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Ibrahimovic era di un altro pianeta

Perché non c'è mai stato nessuno come lui, e probabilmente non ci sarà mai più: la forza, l'acrobatismo, e anche tutto quello che esiste fuori dal campo.

Di Davide Coppo

La prima partita di campionato è sempre un’occasione eccitante, ma la sera 29 agosto 2010, a San Siro, aveva qualcosa in più. La fine dell’estate ospita più propositi che la fine dell’anno, più promesse e risoluzioni, anche più attese e fiducia. Calcisticamente, quell’agosto 2010 per il Milan e per un suo tifoso era speciale, oltre che eccitante. C’era un nuovo allenatore, Massimiliano Allegri, ma soprattutto c’era stata una campagna acquisti che in pochi giorni aveva ribaltato le prospettive della squadra per la stagione. Dal Manchester City era arrivato Robinho, e dal Barcellona Zlatan Ibrahimovic. Robinho veniva da una stagione “di pausa” al Santos, ma negli anni precedenti era stato uno dei più incredibili giocatori del mondo, capace di segnare non moltissimo ma di saltare gli avversari con una facilità che aveva del magico. Ma l’acquisto di Ibrahimovic era diverso. Il 29 agosto 2010, prima dell’inizio della partita contro il Lecce, a San Siro viene steso un tappeto rosso dagli spogliatoi fino al centro del campo, con due file di bambini ai lati. Lo speaker dice: «Nato in Svezia il 3 ottobre 1981», come per declamare un’agiografia, e Ibrahimovic inizia a camminare sul tappeto. Da altri bambini, in cima a un palco, Ibrahimovic prende una maglia rossonera. È una specie di cerimonia più che uno show. Lui smonta quella religiosità kitsch con una battuta, appena prende il microfono: «Ricordati, sono qui per vincere».

Ibrahimovic ha rescisso il suo contratto con il Manchester United, probabilmente la sua ultima apparizione nel calcio europeo, dopo 729 partite e 420 gol. Prima di arrivare al Milan era passato dal Barcellona, una stagione che, per motivi che riguardano ambizioni, aspettative e giri della fortuna, è passata alla storia come “fallimentare” e che verrà probabilmente ricordata come una macchia sulla sua carriera. Lo speaker, la sera del 29 agosto 2010, disse un’altra frase, questa volta sbagliata: «Rappresenta l’essenza del calcio mondiale». Ma Ibrahimovic non aveva niente a che fare con l’essenza del calcio.

Il calcio è uno sport prevedibile: si deve passare il pallone a un compagno libero, poi ci si libera per ricevere di nuovo il pallone. Se non ci sono compagni liberi, si passa il pallone all’indietro, oppure lo si lancia dall’altra parte del campo. Si pazienta molto, nel calcio. Qualcuno, ogni tanto, può scegliere di spezzare questa prevedibilità: è quello che fanno i giocatori quando vanno in dribbling saltando uno o più avversari: a quel punto l’entropia aumenta improvvisa, la velocità di azione e di ragionamento accelera, c’è un uomo solo lanciato verso la porta e i suoi compagni cercano il miglior modo per creargli lo spazio necessario oppure per trovarselo per sé. Soprattutto all’inizio della sua carriera, al Malmö e all’Ajax, e in parte alla Juventus, Ibrahimovic sapeva anche essere quel tipo di giocatore. Uno veloce, con dei piedi educati, capace di disorientare gli avversari e di tenere gli occhi allo stesso tempo davanti a sé e sul pallone. Maturando, Ibrahimovic è cambiato. Mi sembra che il suo cambiamento abbia seguito il cambiamento del suo corpo, ma può anche darsi che la cosa abbia funzionato all’opposto. Da giocatore estremamente tecnico nonostante l’altezza e il fisico importanti, Ibrahimovic si è trasformato negli anni in qualcosa di unico: un giocatore ancora estremamente tecnico, ma con una potenza fisica soprannaturale, e un’intelligenza acuta come nessun altro. Nei momenti migliori della sua carriera, ovvero gli anni di Milano e di Parigi, Ibrahimovic giocava una sua personale interpretazione del calcio in mezzo a 21 calciatori normali.

Più di altri calciatori “alieni” degli ultimi anni o decenni, Ibrahimovic ha attraversato il calcio portando il messaggio di un altro mondo. Il suo modo di intendere il gioco, e cioè il rapporto con il pallone, quello con lo spazio, quello con il gol, quello con i media, quello con gli avversari, è stato unico nel vero senso della parola: non esistono, nemmeno ora, termini di paragone possibili per lui. Nell’ultimo tweet da giocatore del Manchester United, quello in cui ringraziava gli inglesi e annunciava che se ne sarebbe andato per un’altra avventura, si è raffigurato con un saio bianco che suggeriva un’origine divina, e non è un caso: l’elemento divino ricorre in tutta la carriera di Zlatan Ibrahimovic. Una divinità è un’entità che possiede poteri che l’umanità non comprende né può maneggiare. Con questi parametri, Zlatan Ibrahomovic – come Messi, ma in una declinazione diversa – è stata un’apparizione soprannaturale: sapeva fare cose che gli altri giocatori non riuscivano a fare.

All’Europeo del 2004 se ne accorse l’Europa, quando segnò un gol contro l’Italia colpendo il pallone di tacco mentre si trovava, il pallone, all’altezza del volto di un giocatore normale. Dopo quel gol esultò moltissimo, una cosa che smise di fare negli anni successivi. Ibrahimovi stava giocando la sua ultima stagione all’Ajax, di lì a poche settimane sarebbe diventato un giocatore della Juventus. Si stava, probabilmente, ancora abituando all’idea della propria straordinarietà fisica.

Ricordo che quando lo guardavo giocare con la maglia dell’Inter, con cui vinse tre campionati consecutivi, provavo una sensazione – simile a quella che ho provato per altri attaccanti, Shevchenko su tutti – di ineluttabilità: Ibrahimovic, in campo, avrebbe fatto qualcosa, presto o tardi. Di quegli anni ricordo soprattutto la potenza: come, nel 2008, una punizione da quasi 35 metri a San Siro contro la Fiorentina, con il pallone che contro la parte bassa della traversa fa il rumore di un’accetta che impatta nel tronco di un albero, e poi rimbalza oltre la linea. Degli anni al Milan ricordo la tranquillità che mi trasmetteva guardandolo giocare: ogni pallone spiovente sarebbe stato controllato e difeso con un’apparente facilità gulliveriana. A Parigi forse è emerso l’estro e il lato più artistico, sfacciato e superomistico e quasi futurista.

Il passaggio di Zlatan Ibrahimovic è stato unico anche per questo: non è mai esistito un giocatore così potente e allo stesso tempo così artistico. Nel calcio, da sempre, siamo stati abituati a ragionare dicotomicamente: da un lato gli interpreti forti, potenti muscolarmente, Panzer corazzati e poco agili, e con un carattere che si addiceva a quella potenza, dall’altro i piccoli artisti del pallone, solitamente gracili ed esuberanti, dal fisico esile e fragile che dovevano evitare gli avversari per uscirne vivi. Ibrahimovic è stato entrambe le cose, sul campo e fuori: il machismo che si sarebbe potuto intuire dalla sua stazza veniva annacquato e trasformato dall’acrobatismo, a cavallo tra le arti marziali e la danza. Lo sguardo severo da periferia era soltanto un lato di un carattere scherzoso e autoironico, taciturno e geloso della propria “normale” intimità. Per tutti questi motivi, Ibrahimovic è stato più unico di qualsiasi altro giocatore passato per questi campi in questi secoli. Perché non c’era mai stato nessuno come lui prima di lui, e molto probabilmente non ci sarà più.

 

Immagini Getty Images