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La sostanza del Brasile

Il nuovo ct Tite ha accantonato l'etichetta di jogo bonito trasformando l'estro in pragmatismo, Neymar compreso.

Di Giorgio Coluccia

C’è un sondaggio effettuato qualche tempo fa che rende bene il grado di popolarità e di apprezzamento raggiunto da Adenor Leonardo Bacchi, meglio conosciuto come Tite. Il 15% dei brasiliani sarebbe disposto a votarlo come futuro presidente della Repubblica. Al di là del fatto che nel breve termine sia un’ipotesi improbabile, questo dato è significativo perché il soggetto in questione è l’attuale commissario tecnico dei verdeoro reduci da pesanti sconfitte negli appuntamenti più recenti, dal 7-1 nella semifinale mondiale disputata in casa nel 2014 alle arrendevoli apparizioni in Coppa America, una coincisa con l’uscita ai quarti (2015) e l’altra addirittura con il mancato superamento della fase a gironi (2016). Delusioni profonde che avevano quasi fatto disinnamorare un popolo che vive per il futebol e i suoi pentacampeões. Tite è il sesto ct della Nazionale nell’ultimo decennio, ha saputo riazzerare tutto, è ripartito dalle basi, nonostante fosse stato chiamato al capezzale di una selezione con il morale sotto i tacchi che si stava complicando anche il cammino verso il Mondiale russo. Prima del suo arrivo nel giugno del 2016, con Dunga al timone, la Seleção aveva vinto solo due delle prime sei partite, finendo fuori dalla zona qualificazione. Il nuovo selezionatore ha segnato la svolta, vincendo le prime nove di fila con 26 gol all’attivo e solo due al passivo (di cui un rigore e un autogol), e mettendoci meno di un anno per strappare il pass per Mosca. Il 28 marzo 2017 il Brasile è stata la prima squadra qualificata sul campo, con quattro turni d’anticipo.

Quasi fosse un segno del destino, la certezza matematica è arrivata con il 3-0 rifilato al Paraguay in una gara di qualificazione giocata a San Paolo, nello stesso stadio che ha lanciato Tite alla ribalta con il Corinthians, la sua ex squadra, condotta più volte al successo tra il 2011 e il 2015. In quel periodo d’oro il Timão ha vinto due campionati, una Recopa, una Libertadores e un Mondiale per club, nella finale di Yokohama contro il Chelsea. La carta in più del ct arrivato dal Rio Grande do Sul è stata quella di mantenere la stessa personalità mostrata alla guida dei club, vale a dire un profilo basso nelle uscite pubbliche e l’accantonamento della cultura del famigerato jogo bonito, per ripartire dalle cose semplici, posizionando le sue pedine nello stesso ruolo ricoperto nei club, possibilmente con gli stessi compiti. Tra tutte, la missione più difficile era quella di far rientrare in questo preciso disegno l’estro e gli impulsi di Neymar, stella indiscussa del gruppo a cui il nuovo ct ha chiesto molto più pragmatismo, stigmatizzando con decisione finte e dribbling in eccesso. Non è un caso che nelle 14 partite giocate con il nuovo selezionatore sia sempre, e solo, stato schierato a sinistra nei tre d’attacco, vietandogli la possibilità di svariare troppo a piacimento su tutta la trequarti lasciata invece libera per gli inserimenti di Paulinho e Renato Augusto. «Uno come Neymar deve essere costantemente il primo per assist e finalizzazioni. Il calcio che praticava nei primi anni della carriera non mi piaceva affatto, ha trovato il modo di evolversi e in questo ho cercato di aiutarlo sin dal primo momento», ha affermato Tite sul fuoriclasse del Psg. Il guaio al metatarso sembra alle spalle e il modo in cui Neymar ha spaccato una delle ultime amichevoli contro la Croazia, subentrando a inizio ripresa, è un ottimo indizio in vista del debutto iridato contro la Svizzera del 17 giugno.

Come attacca il Brasile di Tite

L’ex allenatore di Corinthians, Internacional e Grêmio ha capito subito che la rinascita dell’intera Nazionale non poteva prescindere dalla giusta collocazione in campo della sua pepita più preziosa. Da coltivare anche fuori dal rettangolo verde, soprattutto dal punto di vista psicologico, come avvenuto in conferenza dopo il successo sul Giappone dello scorso novembre, in cui Neymar scoppiò a piangere tra le braccia del tecnico per via della difficile situazione vissuta al Psg. Oppure in occasione dell’ultimo infortunio, al seguito del quale Tite non ha mai smesso di tranquillizzarlo, esprimendo la volontà di aspettarlo fino all’ultimo in vista delle convocazioni. Una botta non da poco per un ragazzo nel pieno della sua carriera, già reduce da una semifinale mondiale sfumata a causa di un problema fisico, sorto nei quarti del torneo disputato davanti al proprio popolo. O’Ney si è allineato alla perfezione, ha definito il suo nuovo maestro «un tipo geniale» e gli attestati di stima sono più che frequenti, come dimostra anche il tweet di qualche giorno fa in cui la punta ex Barcellona ha postato un abbraccio tra loro due con tanto di ringraziamento: «Congratulazioni Professor Tite. È un grande onore imparare ogni giorno con te, che Dio ti benedica sempre».

La storia della Nazionale brasiliana insegna che è sempre arrivato un grande Mondiale quando i suoi interpreti sono stati capaci di abbinare l’elevato tasso tecnico alla necessità di adattarsi per diventare un gruppo a tutti gli effetti. L’identità ritrovata è stato un lungo percorso che ha tratto linfa dagli immediati risultati positivi. L’immenso potenziale offensivo riesce a venire fuori perché questo Brasile è una squadra di tanta sostanza, anzitutto pragmatica, in cui Casemiro è il pilastro delle due fasi, affiancato dai già citati Renato Augusto e Paulinho, due che s’inseriscono a turno quando è il momento di far male e senza lasciare voragini agli avversari. Niente squadra spezzata, niente quadrato magico in attacco, nonostante l’opulenza di uomini offensivi e veloci, con gente del rango di Douglas Costa, Firmino, Taison e Fred costretta a fare, almeno inizialmente, la riserva. Non a caso l’uomo di fiducia di Tite è proprio Paulinho, già allenato durante l’epopea dorata al Corinthians, in cui faceva coppia in mezzo con Danilo de Andrade e non disdegnava le penetrazioni offensive per dar man forte alle punte Emerson e Jorge Enrique. Paulinho ha affinato queste capacità nell’ultimo anno a Barcellona con Valverde, dove è stato più volte sgravato da compiti prettamente difensivi per partecipare con frequenza alle trame offensive facendo così registrare le ottime medie di rendimento che aveva a inizio carriera in patria. Tutto ciò si è riverberato in positivo sulle prestazioni con la casacca verdeoro, tanto che nella classifica marcatori finale delle qualificazioni ha segnato sei reti, le stesse di Neymar, e ha superato gente come Suarez, Bacca e Falcao. A dimostrazione che il collettivo funziona, in questa graduatoria il Brasile è stata l’unica compagine a piazzare tre calciatori nei primi dieci posti.

Paulinho, il goleador inatteso

Al di là di alcuni avvicendamenti in corsa, la Seleção che vedremo al Mondiale è fatta da un pezzo. Tite darà fiducia ai titolari che l’hanno condotto in Russia, il 4-3-3 di riferimento è rodato e ognuno si è presentato in ritiro conscio del ruolo che lo attende. Dai 23 convocati si nota come il ct abbia voluto portarsi dietro almeno un’alternativa per ogni singolo ruolo, per esempio Fernandinho per Casemiro così come i due centrali Marquinhos e Geromel per i due fedelissimi Thiago Silva e Miranda. Lo stesso dicasi per Firmino, riserva di Gabriel Jesus, che riparte dai sette gol nelle qualificazioni (dietro solo a Cavani) e a soli 21 anni si appresta a vivere il primo grande appuntamento dopo un anno e mezzo di svezzamento in Premier League con Guardiola. A parte l’incognita dell’età, questo Brasile sembra piuttosto adatto al gioco dell’ex punta del Palmeiras, abituato a non dare punti di riferimento, ad attaccare la profondità rapidamente, ma anche avvezzo ai tanti inserimenti di gente a cui piace svariare come accade al Manchester City. Gabriel Jesus poi ha esordito (con doppietta) proprio con l’attuale selezionatore nel settembre 2016, segnando ben nove volte in 15 uscite totali, ed è forte della buona convivenza con Neymar, che dura sin dall’oro olimpico vinto a Rio de Janeiro nel 2016. In questo modello già definito l’unica variante riguarda l’impiego di Coutinho, che Tite nei suoi due anni alla guida dei pentacampioni ha alternato sempre e soltanto con Willian, a destra nel tridente d’attacco. I due si sono divisi equamente le partite in cui hanno cominciato da titolari. Allo stato attuale è molto difficile pensare che Tite riveda i suoi piani per schierare il giocatore del Barcellona da trequartista, tanto più che nel secondo tempo dell’ultimo test contro la Croazia lo ha provato nei tre di centrocampo, come fatto da Klopp nella precedente esperienza di Liverpool. Più probabile che il tecnico sudamericano si affidi a Willian nel momento in cui ci sarà da non scoprirsi troppo, da chiedere uno sforzo in fase di copertura, come ha fatto Conte con i suoi uomini offensivi nelle ultime due stagioni alla guida del Chelsea.

L’ottimo schermo a centrocampo e i movimenti collaudati in difesa fanno sì che l’undici del Brasile possa anche contare su una retroguardia affidabile. È questo il miglior risultato raggiunto dal successore di Dunga, la parte sulla quale il ct ha dovuto lavorare di più e che ha portato i risultati migliori, visto che nelle 20 partite con Tite alla guida sono stati incassati solo 5 gol con 47 realizzati) per un totale di 16 successi, tre pareggi e una sola sconfitta in amichevole. I brasiliani si ritrovano con due dei migliori portieri dell’ultima stagione, Alisson e Ederson, e hanno completamente rinnovato il pacchetto arretrato rispetto all’ultimo Mondiale. Il solo superstite è Marcelo, con Filipe Luis prima alternativa e preferito allo juventino Alex Sandro. L’unica notizia negativa è arrivata a ridosso delle convocazioni con l’infortunio di Dani Alves, pedina di esperienza e personalità, che ora affiderà quella fetta di campo a due alternative chiamate a inserirsi alla svelta nei meccanismi giusti, ossia Danilo del City e un’altra vecchia conoscenza del ct, Fagner del Corinthians. Il parigino Dani Alves sarebbe stato il capitano designato, ma il suo forfait non rappresenta un problema in questo senso visto che il tecnico verdeoro fin dalle sue esperienze nei club ha fatto ruotare la fascia, distribuendola anche a Neymar, Alisson, Miranda e, da ultimo, anche al giovanissimo Gabriel Jesus. Una decisione che lui stesso ha spiegato così: «La leadership di un gruppo si compone di più aspetti, ognuno si dovrà assumere la sua parte di responsabilità così come condivideremo le eventuali gioie». La rotazione del capitano potrebbe continuare anche al Mondiale, fatto salvo il benestare della Fifa. In fondo è l’unica stranezza di Tite, il gaúcho, l’uomo venuto dal Sud.

Gabriel Jesus all’esordio: doppietta e rigore procurato