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Perché la Lazio ha il miglior attacco del campionato

Il calcio verticale di Simone Inzaghi ha fatto dei biancocelesti un'autentica macchina da gol.

Di Simone Torricini

C’è una caratteristica che accomuna le capoliste di tutti i maggiori campionati europei, ed è la quantità di reti all’attivo. Barcellona, Manchester City, Bayern e Psg segnano più degli altri, e nella maggioranza dei casi molto più degli altri: il City è a +22 sul secondo attacco della Premier, quello del Liverpool; il Bayern a +26 su quello dell’Hoffenheim, il Psg a +24 su quello del Lione. Solo in Spagna la sfida offensiva è per ovvie ragioni più equilibrata. In Italia questo primato appartiene alla Lazio di fatto dall’inizio del campionato, ed è evidentemente un’anomalia. La squadra di Inzaghi è stabilmente ai vertici della classifica, ma non ha mai insidiato realmente la lotta al titolo. Per risolvere il caso è sufficiente guardare alla casella opposta, quella delle reti subite: è lì che emerge la debolezza della struttura biancoceleste, ed è lì che si apre la voragine che fa da distinguo con Juventus e Napoli.

Prendiamo però in analisi il primo fattore, ossia le reti segnate, a partire da una considerazione: la Lazio non è l’unica squadra di A a poter contare su una fase offensiva dominante limitatamente alla produzione. Tra le prime otto, ad esempio, è soltanto la sesta per numero di tiri verso la porta avversaria (421). Napoli e Roma, che pur subendo poco hanno segnato meno e molto meno, hanno messo insieme rispettivamente 501 e 463 conclusioni. Senza immergersi nel dettaglio in maniera eccessiva, insomma, è evidente come la Lazio coniughi con efficienza quantità e qualità della produzione offensiva. Una caratteristica legata a doppio filo alla mentalità verticale, a tratti proprio sbilanciata, che la contraddistingue in fase di possesso.

Inzaghi, differentemente da altri allenatori di vertice più quotati, non ha l’ambizione di dettare i ritmi della partita, di comandarla nella forma. Ne sono una dimostrazione le cifre della sua squadra in termini di possesso palla, a primo impatto assimilabili a quelle di una squadra di metà classifica. Il 51% dei biancocelesti in questo senso è nettamente il valore più basso di tutta la parte alta: il Milan è stabile sul 56%, Juventus e Inter toccano il 57%, la Roma va fino al 58%. Il tutto senza scomodare il Napoli, che su questo piano è una realtà a sé. Ma ciò che è importante sottolineare è la non-casualità di questo dato, nel senso che per Inzaghi – per la sua proposta di gioco – controllare il possesso semplicemente non è importante. E questo nonostante rispetto alla scorsa stagione la sua squadra sia cresciuta anche nel palleggio, grazie soprattutto all’inserimento di Luis Alberto e alle affermazioni definitive di de Vrij e Milinkovic-Savic. Aprendo una breve parentesi, è probabilmente questo aspetto, il disinteresse verso il controllo, che porta l’opinione comune ad associare Inzaghi ad Allegri; in realtà i due sono piuttosto diversi in quanto ad elasticità dei princìpi di gioco. E se il primo in alcune situazioni ne avrebbe bisogno, il secondo ne fa da tempo un uso profittevole per rallentare il ritmo della partita in caso di necessità.

A volte è stucchevole, ma spesso l’eleganza di Milinkovic-Savic si rivela più orientata al pragmatismo di quanto non sembri

L’elemento-chiave della Lazio di Inzaghi, archiviato il discorso sul possesso, è per contrasto la tendenza a giocare in avanti, sulla verticalità. E infatti lo schieramento non prevede vere e proprie mezzali di possesso, così come lo stesso Leiva ha caratteristiche di fondo diverse rispetto a registi più classici come Biglia, Pjanic o Jorginho; è più portato e più determinante per la schermatura (solo Torreira lo precede nella graduatoria dei migliori recupera-palloni), e più scolastico nella distribuzione in fase di possesso. Nella costruzione della manovra la palla parte solitamente dai piedi dei tre difensori che per attitudine si dispongono a rombo con Leiva (lui e de Vrij ne sono i vertici), con il resto della squadra che tende già ad allungarsi, a proiettarsi in avanti. È soprattutto per questo che la palla passa mediamente poco tempo nella zona centrale del campo: la transizione viene accelerata per far sì che a ricevere siano il prima possibile i centrocampisti più avanzati, Luis Alberto e Milinkovic-Savic. La stazza di quest’ultimo inoltre è preziosa perché consente una soluzione alternativa non banale: quella di alzare il pallone mantenendo basso il rischio di perderlo.

A proposito di transizioni, è utile mettere a confronto la Lazio 2017/18 con quella 2016/17. Un anno fa il passaggio dalla fase difensiva a quella offensiva era ancora più accelerato, date le qualità atletiche di Keita e la maggior libertà riservata a Felipe Anderson. Oggi mancano gli scatti brucianti del primo e il secondo gioca in una posizione più centrale, ragion per cui Inzaghi ha dovuto forzare – e col senno di poi meglio così – una struttura più stretta, meno dipendente dal contributo degli esterni. Insomma, se un anno fa le transizioni erano affidate perlopiù al duo Keita-Anderson, oggi se ne occupano Luis Alberto e Milinkovic-Savic (definito “Lazio’s transitional player”). Entrambi fanno leva su una delle loro abilità più significative, quella di muoversi nei mezzi spazi che si formano alle spalle dei centrocampisti avversari e appena di fronte alla linea difensiva. Restano indispensabili, anche se in un altro senso, gli esterni di centrocampo: a sinistra come a destra, Lulic e Marusic, Lukaku e Basta, hanno il compito di offrire combinazioni possibili ai trequartisti per risalire il campo. Tutti questi meccanismi sono soggetti ad una prerogativa fondamentale, che è la velocità. E non è un caso, a questo proposito, che la velocità sia anche una delle caratteristiche che risaltano di più nel profilo di Ciro Immobile.

Il taglio a mezzaluna per uscire dal fuorigioco, il guizzo in verticale, la fuga dalla marcatura. In meno parole: Ciro Immobile, o di come attaccare lo spazio

Inzaghi ha detto recentemente che «con tanti giocatori d’attacco si può perdere un po’ di equilibrio, ma quando c’è sacrificio si può far tutto». Oltre al discorso sulla fase di non possesso – lo recuperiamo in seguito – è importante notare come con queste parole Inzaghi sollevi il fattore quantità, quello che meglio di tutti è in grado di spiegare la straordinaria prolificità della sua squadra. Si riferisce alla quantità di giocatori offensivi che in questa Lazio hanno raggiunto il loro apice di rendimento, ma anche alla quantità di soluzioni offensive su cui la Lazio può contare, forse la vera arma in più, quella più unica nel raffronto con le altre squadre. Le 87 reti segnate in campionato, a cui vanno sommate le 26 in Europa e le 6 tra Coppa e Supercoppa Italiana, sono venute fuori in un sacco di modi. Sicuramente grazie al contributo di Immobile, alle sue intuizioni e ai suoi movimenti. Ma la Lazio ha segnato anche con i tiri dalla distanza di Milinkovic-Savic, ha segnato grazie alla creatività e alla precisione di Luis Alberto, oltre che al senso dello spazio di entrambi. Ha segnato con le incursioni a centro area di Parolo, con le accelerazioni di Felipe Anderson. E in alcuni casi sono stati decisivi anche gli strappi degli esterni, Marusic su tutti. Senza tener conto del fatto che la Lazio è anche la squadra che ha portato più volte al gol i difensori (6 le reti di de Vrij, 4 quelle di Bastos).

Poi va considerata l’altra faccia della medaglia, che nel caso della Lazio dà un contributo decisivo alla definizione della squadra. Citando Inzaghi, «la Lazio è una squadra a cui piace giocare e che a volte, proprio per questo, ha scarsa prevenzione quando perde il pallone». In fondo è una questione fisiologica, una sorta di compromesso. Per massimizzare il valore della sua rosa, e soprattutto quello dei giocatori-chiave, Inzaghi è costretto a proporre questo tipo di calcio, e quindi ad accettare le eventuali situazioni di svantaggio che ne scaturiscono. In termini pratici, la proiezione offensiva di blocco, portata velocemente, tende a creare scompensi significativi quando si tratta di ripiegare. E non si tratta sempre di una concreta inferiorità numerica, quanto di un atteggiamento che attorno alla propria area tende ad essere passivo anche nei momenti clou. Vengono soprattutto da qui le 46 reti subite, che fanno della Lazio nettamente la peggior difesa tra le prime otto di A.

Una mini-compilation degli errori difensivi della Lazio a difesa schierata, quando gli avversari alzano il pallone

Un altro aspetto interessante è quello legato ai calci di rigore, con cui la Lazio ha un buon feeling nel bene e nel male. Nessuna squadra si è vista assegnare più rigori dei biancocelesti (10), e nessuna squadra ne ha realizzati così tanti (9). Ma ciò che conta realmente è che non si tratta di un caso isolato, perché anche al termine della stagione 2016/17 la squadra di Inzaghi ebbe il primato di penalty a favore. Il dato ha due significati, potenzialmente complementari fra loro: anzitutto ci dice che la Lazio porta tanti giocatori in area, e ce li porta spesso; in secondo luogo che questi giocatori sono abili nel saltare l’uomo. Una tesi che trova ampio riscontro nella realtà dei fatti: contro Juventus e Cagliari, ad esempio, Immobile è stato rapido a togliere il pallone dalla portata di Buffon e Crosta in uscita, mentre a Verona e Bologna gli interventi ai danni di Marusic e Milinkovic-Savic sono arrivati in situazioni in cui la Lazio aveva già portato nell’area avversaria almeno quattro giocatori. D’altro canto va detto che anche dalle parti di Strakosha il penalty è di casa: ben 9 concessi sin qui dai biancocelesti, peggio solo di Benevento, Spal, Cagliari e Sampdoria. Un dato da interpretare senza dubbio, ma che fa riflettere sulle difficoltà della squadra nella protezione della propria area di rigore. Il prezzo del compromesso, in fondo, si fa sentire anche qua.