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Il senso del fango

La Parigi-Roubaix è anacronistica, come lo sono gli appassionati che ogni anno sistemano il suo pavé, ma è da questa gara che si capisce l’essenza del ciclismo

Di Leonardo Piccione

Si trattasse di diamanti, o per lo meno di lapislazzuli, uno eviterebbe di porsi domande. Invece “Gli amici della Parigi-Roubaix” stanno chinati per ore a rimuovere incrostazioni di terra e fango da cubi di porfido di forma irregolare. Questa associazione di volenterosi appassionati di ciclismo trascorre buona parte del proprio mese di marzo, ogni anno, a sostituire i cubi di porfido andati persi e a riposizionare quelli saltati via durante la stagione agricola, cosicché i sentieri sconnessi del Dipartimento del Nord possano dirsi pronti a ospitare una volta ancora le biciclette, e a riservare loro il trattamento di sempre. È dal 1896 che le fanno sobbalzare e vibrare forte, attraggono i tubolari nello spazioso cuneo tra un cubo e l’altro, e una volta lì ecco teso il tranello: la foratura, il guasto meccanico. Le bici si spaccano, i ciclisti sacramentano. Uno potrebbe dire insomma sarà mica un’accoglienza degna questa, un clangore del genere poco si confà a uno degli eventi sportivi più seguiti del pianeta, più che una competizione è un tormento da irredenti, e per di più nel tempo di Pasqua.

Eppure “Gli amici della Parigi-Roubaix” sanno che è sempre stato questo il punto del gioco folle del ciclismo: facciamo un viaggio, ma rendiamolo memorabile. Andiamo dal punto a al punto b, ma non subito, prima passiamo per c, d ed e; anche f e g se volete, purché ogni deviazione sia superflua, ogni ostacolo un supplemento di fatica non necessario. Lanciamoci lungo le discese e, soprattutto, scaliamo le montagne. Il fatto è che se a è Parigi e b il Nord della Francia, in mezzo non ci trovi le montagne. Non nella loro forma canonica, almeno. In questo posto le montagne sono state frantumate e disposte in lunghe distese di cubi di porfido di forma irregolare: ecco cosa sono i settori in pavé della Roubaix. Ecco perché persino Jacques Goddet – uno dei grandi patron della corsa, che pure aveva la fama di uomo spietato – s’intimorì quando vide per la prima volta le condizioni della Trouée d’Aremberg, il settore più famoso di tutti: un orribile rettilineo di due chilometri e mezzo, la lingua di pietre mal tagliate a insinuarsi senza motivo tra due file di alti alberi. Ecco perché nel 1992 la Francia ha disposto la classificazione dei tratti in pavé come beni culturali vincolati e ha progressivamente impedito che fossero rimpiazzati da nastri di asfalto. L’edizione 2018 della Roubaix ha in programma 29 settori di pavé, per un totale di oltre 54 chilometri di gara sulle pietre.

“Gli amici della Parigi-Roubaix” sono i guardiani di un patrimonio di contrasti che ha pochi eguali nello sport contemporaneo. La Roubaix si corre in sella a biciclette che vengono dal futuro, ma su strade che parevano vecchissime già un secolo fa. Si sviluppa in orizzontale, ma produce differenze più ampie di una scalata verticale. È una corsa selvaggia, ma si guarda bene dal premiare i bruti. La Roubaix non c’entra quasi nulla col ciclismo, eppure guardandola si capisce com’è che il ciclismo sia ancora vivo, e perché nei riflessi fangosi della Regina delle classiche si compia tutto il senso del suo anacronismo.

«Questa corsa è uno schifo!», disse il corridore olandese Theo De Rooij al reporter che lo intervistò al termine dell’edizione 1985, in cui era caduto mentre si trovava nella prima parte del gruppo. «Lavori come un animale, corri in mezzo al fango, ti pisci addosso, scivoli di continuo… È una merda». Subito dopo il giornalista chiese a De Rooij se sarebbe tornato a correre la Roubaix. «Ovvio», rispose senza alcuna esitazione. «È la corsa più bella del mondo!».

 

Immagini Getty Images