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I Maestri

Come Jason Kidd e Steve Nash, nuovi membri della Hall of Fame Nba, hanno cambiato il ruolo e il gioco.

di Claudio Pellecchia

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C’è stato un periodo, tra la fine degli anni ’90 e l’inizio dei 2000, in cui seguire la Nba al di qua dell’Atlantico era molto meno facile di quanto lo sviluppo tecnologico di allora avrebbe lasciato supporre: internet era ancora un mezzo dalle potenzialità sconosciute, potenzialmente illimitate e non del tutto sfruttate (il sito ufficiale della lega si limitava a riportare, in maniera asettica, risultati e tabellini), Youtube e i social network dovevano essere anche solo immaginati e le partite live o in replica (comunque nell’ordine delle due o tre a settimana) erano un privilegio riservato a quei pochi eletti che potevano permettersi la pay tv, con la relativa nitidezza di immagini e colori che restituiva bene la distanza, non solo geografica, che ci separava da quel mondo a parte. Spesso, quindi, l’unica soluzione era attendere il sabato pomeriggio e la messa in onda di Nba Action, format televisivo distribuito in Italia su Rai Tre e sull’allora Tele+, che, attraverso highlights e approfondimenti permetteva al pubblico generalista di restare aggiornato sulle vicende di “The League”: a chiusura del programma, poi, la celebre courtside countdown, la raccolta delle dieci migliori giocate della settimana, costituiva il mezzo prediletto con cui giovani e giovanissimi potevano ammirare le grandi star di una Nba in fase di cambiamento e che si preparava a salutare Michael Jordan per la terza e ultima volta.

Kidd e Nash sono gli ultimi due superstiti di quella generazione di guardie che ha definitivamente completato il ricambio generazionale del ruoloDue di queste star, che di quelle particolari classifiche erano habitué, saranno introdotte insieme nella Naismith Memorial Basketball Hall of Fame il prossimo settembre. E non potrebbe essere altrimenti: perché Steve Nash e Jason Kidd, oltre a incarnare perfettamente quel tipo di basket, riscrivendo in chiave moderna il concetto di point guard e anticipando l’attuale e assoluta centralità del ruolo, hanno visto le rispettive carriere intrecciarsi ben al di là del confronto diretto o del dibattito su chi dei due fosse il miglior playmaker in quella particolare fase storica. Non è un caso, infatti, che già nel 2012 Tim Doherty scrivesse su Bleacher Report che «Kidd e Nash sono gli ultimi due superstiti di quella generazione di guardie proveniente dai tardi anni ’90 e dai primi 2000» in una Nba che «ha definitivamente completato il ricambio generazionale nel ruolo, grazie a una serie di giovani talentuosi e atletici»: di fatto, le moderne combo guards come Stephen Curry, James Harden, Kyrie Irving, Russell Westbrook e Chris Paul (e, prima che gli infortuni li condizionassero in maniera determinante, anche Derrick Rose e Rajon Rondo) rappresentano lo stadio finale di un’evoluzione che ha avuto in Nash e Kidd l’anello di congiunzione ideale tra due epoche del gioco altrimenti troppo distanti tra loro.

Come è stato rilevato da Jerry Brewer in questo articolo del Washington Post, «quella della point guard è attualmente la posizione più importante in campo della moderna Nba. Il gioco viene strutturato affinché le guardie possano muoversi liberamente sul terreno di gioco, con gli allenatori che affidano loro quasi tutte le responsabilità, compresa quella di segnare punti»: non è quindi errato dire che, al netto di uno stile di gioco molto simile in certi aspetti e totalmente differente in altri, i due playmaker di riferimento della scorsa generazione siano stati i principali artefici del cambiamento che ha portato a sdoganare progressivamente i principi cardine dello small ball elevato a forma d’arte contemporanea dai Golden State Warriors e, più recentemente, dagli Houston Rockets di Mike D’Antoni (che a Nash deve il raggiungimento del miglior risultato in carriera, le Finali della Western Conference nel 2005 e nel 2006 con i Phoenix Suns), anche grazie a quelle modifiche regolamentari che, all’inizio del nuovo millennio, ridussero l’impatto dell’aspetto puramente fisico del gioco e aprirono le porte a quella pallacanestro rapida, istintiva e di visione tipica dei nostri tempi.

Dopo anni passati  a cercare un criterio univoco che legittimasse la superiorità dell’uno sull’altro, Steve Kerr ha probabilmente individuato il piano d’analisi corretto quando, nello spiegare l’ascesa vertiginosa dei suoi Warriors nella stagione 2014/15, ha raccontato che «il basket ha sempre avuto tante menti innovative. Era solo questione di tempo prima che tutti i vantaggi di questa era venissero esplorati e sfruttati»: non si tratta più di stabilire chi tra i due sia il playmaker migliore (del resto parliamo del secondo e terzo all time nella classifica degli assist, dietro solo all’irraggiungibile John Stockton), ma di individuare quanti e quali aspetti della loro pallacanestro abbiano influenzato gli attuali interpreti di quella che Doc Rivers ha definito «la più grande era di playmaker che la Nba abbia mai visto». Una legacy percepita ogni volta in cui a una PG moderna viene richiesto un lavoro sui due lati del campo che coniughi il meglio di quanto mostrato da entrambi, in una sorta di ridondante ricerca senza sosta del “playmaker perfetto”, che ridefinisca secondo i canoni attuali l’antico compito di controllo del gioco.

A una prima analisi l’influenza di Nash sembra essere quella più immediatamente riconoscibile, non foss’altro perché riferita quasi esclusivamente alla dimensione offensiva e allo sviluppo dell’idea che il principale elemento del back-court potesse alternarsi nel ruolo di passatore e realizzatore, all’interno di un sistema fluido e libero da schematismi troppo rigidi. Nel suo essere un’autentica icona di resistenza umana fin dai tempi dell’Università di Santa Clara (la leggenda narra che palleggiasse per ore  all’interno del campus con una pallina da tennis per sviluppare al meglio il suo ball handling e smentire quei compagni di squadra che erano arrivati a scommettere dei soldi sul suo mancato approdo in Nba), il canadese è riuscito a porre le basi che gli sono servite per dominare (Mvp per due volte consecutive nel 2005 e 2006 e uno dei 13 giocatori a ottenere il riconoscimento più di una volta) nonostante il suo fisico “normale”: la coordinazione occhio-mano, la visione periferica, la capacità di girare intorno al pitturato per evitare l’aiuto del lungo avversario creando contestualmente una linea di passaggio pulita, la capacità di generare separazione grazie alla rapidità di piedi, l’estrema affidabilità al tiro (è uno dei pochi ad aver concluso una stagione con 50% dal campo, 40% da tre e 90% ai liberi: solo Curry è riuscito a eguagliarlo dal giorno del suo ritiro), lo sfruttamento del pick ‘n roll in transizione, rappresentano quei legati tecnici che devono obbligatoriamente far parte del bagaglio del moderno play di riferimento all’interno della lega. Il tutto accompagnato da un’etica del lavoro e da una cura maniacale dei dettagli che hanno finito quasi con il normalizzare lo straordinario, in un modo che è stato perfettamente descritto qualche tempo fa da Brett Koremenos su Grantland: «Le sue abilità hanno influenzato così tanto i metodi di allenamento dei vari coach non perché eccezionali ma perché raggiungibili: una serie di caratteristiche che potevano essere affinate con la stessa meticolosità che ha reso Nash un otto volte All Star. Ecco perché Nash ha avuto più influenza di chiunque altro nello sviluppo dei moderni giocatori Nba».

Kidd, di contro, si è “riciclato” come realizzatore (nono nella classifica di tutti i tempi per tiri da tre punti realizzati, con il 35% di media) nella seconda fase di una carriera vissuta sull’essere un “all around player” sui generis (soprattutto in considerazione del livello fisicità richiesta oggi a quei giocatori che rientrano in questa categorizzazione, Antetokounmpo, James e Draymond Green su tutti) dalla tripla doppia sempre in canna e in grado di migliorare esponenzialmente le qualità di chi gli giocava accanto. Un leitmotiv che lo ha accompagnato nel suo viaggio A/R da e per Dallas (con i Mavericks ha esordito nel 1994/95 – vincendo il Rookie of The Year in coabitazione con Grant Hill –, chiudendo idealmente il cerchio con il titolo del 2011, prima del canto del cigno a New York) e che si è manifestato in tutta la sua evidenza quando, tra il 2001 e il 2003, è riuscito a portare i New Jersey Nets (squadra da 26 vittorie nella stagione precedente al suo arrivo) alle Finals per due volte consecutive.

Un’impresa la cui portata ci è stata restituita da David Roth in questo articolo pubblicato poco dopo il ritiro del playmaker californiano: «Nessuno, tra noi tifosi dei Nets, avrebbe mai pensato che potesse esistere un giocatore come Jason Kidd. Eppure, dopo pochi minuti della prima gara, non solo era chiaro che i Nets avrebbero vinto molte più partite rispetto alla stagione precedente, ma che avrebbero anche aperto le porte di nuovi e strani universi di pallacanestro a quei tifosi le cui aspettative erano rimaste bloccate in modo spasmodico in un mondo vecchio e banale. Dai nostri posti economici abbiamo visto Kidd rendere il gioco incredibilmente astratto, con giocate che sembravano quasi accumularsi nell’immanenza prima di manifestarsi nell’applauso sconvolto di chi quasi non riusciva a credere che quelle cose le avesse fatte davvero. La Nba vista da vicino ti sorprende per quanto sia veloce: ciò che ti sorprendeva di Kidd al suo meglio era la sua lentezza e la sua sicurezza». Un basket associativo, completo ed esaltante, giocato a un livello tale da poter rendere possibile qualsiasi cosa, compreso credere di poter giocare alla pari contro Shaq & Kobe prima e Tim Duncan poi, insieme a Kanyon Martin, Richard Jefferson e gli altri carneadi del “Jason Kidd Flying Circus”: quasi inspiegabile per chi, da adolescente, soffriva di una forma di dislessia tale da costringere i genitori a optare per una sorta di auto-recruiting quando si è trattato di scegliere il college, con le università scartate o ascoltate in base alle risposte date a un questionario in cui si chiedeva il livello di assistenza scolastica fornito agli alunni con difficoltà di apprendimento.

Al di là dell’influenza sugli epigoni, il tema dell’effettivo ruolo di Nash e Kidd nella storia del gioco e nell’evoluzione dello stesso, spesso sottovalutato a causa dell’aver vinto appena un titolo in due (e il canadese non è nemmeno mai arrivato a giocarsi una serie finale), può essere estesa anche a un ambito di discussione più ampio e che prescinde dai dati, dalle statistiche, dalle vittorie. Nel 2013, nel sottolineare come i due avessero restituito alla Nba quella dimensione collettivista che sembrava essere stata stritolata dal sistema di isolamenti costruiti ad uso e consumo di Jordan e dei suoi eredi, Tom Van Riper scriveva su Forbes che «le cose hanno cominciato a cambiare quando Kidd e Nash si sono ritagliati il proprio spazio nella Nba. Entrambi erano dei punti di riferimento, i playmaker che potevano dominare il campo e trovare il compagno libero sia in transizione che in situazioni di difesa schierata, con l’intuizione improvvisa che completava l’ampio repertorio dei fondamentali. L’isolamento divenne improvvisamente fuori moda, le azioni offensive erano di nuovo fluide, la palla ricominciava a muoversi. Per la Nba è stato come rinascere».

Si tratta di un’eredità riconosciuta, riconoscibile e che va oltre l’aver generato una folta schiera di imitatori: l’aver impresso una decisa svolta alla direzione che la pallacanestro stava prendendo, quasi salvandola da quella deriva individualista ancorata alla presenza nel roster di una/due superstar e di tanti “role player” monodimensionali, è un retaggio che, in virtù del principio della “history in the making”, è stato compreso nella sua interezza (anche dai diretti interessati) solo nel momento in cui la parabola sportiva di entrambi si è esaurita. Lo stesso Nash, al termine della stagione 2013/14, la sua ultima da professionista, nel raccogliere i ringraziamenti dei colleghi più giovani ispirati dalla sua interpretazione del gioco, disse: «È davvero strano ogni volta che sento qualcuno che mi dice di quanto sia stato importante il mio impatto sul suo gioco: mi sento sempre molto lusingato ma, francamente, non sono in grado di poter dire se me lo merito o no. Ricevere il sostegno, il rispetto e l’ammirazione di tutti questi ragazzi è il modo migliore per congedarmi da questo sport. Non vedo l’ora di accendere la tv e guardarli giocare per i prossimi dieci anni: sarà molto molto speciale». Così come lo è stato per noi guardare loro mentre cambiavano il gioco, quasi senza che ce ne accorgessimo.