoGp è tutta la mia vita», non fa altro che ribadire quanto sia duro e inizialmente destabilizzante intraprendere un percorso che possa portare a un equilibrio psico-fisico in grado di supportare il progressivo distacco da una routine fatta di regole, allenamenti e gare e senza ricondurre ogni aspetto della nuova quotidianità a un rapporto vittoria/sconfitta tanto semplicistico quanto pericoloso. Che il ritiro si verifichi all’apice della carriera o quando i sopravvenuti limiti fisici risultano invalicabili, il fattore temporale risulta subordinato alla interiorizzazione e alla convivenza con il nuovo io. Anche in questo caso non esistono regole fisse da seguire, essendo tutto condizionato dalla mentalità e dalla personalità del singolo: c’è chi impiega parecchi anni a portare a compimento questo delicato lavoro di “training down” e chi, invece, vi riesce già nella fase finale della carriera, talvolta contribuendo paradossalmente all’allungamento della stessa.

Roger Federer, che tra gli sportivi di ultima generazione è probabilmente il più longevo e vincente, deve la sua attuale seconda giovinezza proprio alla rinnovata consapevolezza di ciò che per lui è davvero importante, come rivelato in una splendida intervista concessa a Repubblica: «Togliersi di dosso il superfluo non è facile: ma se vogliamo essere felici, bisogna provarci. Capire quel che non serve e liberarsene, trovando il giusto equilibrio: nello sport, nella vita. Bisogna saper scegliere. Saper aspettare. Con gli anni ho imparato che ci vuole pazienza, e che la pazienza porta serenità. Dopo vent’anni di carriera, voglio giocare per divertirmi, per divertire. Ho vinto 20 Slam, ma non so cosa accadrà domani. Non voglio più fare piani. Un tempo giocavo tutti i tornei a disposizione, ora è diverso: non ho idea se quest’anno avrò una programmazione più o meno intensa. Dipenderà dall’equilibrio che riuscirò a trovare tra gli allenamenti, le partite, il tempo libero, la famiglia, i media, gli sponsor. Senza fretta, con le giuste pause». E, di colpo, l’Olimpiade di Tokyo nel 2020 (in cui dare la caccia a quella medaglia d’oro che ancora gli manca) non appare più così lontana, anche alla soglia dei 37 anni.

 

Se Damiano Tommasi ha ragione nel sottolineare che «il problema nasce quando la carriera finisce e, improvvisamente, devi cominciare un’altra vita, magari dopo avere reciso i legami umani e professionali con il territorio in cui sei cresciuto perché hai errabondato da una città all’altra», non va sottovalutato l’aspetto culturale. Nel febbraio del 2016, commentando il celebre sfogo di Totti al Tg1, Gabriele Lippi scriveva su Lettera43 che il capitano romanista era «un pezzo di storia italiana, e in particolare di quei 25 anni che hanno visto la difficile transizione tra Prima e Seconda Repubblica, la promessa mancata di un ricambio generazionale che non arriva mai, di un Paese che si attacca ai suoi totem, nello sport come nella politica, nella musica come nello spettacolo». Anticipando, di fatto, il dibattito intorno all’incertezza manifestata da Buffon sugli annunciati propositi di addio alla Nazionale (e al calcio giocato, a partire da giugno) dopo l’eliminazione allo spareggio mondiale contro la Svezia: quando il portiere della Juventus dice «risponderei alla convocazione anche a 60 anni» si fa involontariamente portavoce di quella difficoltà di rinnovamento che, al di là dei parallelismi sociologici, impedisce la completa ricostruzione dello sport italiano a tutti i livelli, in una situazione che stride ancora di più se si guarda a quanto accade altrove.

In Germania, ad esempio, Philipp Lahm, dopo essersi congedato dalla Mannschaft al termine del Mondiale del 2014, si è ritirato a 33 anni al termine della stagione 2016/17 spiegando i motivi in questa intervista: «La mia idea è che la misura sia colma. II calcio attivo per me è un capitolo chiuso. È stato un periodo fantastico, sono grato per tutto. Ho sempre dato ascolto al mio modo di sentire. Finora ha funzionato, anche quando ho deciso di lasciare la Nazionale. Era il momento giusto per me. Ho detto che non so se tra un anno giocherò ancora al livello di oggi. E la vedo ancora così». Ponendosi in continuità con quanto fatto dal connazionale Nico Rosberg, che pure ha deciso di lasciare dopo aver raggiunto nel 2016 quel titolo iridato per il quale aveva lavorato duro fin da ragazzino, sentendo di non aver più nulla da dare: «Ho deciso di chiudere la mia carriera in Formula 1 adesso. È difficile da spiegare, sin da quando avevo 6 anni avevo un sogno, ed era quello di diventare campione del mondo della Formula 1. Ora l’ho raggiunto, ho dato tutto per questo obiettivo e con l’aiuto di chi mi circonda, con l’aiuto dei tifosi, della famiglia e dei miei amici sono riuscito a farcela. Ho scalato la mia montagna, sono in vetta. E questo mi fa stare bene».

Nemmeno le motivazioni possono bastare all’infinito. La ciclicità con cui il “Father Time is still undefeated” viene associato al commento delle prestazioni di un atleta che di lasciare proprio non ne vuol sapere, simboleggia perfettamente l’immagine di una battaglia impari con un’entità superiore che non può essere vinta in nessun modo, indipendentemente dalla grandezza dell’atleta stesso. Nel gennaio 2015 Vincent Bonsignore scrisse sul Los Angeles Daily News che «Kobe Bryant è ancora convinto di poter battere Padre Tempo, di poter proseguire e concludere alle sue condizioni. Padre Tempo, intanto, se la ride», quasi preannunciando la tristezza di un “farewell tour” in cui si è manifestata tutta l’impotenza di uno dei migliori cestisti di ogni epoca, logorato dagli infortuni e dalla propria testardaggine, nella sfida impossibile all’unico avversario che non poteva depistare sul crossover. Nonostante il finale da blockbuster hollywoodiano.

 

Immagini Getty Images