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Il giro di boa dell’Italia femminile

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Dopo la vittoria contro il Belgio per 2-1, le azzurre sono vicinissime alla qualificazione ai Mondiali, che manca da vent’anni.


«Lavoriamo molto per spingere tanto sulle fasce e oggi avevamo abbastanza campo. Al di là dello studio delle avversarie, ogni volta ci prepariamo soprattutto per tenere il nostro gioco. Perché questo è quello che ci chiede il mister: più che guardare loro, guardiamo a noi. E cerchiamo di far leva sui nostri punti forti».

Nella zona mista all’uscita degli spogliatoi dello stadio Paolo Mazza di Ferrara Alia Guagni, terzino destro della Nazionale italiana di calcio femminile e della Fiorentina, 62 presenze e cinque gol in azzurro, è raggiante, soddisfatta di sé e della tenuta che la squadra ha dimostrato di fronte a un appuntamento fondamentale nel percorso di qualificazioni al Mondiale di Francia 2019 (competizione da cui l’Italia manca da vent’anni).

La tensione, l’ordine e la strategia

Il 10 aprile 2018 nello stadio della Spal si affrontava il Belgio, partito come favorita del girone 6 (la formula: sette gironi all’italiana, andata e ritorno, per un totale di otto partite. Passano tutte le prime; le quattro migliori seconde vanno ai playoff, da cui esce l’ottava partecipante). L’Italia sino a questa data ha avuto un exploit: cinque vittorie su cinque incontri, punteggio pieno e cinque punti di vantaggio sul Belgio, che però ha una partita in meno. «Non c’è pretattica e non si fanno calcoli, per cui giocheremo per vincere», aveva detto la ct Milena Bertolini presentando la sfida.

E calcoli non ci sono stati in questo match vinto in rimonta per 2-1. L’Italia ha confermato la compattezza e la solidità che l’hanno contraddistinta in questa prima parte delle qualificazioni, permettendole di ribaltare le premesse e arrivare all’appuntamento clou con un significativo vantaggio. Il che non ha voluto dire completa serenità, però, tanto che l’avvio di partita ha visto la Nazionale italiana, più che compatta, compressa. «Credo che la confusione iniziale sia molto collegata all’aspetto mentale delle ragazze. Noi abbiamo patito emotivamente tutto quello che c’era in ballo oggi: il senso di responsabilità, l’attesa. Abbiamo preso goal, uno schiaffo per svegliarci, e ci siamo caricate. Nello spogliatoio ho detto che nei primi 20 minuti siamo andate dietro a loro con lanci lunghi, fallacci, palle alte. E non è il nostro calcio. E che invece dovevamo giocare palla a terra, sfruttare le nostre qualità tecniche. Poi dopo si è visto», ha commentato in conferenza stampa Bertolini.

A dire il vero, nonostante la tensione iniziale, l’Italia, in campo con il 4-4-2 (meglio sarebbe dire un 4-3-1-2), ha dato comunque la sensazione di essere padrona della partita. L’inizio è stato sporco, soprattutto per l’atteggiamento del Belgio, schierato con un 4-1-4-1 compatto, con la numero 23 Kassandra Missipo tra le due linee a fare da raccordo, in continua e pressante interdizione, e il resto basato sul contropiede, affidato a Jana Coryn e alla bomber Janice Cayman (81 presenze e 28 reti, con quella di ieri, e sette gol in cinque partite durante queste qualificazioni). Ma al 13’ l’Italia aveva già sfiorato il vantaggio con una bella punizione a giro di Cristiana Girelli, attaccante al Brescia, che ha sfiorato l’incrocio. Per il resto la sporcizia tipica di una gara sentita, fra le prime due. E sporca, infatti, pasticciata, è stata anche l’azione che ha portato al rigore per il Belgio, trasformato al 37’ da Cayman.

Da lì l’Italia ha ricominciato a spingere, con una differenza: l’ordine. I lanci lunghi sono stati sostituiti dai tagli dal centro verso gli esterni a favorire la spinta sulle fasce (a destra Guagni, tra le migliori; a sinistra Elisa Bartoli, anche lei della Fiorentina Women’s). A centrocampo è iniziata la crescita inarrestabile della veneta Manuela Giugliano (centrocampista del Brescia, finora 19 presenze e tre reti) e quella di Martina Rosucci (centrocampista della Juventus). Il suo gol al 42’ nasce a centrocampo, con l’uscita caparbia dal guado a vantaggio della corsa sulla fascia destra di Guagni. Suo il cross rasoterra dal fondo, su cui in spaccata Rosucci ha segnato. Bello, come la corsa verso la panchina e l’abbraccio con la squadra al completo. Al 44’ Guagni avrebbe già potuto raddoppiare: conquistata palla sulla destra, dopo uno scambio con Aurora Galli ha ricevuto quasi sul dischetto il passaggio di ritorno dal fondo. Il tentativo di tiro a giro verso il palo alla destra del portiere belga Justin Simon Odeurs è uscito di un soffio.

Il secondo tempo è stato fatto di costruzione attenta del gioco, rigore e concretezza in difesa: un altro dei tratti di questa nuova Nazionale di Bertolini, che nelle sei partite di qualificazione sinora giocate ha subito solo due reti. Una netta inversione rispetto alla precedente gestione, legata anche al passaggio a una difesa a quattro che offre più garanzie. «Al di là della linea a quattro dietro, quello che caratterizza le ragazze è avere ottime doti atletiche e tecniche. Oggi si sono viste due squadre: una fisica molto essenziale, che è il Belgio, che ha giocato sulle ripartenze; poi una che ha messo in evidenza eleganza, possesso, fraseggio, insieme alle competenze tattiche. La compattezza c’è innanzitutto nello spogliatoio. Questa è una squadra di amiche: è il di più che fa la differenza, è l’essenza», ha dichiarato Bertolini, sempre rispondendo in conferenza stampa.

Una compattezza che era fondamentale nel test con il Belgio, considerato come detto favorito del girone. Dopo avere già cominciato le gare di ritorno, la sconfitta poteva significare mettere in discussione quanto di buono fatto, creare il timore di non farcela. Per questo la partita di martedì era il vero giro di boa, perché cinque punti di vantaggio con una gara in più e prima dello scontro diretto, a ben guardare, non possono essere considerati una sicurezza, anche se sulla scia dell’entusiasmo di cinque vittorie consecutive. Soprattutto andando a sfidare un paese che ha una tradizione nel calcio femminile di gran lunga più consolidata dell’Italia.

Sono i casi in cui si spiega la differenza fra la tattica, che ha a che fare con il movimento concreto nell’immediato, e la strategia, che riguarda la visione di insieme. Sul piano delle scelte strategiche l’Italia ha giocato bene in primis con la scelta dello stadio di Ferrara, città che ha saputo costruire attorno all’evento – complice la Federazione insieme agli Enti di promozione sportiva – un percorso di attenzione, basato sulla distribuzione dei biglietti (gratuiti) tra le scuole e le società calcistiche del territorio provinciale e regionale. Il risultato di 7.500 spettatori – un record importante per la Nazionale di calcio femminile – non è da considerarsi frutto del caso. Sul piano della strategia di gioco, invece, il punto fermo era l’identità da non mettere in discussione, vista la caratura dell’avversario. Il secondo tempo ne è stata la massima espressione: negli interventi difensivi a sradicare palloni di Cecilia Salvai (nomen omen); negli attacchi costanti di Girelli, quasi in gol su colpo di testa al 13’, fino alla seconda rete al 35’, con stop spalle alla porta, protezione del pallone, torsione e tiro sul secondo palo; nella neutralizzazione del più offensivo 4-4-1-1 belga derivato dalle sostituzioni e nella gestione del fuorigioco, che ha evitato un secondo rigore per il Belgio, concesso dall’arbitro prima della segnalazione.

E poi, a parlare di strategia, va menzionata la crescita generale del movimento. Dice ancora Bertolini: «Io lo dico da sempre, la Nazionale dipende dai club. È evidente che le scelte politiche fatte dalla Federazione in questi ultimi tre anni, che hanno obbligato le squadre professionistiche maschili ad avere le femminili a livello giovanile, hanno fatto sì che il nostro campionato crescesse. Con la Fiorentina prima, poi il Sassuolo, la Juventus, l’Empoli. E adesso l’Atalanta che si è unita con il Mozzanica, il Valpolicella che ha fatto la collaborazione con il Chievo. Seguiranno Inter, Milan e Roma, che hanno dichiarato che faranno la prima squadra. Questo significa che le mie ragazze avranno la possibilità di allenarsi come delle professioniste, con strutture adeguate, staff tecnici e medici adeguati, sei/sette allenamenti alla settimana. Non come ora, che ho qui anche giocatrici che fanno tre allenamenti alla settimana alle 8 di sera, mentre ci confrontiamo con ragazze del Belgio che fanno un campionato semiprofessionistico».

Se ne cadeva il (San) Paolo Mazza

A Napoli c’è un’espressione da tifoso, che è sempre un periodo ipotetico dell’irrealtà, atta a immaginare le conseguenze epocali di un goal improbabile, se non impossibile, cercato per sfacciataggine e in pura sfrontatezza. Una volta l’ho sentita pronunciare riferendosi a se stesso anche da Quagliarella, nella doppia veste di autore del gesto (un tiro dei suoi da centrocampo) e di tifoso-commentatore: «Uà, si signavo chillu goal se ne careva o’ San Paolo». Ecco, martedì sarebbe venuto giù per l’entusiasmo della gente anche il Paolo Mazza, se al 39’ del secondo tempo Giugliano avesse messo dentro il tiro del 3-1, una botta quasi dalla trequarti, salita e ridiscesa repentinamente, che ha colpito in pieno l’incrocio dei pali con Odeurs protesa inutilmente in tuffo. Se lo sarebbe meritato tantissimo quel gol, per la partita ordinata e intelligente che ha fatto, a partire dal primo fallo tattico (da ammonizione, a fermare uno dei primi contropiede del Belgio) al minuto 8 del primo tempo, passando per il grande lavoro di controllo sulla prima punta Coryn, molto forte fisicamente. E poi, soprattutto, per il piede notevole che ha, con cui a ripetizione pesca le compagne con lanci millimetrici.

Insieme a lei, altre menzioni le meritano Guagni, di cui si è detto; il capitano Sara Gama, partita splendida, di sicurezza e ordine, quella con cui ha celebrato le 100 presenze in Nazionale. E poi Rosucci, centrocampista grintosa, precisa, quasi in gol su punizione. E il portiere Laura Giuliani (titolare della Juventus). Spiazzata, è vero, sul rigore di Cayman, è stata autrice di tre interventi decisivi: al 35’ del primo tempo, poco prima del penalty; poi nella seconda frazione all’11′, sul tiro a giro di Lea Tina De Caigny, e al 18’ sul colpo di testa di Cayman. Tutto suo il finale: prima con l’urlo «Fino alla fine!», che si è sentito a piena voce in uno stadio zittito da uno scontro fra Barbara Bonansea e Odeurs sul fronte opposto; poi per la testata subita al quarto minuto di recupero, con lei a terra, in attesa del fischio.

E a proposito di attese, l’iter non è ancora compiuto. Mancano due partite alla fine delle qualificazioni. Che sarebbero ancora più storiche, non solo per i vent’anni di attesa, ma considerando pure la coincidenza della Nazionale maschile fuori dal Mondiale di Russia. Le ultime due saranno le più difficili. L’8 giugno a Firenze contro il Portogallo, squadra tecnica e veloce, che basa tutto sul possesso palla e che, seppur poco tattica e pragmatica, ha strappato un pareggio al Belgio e con cui all’andata l’Italia è riuscita a vincere solo per 0-1. Poi il 4 settembre l’ultima contro il Belgio – che prima delle azzurre dovrà affrontare fuori casa la Moldavia il 10 giugno e la Romania il 31 agosto – dinanzi a un pubblico ostile di 25.000 spettatori previsti. Aveva detto Bertolini che loro non avrebbero fatto calcoli. Adesso potete farli voi.