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L’Italia, il ’68, l’Europa

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Sono passati 50 anni dal primo e unico Europeo vinto dagli Azzurri.


«C’è il fischio dell’arbitro Ortiz de Mendebil. Signori all’ascolto, qualunque cosa io ora dicessi, stonerebbe (…) L’Italia è Campione d’Europa». Così esultava dal Primo Canale (oggi Rai) il cronista Niccolò Carosio, al fischio finale di Italia-Jugoslavia, il 10 giugno 1968.

Nell’almanacco del ’68 ci sono le rivolte studentesche, la controcultura, il femminismo, la primavera di Praga, l’assassinio di Martin Luter King e Bob Kennedy, l’elezione di Nixon, la guerra in Vietnam… ma un giorno speciale è dedicato anche allo sport italiano: la Nazionale vinceva per la prima volta gli Europei di calcio in finale allo stadio Olimpico, battendo la Jugoslavia per 2-0, davanti a 70mila tifosi, poco dopo il celebre maggio francese e le rivolte di Parigi. Mezzo secolo fa.

Giorni turbolenti, tesi, duri, quelli del ’68, ma che per gli atleti azzurri impegnati nella sfida europea restavano per lo più sullo sfondo, come sintetizzò peraltro l’allenatore triestino molto amato dalla squadra, “Zio Uccio” Valcareggi, tecnico fino a quel momento di squadre come Prato, Atalanta, Piombino e Fiorentina. E allora incaricato di risollevare le sorti dell’Italia dopo la pesante sconfitta contro la Corea del Nord ai Mondiali d’Inghilterra del 1966: «Tutto rimase fuori dalla porta. Si leggevano i giornali soltanto per capire che aria tirava nella nostra parrocchia: chi voleva in squadra questo e chi quello. Io non mi interessai di quanto accadeva fuori. Né, credo, i ragazzi. L’unico fermento, nella loro giovinezza, era la partita da giocare».

Il centravanti siciliano Pietro Anastasi, che all’epoca era diventato l’idolo di tanti meridionali migrati al nord in cerca di riscatto, gli fece eco: «Il ‘68? Ne parlavamo, però ci rimbalzava addosso, si pensava solo a giocare. La cultura dei giocatori di adesso è superiore a quella dei miei tempi. S’immagini, io ventenne, figlio di operai, che provenivo dal profondo Sud…». Il “profondo sud” di Anastasi era Catania, e il giovane giocatore, forte di 11 reti alla prima stagione di Serie A con il Varese, esordì in Nazionale proprio in occasione di Euro ’68, siglando peraltro la vittoria contro la Jugoslavia con una rete passata alla storia.

4 Le squadre partecipanti all’Europeo del 1968, che si costituiva soltanto di semifinali e finali 31 Le Nazionali che iniziarono le qualificazioni, divise in 8 gruppi 3 Quello italiano fu il terzo torneo della storia. I primi due si erano tenuti in Francia e Spagna Del resto, se il calcio non si occupava di politica, la politica snobbava il calcio. Ma mentre la contestazione giovanile faceva cadere in disuso parole come “patria” e “nazione”, con la vittoria agli Europei il pallone contribuì senza dubbio a far sì che gli italiani riscoprissero l’orgoglio di sventolare il tricolore, in una parentesi di festa che seguiva ad un difficile periodo di recessione economica, dopo i fasti del boom economico. Tanto che dopo la vittoria contro la Jugoslavia, squadra insieme fisica e tattica, i giocatori azzurri furono persino ricevuti dal presidente della Repubblica, Saragat, conquistando anche il titolo di cavalieri. «La rinascita è cominciata, ora bisogna completarla”, titolava l’Unità, dopo una vittoria che lasciava ben sperare per il futuro della Nazionale. E questo mentre proprio “Azzurro”, cantata da Celentano e incisa nel maggio del ’68, scalava le classifiche musicali». Con il trionfo azzurro nacque anche l’uso dei caroselli per le strade italiane: un entusiasmo condiviso che univa migliaia di tifosi, trascinati dall’impresa di Valcareggi che, dopo l’umiliazione dei Mondiali ’66, restituì fiducia e speranza al calcio italiano. Quello che di lì a due anni, ai Mondiali di Messico 70, avrebbe di nuovo regalato agli azzurri grandissime emozioni con la “partita del secolo”: Italia-Germania 4-3.

Il clima politico e la voglia di partecipazione si riflettevano anche senza volerlo nell’ambiente calcistico. Neanche un mese dopo la finale di Euro ’68, per esempio, l’avvocato Sergio Campana fonda l’Associazione italiana calciatori, per tutelare ed assistere i giocatori. Mentre nel novembre dello stesso anno, nei quartieri popolari di Milano, nasceva il primo gruppo ultras italiano, la Fossa dei Leoni, con canti e slogan direttamente ispirati a quelli dei cortei politici. Calcio e politica intrecciavano così parte delle loro esperienze.

Come si vede bene, del resto, anche nell’esposizione Dreamers. 1968: come eravamo, come saremo, a cura dell’Agi, Agenzia Italia, aperta fino al 2 settembre al Museo di Roma in Trastevere: fra i memorabilia presenti, oltre una macchina da scrivere Valentina, un ciclostile o un juke box, c’è anche la Coppa originale vinta agli Europei, quella stessa coppa che capitan Giacinto Facchetti alzò alle 23 del 10 giugno 1948; nonché la maglia della Nazionale che Tarciso Burgnich (detto “roccia” e ottimo terzino) indossò nella finale con la Jugoslavia.

Insieme, ovviamente, a moltissime foto d’epoca, filmati originali, pagine di quotidiani e riviste, in un percorso di cronaca del ’68 che va dalla guerra del Vietnam alla segregazione razziale negli Usa, dalla Grecia dei colonnelli al maggio francese. Al rapporto fra calcio e politica ha peraltro dedicato un libro Francesco Caremani, Il calcio sopra le barricate. 1968 e dintorni: l’Italia campione d’Europa (Bradipolibri): «Il libro», dice l’autore, «non è un tentativo celebrativo del 1968 dal punto vista sociale e politico. Piuttosto una visione storico-calcistica di un pezzo di storia italiana. Fondamentale. Non dal punto di vista ideologico quanto da quello culturale. Un’autentica scossa, per una società fino a quel punto chiusa e provinciale. A fare da sfondo il calcio».

La Nazionale di Valcareggi, quella di grandi campioni come Facchetti, Riva, Rivera (Pallone d’Oro l’anno successivo), Mazzola, De Sisti, Domenghini, Burgnich, ha tenuto desta l’attenzione di milioni di italiani. Fuori dal campo da gioco, scioperi in fabbrica, violenti scontri nelle università e, soltanto l’anno dopo, la terribile strage di piazza Fontana. Non tutti i giocatori di calcio, va da sé, si disinteressavano alla politica, vivendo nella loro “gabbia dorata”. Paolo Sollier, per esempio, allora poco più che esordiente, e poi autore del libro Calci e sputi e Colpi di testa (Gammalibri), esibiva in campo il pugno chiuso, diventando una specie di icona negli anni Settanta. Ma si trattava per lo più di eccezioni. Il calcio non era ancora lo showbiz dei giorni nostri, ma restava comunque un ambiente autoreferenziale, anche se seguito lo stesso da alcuni di quegli studenti che in quello stesso anno occupavano le facoltà universitarie. Perché appassionava, divertiva, rinsaldava più che mai l’amore per la bandiera.

Eppure, dopo cinquanta anni da quella storica finale allo Stadio Olimpico, la memoria di Euro ’68 risulta, stranamente, non altrettanto nitida come quella di Messico ’70. Nonostante fosse proprio il ’68 l’anno del rilancio in grande della Nazionale dopo trenta anni di difficoltà. E nonostante fosse sempre nel ’68 che per la prima volta nella loro storia gli Europei furono preceduti dai gironi di qualificazione.

La Nazionale azzurra risultò pienamente protagonista di quell’Europeo perché la Uefa decise di assegnare proprio all’Italia, una delle quattro squadre qualificate – complice i 70 anni della Figc compiuti in quello stesso anno –, l’organizzazione del torneo, che si disputò a Firenze, Napoli e Roma. A tutto vantaggio, evidentemente, dei tifosi italiani, che ebbero così la possibilità di seguire in massa le prodezze degli azzurri in presa diretta. Quello che però non tutti ricordano è il leggendario lancio della monetina che decretò la vittoria degli azzurri in semifinale contro l’Unione Sovietica, all’epoca una delle squadre più forti del mondo. L’incontro finì 0-0, e non essendoci allora i calci di rigore (introdotti soltanto nel 1976, in caso di parità dopo i supplementari) fu il caso a decidere l’esito dell’incontro. La fortuna premiò gli azzurri, che conquistarono la finale contro la Jugoslavia pur senza aver dominato gli avversari in campo.

La finale fu disputata due volte: la prima volta finì in parità (per la Jugoslavia segnò al 38’ Džajic, a stento marcato da Burgnich; per l’Italia, invece, Angelo Domenghini all’80’ su punizione). Nella seconda gara contro la Jugoslavia allenata da Rajko Mitic, e trascinata dall’estro di Dragan Dzaijc, abilissimo nei calci piazzati (ed eletto miglior giocatore del torneo), Valcareggi schierò le due punte Riva e Anastasi, la mezzala Mazzola, De Sisti, Salvatore, Rosato: scelte che si rivelarono azzeccate, evidentemente.

Dopo poco più di dieci minuti dall’inizio della partita, arrivò presto il gol di Riva, seguito al 32’ da quello di Anastasi. «Non ricordo come stoppai la palla», confesserà anni dopo Anastasi, «ricordo solo il passaggio di De Sisti e il tiro al volo che s’insacca, feci tutto d’istinto, con l’incoscienza di un ragazzo di vent’anni».

«È un gioco entusiasmante, delirante, Mazzola fa la mezzala magnificamente, Riva e Anastasi sono due proiettili», scriveva il direttore del Corriere dello Sport, Antonio Ghirelli. L’incoscienza, l’entusiasmo, la fortuna, la tattica e tanta determinazione portarono l’Italia a un grande traguardo, ben raccontato da Giuseppe Andriani e Tommaso Calascibetta nel libro EuroGol – Storie dagli Europei (Ed. BlogLive).

Naturalmente, grandi onori furono tributati anche a Valcareggi, visto dai giocatori quasi come una figura paterna ma molto decisa nelle sue scelte, e di cui Mazzola disse: «Venne chiamato al vertice della Nazionale in un momento diffi­cilissimo, quando occorreva ripristinare serenità dentro un ambiente devastato dalle pole­miche. Lui non sbagliò una mos­sa». Cinquanta anni dopo, di quel torneo se ne rinverdiscono le gesta. Con le celebrazioni di un titolo che resta purtroppo ancora unico nella storia degli Europei azzurri.

 

Immagini Getty Images, Wikimedia