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Berardi imprigionato

Negli ultimi anni l'evoluzione del giocatore del Sassuolo è stata inesistente, sotto ogni punto di vista. Il rischio di smarrire uno dei giocatori italiani di maggior talento.

Di Claudio Pellecchia

Quello che è stato fino ad ora della carriera di Domenico Berardi è rappresentato dal paradosso che lo ha visto nell’elenco dei convocati da Di Biagio per lo stage della Nazionale chiusosi lo scorso 28 febbraio (il suo primo atto ufficiale da ct attualmente ad interim) nelle ore immediatamente successive all’ espulsione a causa di un brutto fallo in ritardo sul laziale Radu che gli è costato due giornate di squalifica e un record ben poco appetibile: da quando ha esordito in Serie A, nessun giocatore del massimo campionato è stato sanzionato tanto quanto lui (quattro espulsioni e 44 ammonizioni in 132 partite: uno come Paolo Montero, per dire, ha un giallo in meno nonostante 144 presenze in più).  Numeri che finiscono con il mettere in secondo piano quelli relativi ai 62 gol e 45 assist in 182 presenze con la maglia del Sassuolo, in quanto espressione di quella fragilità caratteriale che Leonardo Tancredi non aveva mancato di raccontare su Undici in questo pezzo dello scorso aprile, sottolineando come “la favola di Berardi, iniziata su un campo di calcetto di Modena e proseguita con l’esordio giovanissimo in Serie A, è andata via via colorandosi di tinte dark”.

Quello rimediato contro la Lazio è il quarto cartellino rosso della carriera di Berardi nel massimo campionato: nessun attaccante della moderna serie A è stato espulso tanto quanto lui

L’aspetto disciplinare, tuttavia, è solo uno dei tanti pezzi che compongono il puzzle del trend involutivo delle ultime due stagioni, che sta costringendo tutti gli addetti ai lavori a rileggere sotto una luce diversa tanto il precorso compiuto fino ad oggi dal ventitreenne di Cariati Marina, quanto le sue prospettive a medio-lungo termine. Un dato su tutti: Berardi, oltre ad essere il miglior marcatore della storia neroverde, è stato il giocatore più giovane a raggiungere quota 30 gol in Serie A dal 1958. Eppure solo le recenti difficoltà hanno messo in luce come in realtà faccia una fatica tremenda a trovare la rete su azione (è dal 2014/15 che non supera quota tre realizzazioni in movimento: dei cinque centri realizzati in campionato nel 2016/17, inoltre, due sono arrivati dal dischetto e uno da calcio piazzato), con il primato di precocità che assume connotazioni diverse e più “umane” considerando che, di quei 30 gol, ben 11 sono arrivati su rigore. Se, poi, a questo aggiungiamo il fatto che, dal punto di vista realizzativo le migliori stagioni siano ancora le prime due (31 gol in 61 presenze, poi appena 14 nelle successive 71 di campionato, cui aggiungere i cinque nei turni preliminari di Europa League e uno in Coppa Italia), appare chiaro come la narrativa che circonda attualmente il calciatore calabrese sia ben lontana da quella di “next big thing” del calcio italiano che Arrigo Sacchi preconizzò in un celebre articolo sulla Gazzetta dello Sport del gennaio 2014.

Il poker realizzato contro il Milan il 12 gennaio 2014 (e che costò l’esonero a Massimiliano Allegri) è ancora oggi lo zenit della carriera di Berardi. Nel commentare la cacciata del tecnico livornese Paolo Bandini commentò così sul Guardian: «Chiunque subentrerà ad Allegri avrà il compito di raccogliere i cocci di una stagione nata storta. Ma almeno avrà la consolazione di non dover affrontare Berardi ogni settimana»

Dal punto di vista tecnico, poi, l’equivoco è ancora maggiore: al netto degli infortuni che gli hanno fatto saltare 36 partite dal 2015/16 ad oggi, il Berardi attuale è un personaggio in cerca d’autore oltre che un calciatore alle prese con uno sviluppo del suo potenziale che rischia nuovamente di arrestarsi nel corso di quella che, dati alla mano, è la sua peggiore stagione di sempre. Al di là dei due gol e delle 40 occasioni create (due assist e 38 passaggi chiave) in 20 partite, l’impressione è che il contesto sia sottodimensionato rispetto a ciò che Berardi dovrebbe e potrebbe essere in grado di fare a questo punto della carriera, quantomeno in relazione alle possibilità da attaccante moderno e totale che sembravano appartenergli fin dagli esordi: del resto, quando Di Francesco, alla fine dello scorso campionato, ha detto che «Berardi è pronto per una big da almeno due anni», non ha fatto altro che rafforzare la convinzione di avere a che fare con una personalità emotivamente fragile, restìa ad abbandonare la propria “comfort zone” e, per questo, inadatta alle pressioni del calcio ad altissimi livelli, evitate in maniera quasi scientifica. Ha scritto, ancora, Tancredi, in relazione a uno dei suoi tanti rifiuti alla Juventus, in un trasferimento più volte annunciato e mai concretizzatosi: “La domanda da chiedersi è proprio questa: a Mimmo di Cariati Marina interessa davvero quella fetta di gloria? Quanto è disposto a rischiare per ottenerla?”. Poco, visti i recenti sviluppi.  Inoltre, il non aver testato le proprie qualità, almeno fino a questa stagione, in un sistema diverso da quello dell’attuale allenatore della Roma, ha contributo ad uno sviluppo relativo della sua capacità di far fronte alle difficoltà di ordine tecnico e psicologico, che finiscono con il riverberarsi sul suo gioco in maniera quasi inevitabile.

La rete nell’1-1 casalingo contro il Torino, uno dei rari lampi di Berardi nel 2017/18

Che Berardi sia in crisi lo si può evincere facilmente dal modo in cui tende a forzare ogni singolo aspetto del suo gioco, a partire dal tiro che un tempo era uno dei suoi punti di forza: quest’anno il 25 neroverde sta tirando di più (65 conclusioni in totale e tra i primi 15 nella speciale classifica) e peggio rispetto alle passate stagioni (40% di shot accuracy rispetto al 45% complessivo degli anni precedenti), con un conversion rate precipitato ad un modestissimo 5% anche a causa della ripetitività della soluzione prescelta, ovvero la ricezione da fermo sul lato destro per poi accentrarsi alla ricerca del sinistro sul palo lungo, retaggio dei suoi trascorsi da ala pura. E non va meglio per quanto riguarda ciò che è in grado di creare per i compagni: a dispetto di un ottimo 67% nell’uno contro uno, Berardi non è in grado ci creare sistematicamente la superiorità numerica nell’arco dei 90 minuti (1,1 dribbling riusciti a fronte degli 1,6 tentati di media a partita), mentre un decision making relativamente sviluppato gli impedisce di fare realmente la differenza nell’attacco collettivo dell’ultimo terzo di tempo (appena 1,9 i key passes di media a fronte di una precisione del tocco poco oltre il 70%, con quasi il 60% dei passaggi effettuati in verticale), con scelte sbagliate concettualmente prima ancora che nell’esecuzione. A questo si riferisce Beppe Iachini quando dice che «Berardi sta crescendo di condizione, ma da lui mi aspetto che sia più incisivo e determinante. Per questo sto lavorando di lui sia sull’aspetto fisico che su quello mentale». 

Nell’ottobre 2016 Giampiero Ventura, da poco insediatosi nel ruolo di Commissario Tecnico, nel commentare l’ottimo inizio di stagione di Berardi (nonostante un infortunio che lo avrebbe tenuto fuori da agosto a gennaio) disse: «Sta maturando e mettendo su parecchie statistiche interessanti: ultimamente non è stato convocato esclusivamente per ragioni tattiche, ma stiamo parlando di uno dei migliori talenti italiani in circolazione e noi abbiamo intenzione di aspettarlo per tutto il tempo che servirà. Quando cambieremo il nostro modo di giocare lui verrà convocato». A distanza di un anno e mezzo, però, non è cambiato granché, né il sistema di gioco della Nazionale (in attesa di capire chi guiderà tecnicamente il progetto Euro 2020) né Berardi stesso. E, a ben vedere, il punto è proprio questo: parliamo ancora del giocatore istintivo e parzialmente monodimensionale degli inizi, incapace di un’evoluzione costante e costruttiva nel corso del tempo e quasi autoconfinatosi in un sistema rassicurante pensato per esaltarne i pregi e mascherarne parzialmente i difetti. Ed ora che servirebbe effettivamente cambiare aria per mettersi alla prova, sembrano mancare tanto la necessaria durezza mentale quanto i possibili pretendenti. Dettagli non da poco sulla strada del più classico dei “quello che poteva essere e non è stato”.