Iscriviti alla newsletter: scopri tutte le storie di Undici!

Condividi su Facebook Condividi su Twitter Invia una e-mail

L’ingarbugliato calcio d’Israele

Tensioni e spaccature, nel Paese come nello sport: come un'identità difficile da costruire si allarga alle dinamiche del campo.

Di Vincenzo Lacerenza

Il motivo per cui ricorderemo a lungo l’amichevole tra Israele e Romania dello scorso 24 Marzo, non è il risultato – una vittoria di misura della Nazionale rumena – né tantomeno la girandola di emozioni di un 1-2 tutto sommato abbastanza avvincente, ma tuttavia destinato a passare giocoforza in secondo piano. Tutta “colpa” di Bibras Natkho, piombato al centro del proscenio per una questione extracalcistica dominante. Quella sera, infatti, nel giorno del decimo anniversario dalla scomparsa del padre Akram a cui era molto legato, il centrocampista del Cska Mosca è diventato il primo calciatore non ebreo a scendere in campo con al braccio la fascia da capitano di Israele: «Oggi si è fatta la storia. La cortina di vetro è stata rotta e sono certo che tutti quelli che credono in una coesistenza pacifica di culture e religioni differenti è lieto di assistere a qualcosa del genere, sia un ebreo, un musulmano, un cristiano o di qualsiasi altra religione. In Nazionale siamo un gruppo unito, non poniamo enfasi sulle differenze religiose». Ma non è tutto: Natkho non ha mai fatto mistero della sua fede religiosa, ribadendo più volte di essere un musulmano fervente, anche se appartiene alla minoranza circassa, come la maggior parte della popolazione di Kafr Kama, la città della Bassa Galilea dove è nato trent’anni fa.

Per questo, probabilmente, ha scelto di fare scena muta quando nello stadio sono risuonate le note dell’Hatikvah, l’inno nazionale israeliano scritto dall’ebreo proto-sionista Neftali Herz Imber, scatenando un vespaio di polemiche: «Un capitano di una Nazionale dovrebbe anche cantare l’inno. Chiunque si rifiuti di farlo non è degno di indossare una fascia», ha tuonato Eyal Berkovic, ex centrocampista tra le altre di Celtic e Manchester City che può vantare quasi ottanta presenze con la Nazionale della Stella di Davide. Non tutti, però, la pensano callo stesso modo. L’endorsement più prestigioso in sostegno di Natkho è arrivato dell’ex palermitano Eran Zahavi, il predecessore più carismatico ritiratosi appena un anno fa: «Questa è la nazionale d’Israele, non del popolo ebraico».

Niente meglio delle parole di Zahavi, forse, poteva fotografare l’evoluzione in atto già da un paio di decadi all’interno del movimento israeliano, sempre più sganciato e meno dipendente da quei settarismi di tipo politico-ideologico che ne avevano monopolizzato gli albori. Come hanno scritto in uno splendido articolo Haim Kaufmann e Yair Galily, uno dei due autori del dettagliatissimo volume Sports, Politics and Society in the Land of Israel, a partire dalla fine della guerra dello Yom Kippur l’identità degli schieramenti politici tradizionali si è fatta via via più rarefatta, trasformando il  tipico settarismo ideologico della galassia israeliana in un altro di matrice sociale, nonostante il sionismo sia rimasto sullo sfondo come pilastro fondativo.  Inevitabile, quindi, cogliere i riflessi di questa transizione nel mondo dello sport, soprattutto quello del calcio, anche se alcune formazioni conservano loghi e simboli eminentemente politici: «I fan non si identificano più politicamente con le squadre, ma al massimo lo fanno per ragioni geografiche o in base alla quantità di successi. Oggi non ci sono squadre sportive che possano essere considerate interamente politiche», scrivono sempre Kaufmann e Galily.

L’ingresso del capitale privato,  cominciato ad affluire in maniera prepotente all’indomani dell’acquisto del Maccabi Haifa da parte del businessman Ya’akov Shahar nel 1992, ha poi fatto il resto, rescindendo ulteriormente il cordone ombelicale tra le società e l’humus sociale in cui erano nate e si erano pasciute: «Lo sport è diventato merce. I giocatori non erano più impegnati nei loro sindacati e non erano più con essi identificati, rendendo possibile i trasferimenti tra i vari club in base alle loro esigenze professionali», scrivono Kaufmann e Galily in un altro illuminante passaggio del loro articolo.

 

Anche se ancora oggi non è del tutto sbagliato basarsi sulle denominazioni tradizionali delle squadre israeliane per leggerne in controluce orientamento ed estrazione, prefissi come Maccabi e Hapoel – organizzazioni sioniste ma di differente estrazione (civica il Maccabi, operaia e socialista l’Hapoel) – hanno perso un po’ di significato, non aderendo più tout court a quell’ideologia che a lungo in passato hanno rappresentato, difeso, promosso e veicolato attraverso diverse tournée internazionali, come quella effettuata negli Stati Uniti subito dopo la proclamazione dello Stato dalla stessa Nazionale israeliana allo scopo di lubrificare le relazioni con il mondo della diaspora, propagandando temi cari alla causa sionista come l’immigrazione nella cosiddetta Eretz Israel. Un qualcosa, insomma, di molto simile ad un progetto di nation building, pensato per favorire la crescita di un’identità collettiva utilizzando come volano anche l’entusiasmo generato dai grandi traguardi raggiunti dalla Nazionale, come ad esempio la rete di Nahum Stelmach messa a segno alla Russia di Lev Jašin in una memorabile amichevole del 1956: «L’idea sionista d’ora in poi ha aggiunto una nuova dimensione. Il sionismo, che fino ad ora si concentrava sulla lotta contro le altre fazioni ebraiche e le lotte politiche al suo interno allo scopo di stabilire uno Stato, divenne l’ideologia ufficiale del nuovo Stato. Ora doveva affrontare nuove sfide, sia internamente, sia in termini di processo di costruzione di una nazione, sia esternamente, in termini di legittimazione dello status della nazione nel mondo e tra gli ebrei all’estero. Uno dei mezzi impiegati dal nuovo stato era lo sport», spiegano ancora Kaufmann e Galily.

Casi a parte, invece, sono quelli di Beitar Gerusalemme e Bnei Sakhnin. Fondato nel 1936 come braccio calcistico del movimento revisionista sionista dallo scrittore e maître à penser, dell’Organizzazione per l’autodifesa ebraica Vladimir Evgen’evič Žabotinskij, il Beitar Gerusalemme ha come logo la Menorah, la tipica lampada ad olio a sette bracci del culto ebraico, e più volte recentemente è finito al centro delle cronache per i comportamenti poco edificanti dei suoi tifosi. La Familia, così come si fa chiamare il gruppo ultras più caldo, si è autoinvestito della missione di tutelare l’integrità del sionismo, soprattutto dalla contaminazione araba. Sono considerati uno dei gruppi ultras più xenofobi, razzisti e violenti del mondo, ma c’è chi ne va fiero.  «Non siamo la squadra che ha vinto più campionati, né quella con reputazione migliore. Quel che ci rende diversi è il fatto d’essere la squadra di Gerusalemme.  La seconda cosa che ci rende così diversi, poi, è quella d’avere una tifoseria fanatica, passionale in tutti i sensi», si pavoneggiava qualche anno fa un vecchio alto dirigente del club.

Nel 2013, in occasione dell’esordio di due calciatori ceceni musulmani prelevati  strategicamente dall’ambiguo presidente Arcadi Gaydamack, la Familia ha voluto chiarire una volte per tutte il proprio pensiero, esponendo uno striscione che non lasciava spazio ad interpretazioni: «Per sempre puri», proprio come il titolo del docufilm in cui è ben illustrata la vicenda Kadiyev e Sadayev, costretto tra le altre cose a subire l’umiliazione di vedere i propri tifosi girarsi di schiena dopo una sua rete. Altri come il soldato Moshe Nissim, invece, non si sono fatti bastare le parole, ma sono passati ai fatti: nel 2002, prima di radere al suolo un campo profughi a Jenin, Nissim ha issato una bandiera del Beitar Gerusalemme sul tettuccio del suo bulldozer, trasformando in apocalittica realtà gli angoscianti incitamenti ormai colonna sonora del Teddy Stadium.

L’avversione verso gli arabi, espressa con slogan e cori come «A morte gli arabi», a cui si abbinano talvolta provocazioni nazional-religiose con riferimenti nemmeno troppo velati al conflitto israelo-palestinese, ha a che fare con l’integrazione dei molti ebrei mizrahi provenienti da paesi arabi e musulmani e nasce dalla contrapposizione storica con l’Hapoel Gerusalemme: se l’Hapoel incarnava l’establishment, gli ebrei mizrahi, scarsamente considerati e costretti vivere «una schizofrenia profonda e viscerale, un miscuglio di orgoglio ostinato con un auto-rifiuto imposto, tipico prodotto di una situazione di ambivalenza coloniale» come diceva Ella Shohat, vedevano nel Beitar uno strumento di riscatto sociale nei confronti del Partito Laburista, perlopiù a composizione askenazita, come vengono chiamati gli ebrei di origine europea.

Risulta particolarmente facile comprendere, quindi, il perché ogni qualvolta il calendario metta di fronte il Beitar Gerusalemme al Bnei Sakhnin, la squadra araba più celebre e titolata del Paese, nonché una delle poche a poter vantare più fan degli abitanti della città d’appartenenza, si sprechino gli appelli alla civiltà e alla pace. Il climax della tensione si è raggiunto nel 2004 quando il Bnei Sakhnin è diventata la prima formazione araba a conquistare la Coppa d’Israele, ottenendo il diritto a rappresentare il Paese in Coppa Uefa. La reazione della Familia ad una notizia così destabilizzante non si è fatta attendere: il giorno dopo sulle pagine dello Yediot Aharonot, uno dei quotidiani più popolari di Israele, i tifosi gialloneri  hanno celebrato il funerale del calcio israeliano, dedicandogli persino un necrologio. Ma è stato solo un semplice assaggio di quanto sarebbe avvenuto qualche mese più tardi, quando dopo un’umiliante sconfitta casalinga per 4-1 con il Bnei, la Familia ha diffuso un video in cui scorrevano i gol della sfida con in sottofondo una canzone malinconica, introdotto da un testo altrettanto raccapricciante: «Ieri è stata la giornata più dolorosa, umiliante e imbarazzante nella storia del nostro club da quando è stato fondata nel 1936. Questo giorno sarà d’ora in poi un giorno di lutto». Non pochi commentatori considerano addirittura questa sfida una sorta di riproposizione calcistica del conflitto israelo-palestinese, ma in realtà, molto più prosaicamente, come ha fatto notare Tamir Sorek in un bel reportage del Middle East Research and Information Project, la sfida tra Bnei Sakhnin e Beitar Gerusalemme «più che un microcosmo del conflitto israelo-palestinese è una lotta per i legittimi confini della cittadinanza israeliana, in cui entrambe le parti aspirano ad essere incluse». Non a caso, nel 2005, all’indomani della salvezza del Bnei Sakhnin, il parlamentare arabo della Knesset, Mohammad Baraka, si è lasciato andare ad una dichiarazione piuttosto forte, svelando l’essenza simbolica del Bnei: «Il Sakhnin rappresenta la battaglia che combattiamo contro lo Stato».