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L’agrodolce romanzo europeo del Marsiglia

A 25 anni dall’unica vittoria europea e a 14 dall’ultima finale, l’Olympique Marsiglia ha un appuntamento che ha il sapore del riscatto e della redenzione.

Di Ezio Azzollini

L’aria che dal golfo soffia su Chateau d’If, dove Edmond Dantès visse diverse notti inquiete, è di nuovo gonfia di aspettative, e di sogni di notti dal sapore europeo. Marsiglia ci riprova, a quattordici anni dall’ultima volta. E anche ora l’impresa a cui l’Olympique di Rudi Garcia è chiamato a rispondere, per cercare di riportare una coppa europea in Provenza a venticinque anni dalla zuccata di Boli a Monaco, appare improba quanto le precedenti. In Europa League il Marsiglia è comparso spesso, tredici volte nella propria storia, quattro solo considerando le nove edizioni sotto la nuova denominazione. E la volontà del club è stata quella di non fare da comparsa: quasi sempre, per l’Olympique superare la tagliola degli ottavi di finale di Europa League vuol praticamente dire arrivare all’ultimo atto. Un’eliminazione ai quarti, nel 2009, e mai sconfitto in semifinale.

Del resto, i marsigliesi sembrano vestiti una responsabilità storica da onorare: complicato stabilire se davvero avesse ragione Schopenhauer nel perorare la città di Marsiglia come la più bella di Francia. Ma se si sposta il dibattito sul campo di calcio, e sull’onore portato al Paese fuori dai confini nazionali, non c’è dubbio alcuno: sì, Marsiglia è la più bella di Francia, o quantomeno la più vincente. L’unica sul tetto d’Europa, quasi la sola ad aver portato una coppa europea in Francia, e per trovare un’eccezione bisogna risalire alla Coppa delle Coppe del Paris Saint Germain del 1996.

Perché anche nell’idea sentimentale del Marsiglia bello d’Europa, quasi fosse un’affinità elettiva con la vocazione continentale che fa parte da sempre della storia della città, come capita spesso alle digressioni romantiche c’è un eppure, ed è rappresentato proprio dal conto aperto che l’OM sembra avere con la fu Coppa Uefa, dopo due finali senza sorrisi, entrambe sconfitte quasi senza colpo ferire, e senza l’ombra di un gol. Nonché entrambe prodromi di passaggi piuttosto dolorosi, o comunque complicati, nella storia recente del club, che peraltro nella sua storia tra discese ardite e risalite non si è risparmiato davvero nulla, tanto da dare all’appuntamento con i colchoneros di Simeone il valore del simbolo e probabilmente della fine un incantesimo, prima che esso diventi troppo ingombrante.

L’ultima volta, all’Ullevi di Göteborg il 19 maggio di quattordici anni fa, era arrivato un Olympique a petto in fuori, pieno di merito e di jours de glorie: i francesi, scesi dalla Champions senza scossoni al morale come ogni tanto può capitare, avevano liquidato nell’ordine Dnipro, Liverpool, Inter e Newcastle, prendendo gol solo dai Reds, e con la rete immacolata nelle quattro gare tra quarti e semifinale. La sfortuna è che all’ultimo atto di fronte all’OM c’è, come quattordici anni dopo, una spagnola: è il Valencia di Rafa Benitez, fresco campione di Spagna, una delle sole due squadre capaci di interrompere dal 2000 in poi la tirannide di Barcellona e Real Madrid in Liga. L’altra, guarda caso, è l’Atletico Madrid di Simeone.

Finale Coppa Uefa 2004: Valencia-Marsiglia 2-0

Nella fresca sera svedese il Marsiglia regge, anche piuttosto bene, per un tempo. Poi a un respiro dall’intervallo, l’episodio che cambia la storia: ad atterrare Mista in area, causando rigore e vedendosi sventolare da Collina il cartellino rosso, è proprio Barthez, tornato all’OM in estate, una delle glorie della Champions League del 1993: oggi appare come uno di quegli artifici letterari capaci evocare la sensazione del contrappasso. Il rigore lo trasforma Vicente, il bis lo firma Mista in avvio di secondo tempo, e dei tentativi verso la porta di Canizares si ricorderanno in pochi. L’estate che verrà non è del tutto serena, perché dopo appena una (ottima) stagione, condita da 32 reti e buona dose di sentimento, i tifosi devono salutare Drogba, che passa al Chelsea per circa 36 milioni di euro: un discreto colpo in uscita, ma non esattamente l’indizio di una programmazione a lungo termine. È invece la certificazione del fallimento di quel sogno incarnato quindici anni prima da Tapie, quello d’essere in grado, come scrive sul Financial Times Simon Kuper, «di riuscire a mettere insieme una manciata di eccellenti giocatori, e poi tenerseli pressoché per sempre». Seguiranno due stagioni con due non indimenticabili quinti posti in Ligue 1: per vincere di nuovo il titolo bisogna attendere fino al 2010, e quello firmato da Didier Deschamps ad oggi resta  l’unico trionfo in campionato negli ultimi venticinque anni.

Era andata peggio, se possibile, cinque anni prima, al primo tentativo in una finale di Uefa, al Lužniki di Mosca, il 12 maggio del 1999, contro il Parma di Malesani. A Mosca il Parma è letale quando c’è da colpire. Sono passati diciannove anni e, ragionando di tabù e maledizioni, quella vinta da Sensini e compagni nella primavera moscovita resta l’ultima finale di Coppa Uefa, o Europa League che dir si voglia, giocata da una squadra italiana. Di contro per l’Olympique quel 3-0 inflitto dai ducali, alzando bandiera bianca già al 55’, certamente non è il più bel finale che si possa scrivere nella stagione del centenario. In estate partono il capitano Blanc (a Marsiglia non la prendono benissimo) e Domoraud, in tandem all’Inter, oltre a Roy, Dugarry, Ravanelli, Bravo, Gourvennec: l’aver quasi toccato la Coppa Uefa, l’essersi avvicinati all’idea di alzare il secondo trofeo continentale nella propria storia, per i francesi è invece l’anticamera di due stagioni da incubo. La panchina di Courbis salta dopo appena tre mesi, nel novembre del ’99, e i due quindicesimi posti di fila tra il 2000 e il 2001 che portano la squadra a un passo dalla retrocessione restano il punto più basso, almeno sul campo, dal 1980 in poi.

Finale Coppa Uefa 1999: Parma-Marsiglia 3-0

E anzi, a proposito di retrocessioni, un amante di quei romanzi capaci di fondere righe gloriose e righe dolorose nel volgere di poche pagine vedrebbe proprio nell’espediente della discesa in purgatorio la metafora all’interno fato della storia europea della più bella di Francia. Se si parla di gloria e di caduta, di gioia e di dolore, del tetto d’Europa e dell’onta della retrocessione, impossibile non tornare alla concitata estate del 1993. E oggi, ripensando all’OM di Bernard Tapie, può darsi sia stato il topos dell’espiazione ad impedire al club di vincere mai più in Europa dopo quel 1993, nella forma più sottile: guardare ma non toccare. Curioso chiedersi in che confidenza fossero i navigatori greci che ventisette secoli fa fondarono Marsiglia, con quel tema ricorrente della tragedia ellenica che risponde al nome di hybris. Un concetto che siamo abituati a tradurre spesso, non del tutto compiutamente, come colpa dovuta alla tracotanza, all’eccesso, alla prevaricazione. Nel mito greco lo scotto da pagare quando si pecca di hybris è sempre pesantissimo: forse allora il retaggio che lega Marsiglia all’antica Grecia non è solo una fascinazione per romantici. E se davvero fosse la storia europea dell’OM fosse un’opera letteraria, il maggio del 1993 e ciò che ne consegue ne sarebbero il paradigma perfetto.

“Droit au but”, dritti all’obiettivo, recita il motto che fin dal 1899 campeggia sul logo dell’OM: quel che emerse quasi immediatamente in quelle settimane è che a quella controversa finale di Champions contro il Milan, il Marsiglia di Bernard Tapie ci arrivò in maniera più tortuosa e oscura che non diritta. Non tanto per la finale dell’Olympiastadion in sé, decisa dal colpo di testa di Boli e suggellata dalle parate di Barthez (allora sì) sui rossoneri per una notte non irresistibili, quanto per ciò che aleggia sul precedente impegno di campionato col Valenciennes. Appartiene più alla storia che non alle letteratura l’Affaire VA-OM, l’accomodamento della gara precedente alla finale della prima Coppa dei Campioni sotto la nuova denominazione per risparmiare energie per il Milan.

Quel che viene fuori è che Tapie, l’uomo che aveva comprato l’Olympique per un franco regalando in cambio sogni impronunciabili, di franchi ne aveva spesi molti di più per ammorbidire alcuni giocatori del Valenciennes. Ne seguono la cancellazione del titolo di campione di Francia dell’OM, la retrocessione in seconda serie, una pioggia di squalifiche, un processo penale che sul fronte Marsiglia porta alle condanne di Tapie, dell’ex dirigente Bernès e del centrocampista Eydelie, il braccio dell’operazione. Una ferita e una macchia, «anche se pochi tifosi marsigliesi se ne danno pensiero», racconta sempre Kuper. Forse soprattutto perché, nonostante all’OM venga impedito di giocarsi la successiva Supercoppa e l’Intercontinentale, il titolo di campione d’Europa resta a Marsiglia. Resta, però, anche l’inevitabile segno sulla storia europea del club. Perché da allora fatalmente, in Europa l’OM non ha più vinto, pur provandoci. Hybris o no, l’Olympique proverà per la terza volta a sfatare l’incantesimo, con la fiducia che, se di qualche forma di penitenza s’è trattato, i tempi per l’espiazione dopo venticinque anni possano dirsi ormai maturi.