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Cinque cose sulle Finals Nba

Dalla forza di Curry e Durant, fino alla solitudine di LeBron e al supporting cast che non c'era.

Di Claudio Pellecchia

La stagione Nba 2017/2018 è stata un lungo, a tratti interminabile, romanzo giallo di cui si conosceva già il finale, con il nome dell’assassino noto a tutti fin dall’estate 2016: da quando, cioè, Kevin Durant ha deciso di unirsi ai Golden State Warriors per dare vita a una dinastia su cui il sole non sembra destinato a tramontare tanto presto. Eppure, nonostante la prevedibilità della sua conclusione, il libro è stato comunque godibile fino all’ultimo pagina: perché, se non c’è più il dubbio sul fatto che i figli della Baia vinceranno, si vuole comunque stare a guardare per capire come lo faranno. Un dettaglio non da poco e che vale soprattutto per i tifosi dei Warriors, come ha scritto Charlie Stanton: «Quest’anno guardare la regular season è stato come scavare in un gigantesco contenitore di yogurt magro. Quello di Golden State aveva qualcosa di strano e non sempre un sapore gradevole, ma abbiamo continuato a mangiarlo perché sapevamo che ci sarebbe stato qualcosa di buono alla fine, se fossimo riusciti ad arrivarci. Questo non significa che lo yogurt di quest’anno non abbia avuto un sapore eccezionale: i Warriors, infatti, avevano comunque i migliori ingredienti da mixare rispetto al resto della Lega». O rispetto a LeBron James, nel probabile ultimo atto della tetralogia che ha ridefinito gli standard dell’eccellenza, a prescindere dal computo complessivo che arride ai californiani.

Extend the dynasty

Nelle ore immediatamente successive alla decisiva vittoria in gara 4 alla Quicken Loans Arena, una laconica dichiarazione di David West ripresa da Marc J. Spears di ESPN, ha confermato le sensazioni di chi, già nel corso della regular season, aveva visto qualche granello di sabbia di troppo tra gli ingranaggi non più perfetti di Golden State, ben al di là del seed #2 dietro ai Rockets comunque regolati in sette partite nelle finali di Conference (complice anche l’infortunio di Chris Paul con i texani avanti 3-2). Una visione condivisa anche da Steve Kerr: «E’ stato l’anno più difficile della mia ancor breve carriera da allenatore. Abbiamo avuto le difficoltà tipiche di ogni squadra anche se credo ci fosse dell’altro: la fatica nel ripetersi. Pochissime squadre hanno fatto le Finals per quattro anni consecutivi. Ci sono molte cose che accadono all’interno di uno spogliatoio e come allenatore devi cercare di navigare andando avanti e mantenendo la giusta rotta». Traendo i giusti insegnamenti anche dalle sporadiche (e rovinose) cadute, come il ko nel 2016 dopo essere stati in vantaggio 3-1 nella serie (e nella stagione del 73-9), in un paradosso sottolineato anche da Ben Cohen sul The Wall Street Journal alla vigilia dell’ultima gara stagionale: «Dietro questa concentrazione di successi senza precedenti, c’è la considerazione che i Warriors non avrebbero mai potuto realizzare tutto questo senza quella sconfitta. Il loro posto nella storia del basket è stato assicurato da quell’improbabile serie di eventi in gara 7 che, a posteriori, ha reso consequenziale tutto ciò che è venuto dopo. Perdendo un titolo, come può capitare, i Warriors ne possono vincere almeno altri due». Le dinastie (quasi l’80% di vittorie nell’arco di un quadriennio: record assoluto) si costruiscono anche così: accettando che si possa perdere anche quando non sembra possibile. Il resto, come ha scritto Danny Chau su The Ringer, è venuto da sé: «La serie di riconoscimenti di Golden State, ora legati alla storia della lega in generale, veicola l’idea che questi Warriors cambieranno per sempre il modo di pensare al basket quando il loro regno sarà finito».

Il solito sospetto

Come l’anno scorso, forse meglio dell’anno scorso. Kevin Durant ha legittimato il secondo MVP delle Finals consecutivo (sesto giocatore in assoluto a riuscire nell’impresa) con una serie di un livello assoluto e che trascende i numeri (28.8 punti – con il 52,6% dal campo -, 10,8 rimbalzi, 7,5 assist di media in oltre 41 minuti di impiego), la spaventosa prestazione nella gara 3 che ha chiuso virtualmente la serie, la tripla doppia in gara 4: si tratta della legittimazione definitiva di un talento potenzialmente irripetibile anche nella Nba contemporanea, un’arma totale sui due lati del campo, lo stadio finale di un’evoluzione, cestistica e non, che ha portato ad estendere il concetto di “super-atleta”. Lo sa il suo allenatore («È la nostra valvola di sicurezza quando le cose non girano a dovere. Poter contare su un giocatore così è un lusso»), lo sanno i suoi compagni («Ha permesso a me a Steph di prendere una giornata di riposo», Klay Thompson dopo il  7/27 complessivo al tiro degli “Splash Brothers” in gara 3), lo sanno gli avversari («È il più forte contro cui abbia mai giocato», LeBron James). E, adesso, lo sa anche lui: «Tutti quelli che avevano avuto così tanto da ridire sulla mia scelta sanno come gioco, sanno esattamente quello che porto in dote a una squadra, non ho nessun dubbio al riguardo. Lo capiscono quando si ritrovano su un campo da basket con me o quando mi guardano giocare. Io so quello che porto al gioco, so qual è l’approccio, so quanto lavoro duro, so quanto ci tengo. Quello su cui cerco di concentrarmi è essere un ottimo giocatore professionista di pallacanestro, che dà sempre al massimo per sé e per la squadra: è un mio motivo d’orgoglio». Forse ben più di aver messo, ancora una volta, il tiro decisivo nel momento più importante.

Quicken Loans Arena, Nba Finals, gara 3 in bilico, ultimo minuto, Kevin Durant from downtown: esattamente come nel 2017 

La grandezza (non riconosciuta?) di Steph Curry

Eppure, quando è arrivato il momento in cui il commissioner Adam Silver ha proclamato il vincitore del Bill Russell Trophy, Durant era in disparte, come se fosse conscio che questa volta toccasse a qualcun altro: quel qualcuno avrebbe dovuto essere Stephen Curry, alla miglior serie finale della carriera (27,5 punti – 38% dal campo, 38,7 da tre -, sei rimbalzi e 6,8 assist di media in poco più di 40 minuti a partita), eppure parzialmente snobbato nelle votazioni (solo quattro giornalisti su 11 hanno votato per il figlio di Dell) che hanno assegnato il più ambito dei riconoscimenti individuali della post season. Per la terza volta in altrettante finali vinte, quindi, il numero 30 è rimasto a mani vuote, in quella che alcuni hanno definito come una grave mancanza di rispetto nei confronti di uno dei giocatori che ha maggiormente influenzato il nuovo corso filosofico e tecnico della moderna pallacanestro. Ha scritto Nohad Nadkarni su Sports Illustrated: «Kevin Durant è convenzionalmente il giocatore più inarrestabile, ma è difficile ignorare il fatto che si sia unito a una squadra che avrebbe potuto essere una dinastia senza di lui, una squadra che aveva vinto 73 volte soprattutto grazie alle qualità individuali di Curry: si muove sempre, è un ottimo selezionatore di tiro e riesce ad agire in spazi ridottissimi, con un lavoro off the ball che è altrettanto importante di quello che fa con la palla in mano. Quindi molti degli aspetti tipici dei Warriors sono il risultato della presenza di Curry e sono statistiche non facili da misurare come la media punti per partita o le percentuali dal campo». Anche questa, in fondo, è una legacy: l’aver segnato un trend, l’aver imposto uno stile di gioco non duplicabile e averlo fatto al livello più alto possibile, nonostante una fisicità e un atletismo relativi e la contemporanea presenza, al suo fianco o di fronte, di superstar comparabili per unicità e iconicità. Probabilmente, come sostiene ancora Nadkarni, è questa la migliore rappresentazione possibile di Curry e dei Warriors: «Forse Golden State è talmente forte che non ha bisogno che il suo miglior giocatore venga riconosciuto come tale per vincere un altro titolo».

37 punti, 6 rimbalzi e 4 assist per Steph Curry nella gara 4 che ha chiuso le Finals. Già in gara 2, però, il numero 30 aveva marchiato a fuoco la serie, stabilendo il nuovo record di triple realizzate in una gara di finale, per 33 punti complessivi

Il grande titano

Alla sua quindicesima stagione in carriera, LeBron James ha giocato al suo meglio di sempre: ha disputato tutte le 104 partite stagionali (per un totale di 54.347 minuti, a 45’ di media: un dato folle), mandando a referto 2.999 punti, 909 rimbalzi e 945 assist (di cui 34,5, 9,4 e 9,7 di media nei playoff e 34, 8,5 e 10 di media alle Finals, con tre gare su quattro disputate con una frattura alla mano causata da un pugno ad una lavagna dopo gara 1), e facendo registrare, nella sola post season, otto gare da almeno 40 punti, 10 doppie doppie, quattro triple doppie e un cinquantello nel primo atto della serie contro i Golden State Warriors. Eppure, la sesta sconfitta in nove apparizioni alle finali Nba (di cui otto consecutive, come mai prima e, presumibilmente, mai dopo) spingerebbe ancora ad interrogarsi sull’effettiva grandezza dell’unico, vero, giocatore totale di questa era. Condizionale d’obbligo: perché l’accettazione della manifesta superiorità del numero 23 non può e non deve tradursi nella pretesa di un costante superamento di limiti oggettivi (in questo caso il dover fronteggiare una squadra sostanzialmente ingiocabile in una serie al meglio delle sette partite) persino per uno come lui. Quando, dopo gara 3, LeBron dice che «la gente pensa che basti scendere in campo e che, siccome sei il più grosso, il più forte e più veloce di tutti, tu debba guidare gli altri ogni singola volta, schiacciare in ogni singola azione, senza accusare mai la fatica», non fa altro che chiedere il rispetto e la giusta considerazione di ciò che ha fatto e che continuerà a fare, probabilmente lontano da una Cleveland che è tornata a stargli troppo stretta. Andrew Sharp fotografa perfettamente la situazione, sostenendo che «LeBron ha sempre saputo di essere stato al centro dell’attenzione per 15 anni: è molto più a suo agio di quanto non sia mai stato in qualsiasi altro momento della sua carriera, ma è perfettamente consapevole di come viene percepito, di cosa la gente si aspetta da lui e di come verrà discusso. E tutto questo finirà per riflettersi sulla prossima free agency». Quando potrebbe averne abbastanza di essere l’uomo più solo (e più forte) del basket Nba.

51 punti, 8 rimbalzi e altrettanti assist di LeBron James in gara 1 non sono bastati ai Cavs per espugnare la Oracle Arena

Il supporting cast che non c’era

Al di là dell’immagine unica di J.R. Smith che sul finire di gara 1 spreca il possesso della vittoria tornando verso il centro del campo e lasciando che il cronometro si azzeri, era chiaro come lo squilibrio nei rapporti di forza tra Warriors e Cavaliers si delineasse nel livello del supporting cast, ben oltre la considerazione che in Ohio hanno totalmente stravolto il roster nelle ultime ore della trade deadline di febbraio e che tra i meriti di Golden State ci sia quello di aver messo su un gruppo di giocatori perfettamente funzionale al proprio progetto tecnico, anche nelle seconde linee. Un dato su tutti: LeBron James ha portato alle Finals una squadra in cui, considerando le gare di playoff, nessun altro giocatore è riuscito ad andare oltre quota 18 punti e con il secondo miglior realizzatore che si è attestato sugli 11 punti di media a partita. Del resto, quello del livello dei compagni di James è stato un tema ricorrente della tetralogia, con le valutazioni fin troppo influenzate dall’esito di partite e serie: tuttavia se da un lato Kobe Bryant ha certamente ragione quando afferma che «è tutta una questione di dinamiche e di chimica di squadra. Guardando dall’esterno, tutto quello che possiamo fare sono solo speculazioni. Quei ragazzi hanno talento, non credo siano tutti spazzatura», dall’altro è difficile non concordare con Danny Chau quando scrive che «le serie di playoff si determinano sulle decisioni prese nel possesso precedente a quello che si sta giocando. Ogni decisione presa da qualcuno che non si chiami LeBron James, quindi, è ancor più decisiva del normale. Le mancanze si sommano, le frustrazioni salgono, la pressione di dovercela fare aumenta fino a diventare soffocante. Ogni possesso che non è in controllo di James si trasforma in una perdita di fiducia, un qualcosa che si è verificato abbastanza spesso nelle ultime gare, fino a trasformarsi in una specie di pietra tombale. Che modo appropriato per quello che potrebbe essere il suo ultimo atto da Cavalier».