Iscriviti alla newsletter: scopri tutte le storie di Undici!

Condividi su Facebook Condividi su Twitter Invia una e-mail

I quattro minuti che hanno deciso Salisburgo-Lazio

Da una qualificazione praticamente in tasca al crollo che ha eliminato la squadra di Simone Inzaghi.

Di Redazione Undici

Il blackout inteso come forma di debolezza è un fatto umano: può verificarsi, si è verificato, si verificherà. E infatti quanto successo alla Lazio ieri sera stupisce non tanto perché è successo, quanto per le dimensioni, per l’entità del danno che quella manciata di minuti di rilassamento è stata in grado di provocare. La situazione al 70′ era piuttosto rassicurante: il botta-e-risposta tra Immobile e Dabbur si era rivelato ai punti privo di significato e alla Lazio sarebbe stato sufficiente amministrare – passivamente o attivamente – i venti minuti rimanenti, o poco più. Ciò che era già emerso in live, ma che emerge ancor di più nel post, è la differenza di intensità tra le due squadre in quel preciso arco temporale, nello specifico dal 2-1 in avanti. Perché in fin dei conti il primo dei tre gol è soprattutto una questione tra Strakosha e Haidara, nonostante il fatto che il maliano riceva, controlli e calci indisturbato costringa a fare un appunto anche a Luis Alberto.

240 secondi di ordinaria follia

Il vero momento clou ha inizio poco dopo. Dal momento in cui il destro di Haidara si insacca alla battuta a metà campo di Immobile passano trentacinque secondi ed il 73′ è già partito da un po’. La Lazio, che non ha ancora subìto un vero e proprio contraccolpo, gestisce il pallone senza fretta e lo fa passare da Leiva al lato sinistro e da lì a Strakosha. I compagni scappano e al portiere albanese non resta che azzardare il rinvio lungo, che né Parolo né Felipe Anderson provano ad intercettare. Al loro posto c’è Caleta-Car. Il difensore del Salisburgo lo aggredisce e lo appoggia a Schlager, che si libera del ritorno di Parolo e dà il tempo ai suoi per riorganizzarsi. Il cronometro recita 72:37. Inizia una lunga fase di possesso degli austriaci: risalgono lentamente il campo sul lato destro, tornano al centro per andare su quello opposto, per poi finire ancora una volta a destra da Haidara e Hwang. Il loro gioco in questa fase è più fluido che mai e la Lazio accusa un comprensibile calo psico-fisico.

Dopo poco meno di un minuto il pallone arriva tra i piedi di Caleta-Car, non esattamente i più fini della serata. Pur avendo metri di campo davanti a sé il centrale croato decide di scaraventarlo in avanti d’esterno e il risultato almeno tecnicamente non è dei migliori, ma De Vrij e Radu non si intendono e se lo lasciano passare sotto gli occhi. Il destinatario occasionale è Hwang, che ringrazia, colpisce male – forse anche peggio di Caleta-Car – e batte Strakosha. Un paradosso che si accartoccia su se stesso almeno due volte confeziona il 3-1 per il Salisburgo, risultato che condannerebbe la Lazio all’eliminazione.

E non è tutto, perché dopo un minuto di esultanza il gioco riprende e gli uomini di Inzaghi (discutibili le sostituzioni) non riescono a reagire. L’imputato numero uno del caso è il neoentrato Lukaku, aggredito sulla fascia da Haidara e Lainer e dispossessato in pochi secondi. Il Salisburgo è in fiducia e guarda avanti di default, cambia lato con due passaggi e prima ancora che la Lazio abbia innescato la fase difensiva è già in area biancoceleste. Berisha strappa un calcio d’angolo facendo rimpallare la sfera sul braccio di De Vrij e sugli sviluppi della battuta Lainer fa 4-1. Inutile dire che il colpo di testa del terzino, del tutto non-marcato, arriva da un metro di distanza dalla linea di porta. De Vrij abbassa la testa, i giocatori della Lazio non parlano e soprattutto non si parlano. Il prezzo di un blackout in rapporto alle sue dimensioni non è mai stato così alto.