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Quando i gregari decidono uno scudetto

Cinque giocatori poco celebrati ma fondamentali per la vittoria del campionato nelle ultime stagioni di Serie A.

Di Francesco Caligaris

Juan Cuadrado − Juventus 2017/18

Nelle varie Juventus di Massimiliano Allegri, Juan Cuadrado si è fatto tutta la fascia destra: esterno d’attacco nel 4-2-3-1, laterale di centrocampo nel 3-5-2, all’occorrenza anche terzino nel 4-3-3. È successo di recente, con Mattia De Sciglio infortunato, nella vittoria per 3-2 in casa dell’Inter e nella finale di Coppa Italia dominata contro il Milan (4-0). Il colombiano quest’anno in campionato ha giocato 15 partite da titolare e sei da subentrato, risultando il 16° bianconero per minuti giocati in Serie A, complice anche la pubalgia accusata nel primo trimestre del 2018. L’ex Lecce e Fiorentina, comunque, ha segnato quattro gol – gli stessi di Douglas Costa e Miralem Pjanic, uno in meno di Mario Mandzukic che ha collezionato quasi 1000 minuti in più – e ha regalato sei assist ai compagni. Ha “spaccato” partite decisive, segnando la rete del 2-1 contro il Milan al 79′ e soprattutto il 2-2 contro l’Inter a San Siro all’87’, e ha la quinta miglior media voto dell’intera rosa bianconera su WhoScored, 7,28, alla pari di Gonzalo Higuaín. Cuadrado è efficace per la sua potenza che sembra quasi casuale, per i suoi cambi di ritmo che abbinati a quelli di Douglas Costa a sinistra hanno fatto più volte la fortuna della Juventus e per la “confusione” che genera tra le difese avversarie. Allegri lo striglia spesso (anche sul 4-0 nella finale di Coppa Italia dopo una banale palla persa a centrocampo), ma se il suo rinnovo in bianconero è legato alla permanenza di Allegri qualcosa vorrà pur dire.

Cuadrado che approfitta del lato debole delle difese avversarie e si inserisce per colpire di testa è uno schema della Juventus, efficace sia nella vittoria sul Milan a fine marzo che in quella sul Benevento in autunno

Simone Zaza − Juventus 2015/16

La Juventus 2015/16 è la seconda di Allegri: è reduce dalla finale di Champions League persa 3-1 contro il Barcellona di Messi, Neymar e Suárez, ma sembra aver appena chiuso un ciclo con gli addii, dopo Berlino, di Carlos Tévez, Andrea Pirlo e Arturo Vidal. La continuità è data dalla “Bbbc” in difesa e da Álvaro Morata in attacco, il leader diventa Paul Pogba, che veste la maglia numero 10, e il nuovo acquisto è Paulo Dybala. All’inizio non mancano le difficoltà: due sconfitte consecutive nelle prime due giornate di campionato, in casa contro l’Udinese e sul campo di una rivale diretta come la Roma, anticipano l’1-1 dello Stadium contro il Frosinone, il ko del San Paolo contro il Napoli di Gonzalo Higuaín e l’1-0 di Reggio Emilia contro il Sassuolo che, il 28 ottobre, lascia i bianconeri a -11 dalla Roma capolista con 12 punti in 10 giornate. Con le spalle al muro, la Juventus reagisce da grande squadra e, a partire dal derby col Torino vinto 2-1 al 93′ con una zampata di Cuadrado, ottiene 15 successi di fila. L’ultimo è quello decisivo, quello che simbolicamente vale lo scudetto nonostante sia solamente il 13 di febbraio: l’1-0 contro il Napoli di Maurizio Sarri porta la squadra di Allegri da -2 a +1 in classifica, e non ci saranno più ribaltamenti. Il gol della vittoria, che arriva all’88’, porta la firma del quarto attaccante della rosa, Simone Zaza, che chiuderà la stagione con un bottino di cinque reti. Zaza, 19 presenze di cui solo cinque da titolare, occupa il 20° nella classifica dei giocatori della Juventus più utilizzati in quel campionato. Partite delicate come quelle contro Roma, Torino, Milan, Lazio, Fiorentina e Inter le guarda tutte dalla panchina, con il Napoli gioca poco più di mezz’ora entrando al posto di Morata. Gli altri gol li segna al Frosinone, al Palermo, al Verona e al Carpi.

La schiena di Albiol è decisiva nel premiare il sinistro di Zaza

Alessandro Matri − Juventus 2011/12

La prima Juventus di Antonio Conte è la classe operaia al potere: Emanuele Giaccherini, Fabio Quagliarella, Simone Pepe, Stephan Lichtsteiner e compagni rimangono imbattuti in Serie A e vincono il primo dei sette scudetti consecutivi davanti al Milan di Zlatan Ibrahimovic. L’emblema di una squadra non fortissima, ma organizzata e grintosa come poche altre tra le recenti vincitrici del campionato italiano, è Alessandro Matri, 10 gol conditi da quattro assist, solo l’11° calciatore per minuti giocati in stagione. Matri, 27 anni, è nel punto più alto della sua carriera. Gioca 23 partite da titolare e otto da subentrato: alla seconda giornata è già in rete nella vittoria per 1-0 sul campo del Siena, all’ottava segna una doppietta nel 2-2 casalingo con il Genoa, quella dopo decide Juventus-Fiorentina 2-1, a inizio gennaio a Lecce entra al 23′ al posto di Quagliarella infortunato e quattro minuti dopo trova il gol della vittoria, a fine mese una sua doppietta vale il 2-1 contro l’Udinese sotto la neve dello Stadium e, nello scontro diretto col Milan celebre per il gol non assegnato a Sulley Muntari, firma il pareggio che mantiene i bianconeri a -1 in classifica. Da quel 25 febbraio in poi non segnerà più, lasciando ad altri l’onere di gol altrettanto pesanti (la punizione di Del Piero nel 2-1 con la Lazio, il gol di Marco Borriello per l’1-0 di Cesena), ma a fine stagione sarà comunque il miglior marcatore della squadra, l’unico a raggiungere la doppia cifra.

L’anno dopo Matri si è confermato segnando otto gol (quarto miglior capocannoniere dei bianconeri) in 10 presenze da titolare e 12 da subentrato

Mathieu Flamini − Milan 2010/11

Mathieu Flamini arriva al Milan come parametro zero dall’Arsenal nell’estate del 2008, dieci anni fa. Nella prima stagione, con Carlo Ancelotti in panchina, gioca 37 partite senza mai segnare. Quella dopo – nel frattempo l’allenatore è diventato Leonardo – le presenze sono 32, e in Coppa Italia contro il Novara arriva la prima rete italiana con un gran destro da fuori area quasi a tempo scaduto. Ma è nel 2010/11 che il centrocampista francese dà un senso al suo trasferimento in Italia: è il 12° giocatore più impiegato da Allegri, 14 partite da titolare e otto dalla panchina, e segna per la prima volta in Serie A. Il gol al Bari, alla decima giornata, coincide con la prima presenza nell’undici di partenza al fianco di Gennaro Gattuso e Massimo Ambrosini: Ibrahimovic lo serve in corsa e lui anticipa l’uscita di Jean-François Gillet con un tocco sotto di sinistro. La seconda rete, contro il Bologna, è quella che di fatto regala al Milan lo scudetto, perché rende vana la rimonta nei minuti di recupero dell’Inter a Cesena del giorno precedente e permette ai rossoneri di conquistare il tricolore pareggiando 0-0 a Roma il sabato successivo. Flamini sblocca la partita all’8′ del primo tempo con un gol che è un mix di qualità e cattiveria, le stesse caratteristiche di quel Milan in cui Ibra era la stella e Mark van Bommel l’acquisto perfetto nel mercato di gennaio: controllo a seguire per aggirare Miguel Britos e, dopo la prima conclusione parata da Emiliano Viviano, tap-in in scivolata per spedire il pallone in rete.

Gli inserimenti dei centrocampisti sono un marchio di fabbrica del gioco di Allegri: grazie anche alle sponde di Ibrahimovic, l’anno dopo Antonio Nocerino segnò 10 gol in Serie A

Julio Ricardo Cruz − Inter 2006/07

Julio Ricardo Cruz non giocava molto, ma segnava un sacco di gol pesanti. È una costante della carriera del Jardinero, valida anche e soprattutto nella stagione 2006/07, a 31 anni, con Roberto Mancini sulla panchina dell’Inter. Gol pesanti come i 12 realizzati alla Juventus o i tre nei derby contro il Milan. Gol pesanti proprio come quello contro i rossoneri dell’11 marzo 2007: Ronaldo, l’odiato ex, buca Júlio César sotto la Curva Nord con un sinistro rasoterra da fuori area al 40′ del primo tempo, l’argentino entra al posto di Hernán Crespo al 54′ e 11 secondi dopo trasforma nel gol del pareggio (l’Inter vincerà poi 2-1) un cross di Ibrahimovic dalla destra non trattenuto da Nelson Dida. O come quello di Parma, il 12 novembre 2006, per il 2-1 nerazzurro al 92′: una tripla carambola tra il suo colpo di testa, le mani di Alfonso De Lucia e il goffo tentativo di rinvio di Matteo Contini che finisce nuovamente sul suo piede destro. O ancora come il tuffo che da il la alla rimonta da 0-2 a 2-2 a San Siro contro il Palermo il 15 aprile 2007, a un passo dallo scudetto, il primo “sul campo” dopo 18 anni di digiuno. Cruz in quella stagione gioca 15 partite – 19° nella classifica per utilizzo della rosa dell’Inter – ma segna sette gol e serve anche due assist ai compagni: uno dei due è quello per il raddoppio di Ibrahimovic nel derby di ritorno, mandando gambe all’aria Daniele Bonera pressato al limite dell’area di rigore.

Gol e assist in uno dei derby più sentiti degli anni recenti, quello del ritorno di Ronaldo (ma in maglia rossonera)