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Il peso del Mondiale

Quanta differenza fa vincerlo – ma soprattutto non vincerlo – nella percezione che abbiamo di un giocatore?

Di Simone Torricini

Nel rapporto tra campione e Mondiale si trova un elemento di elettricità unico. Messi ne è un manifesto esemplare, il più concreto della contemporaneità, ma è sufficiente scorrere il calendario a ritroso di pochi decenni per trovare casi che lo provino. In un pezzo a più mani apparso su FourFourTwo per classificare i cinque migliori calciatori della storia, Scott French scrisse che «il miglior calcio si gioca con il cervello, e non c’è stato un cervello in grado di pareggiare quello di Cruyff». Poi la chiosa, inevitabile: «Suo unico demerito: l’olandese non ha mai vinto un trofeo significativo con la sua Nazionale, nonostante il trionfo – quantomeno nell’immaginario del pubblico – al Mondiale tedesco del 1974». Una lettura più pragmatica la offre poco più avanti Paul Tenorio, che al vertice della classifica colloca Pelé per un preciso motivo: «Non posso fingere che tre titoli mondiali possano essere compensati dall’influenza su una singola squadra, o anche due». La posizione è chiara: Pelé ha vinto il Mondiale per tre volte, Cruyff (che inserisce al quarto posto) non lo ha mai fatto. La classifica, in un certo senso e dopo una corposa scrematura, si compone da sola. È un genere di ragionamento che d’istinto tendiamo a fare un po’ tutti; anche Paolo Condò, a domanda su questo preciso tema, ha confessato in questo senso: «Di getto mi verrebbe da dire che per far parte dell’Empireo vincere il Mondiale è fondamentale. Poi ci rifletto in un secondo momento, e mi rendo conto che non è vero».

Quello che French e Tenorio ci consegnano è un confronto tra due metodi di classificazione, proiezione di altrettante scuole di pensiero: il primo dà un valore quasi esclusivo all’influenza del singolo sul progredire del gioco, e consente una deroga sul trofeo più importante; il secondo mette in primo piano i risultati, ma rivendica la parte importante, di rottura, recitata dai grandi campioni che, oltre ad esercitare pressione sulle pareti del conosciuto, sono anche riusciti a vincere con il loro Paese. Ma la dicotomia tra influenza e vittoria è solo pro forma, si tratta di una estremizzazione. Anche Messi e Cruyff hanno vinto – e hanno vinto tantissimo, oltre che illuminando. Parole di Marco Bucciantini: «L’Olanda del ’74, e insieme Cruyff, hanno ottenuto la vittoria più grande: sono rimasti dentro la gente». E ancora: «È incredibile: a Messi manca una partita, una sola partita, e noi gli rimproveriamo l’unica partita che non è ancora riuscito a decidere. In questo troppo calcio, nell’abuso che ne facciamo, siamo diventati spettatori cinici». E magari non ci ricordiamo che Maradona la Coppa dei Campioni non l’ha mai vinta, o che di Pelé si sa, ma si è visto poco. Eppure tutto questo non scalfisce il punto cruciale della tesi di Tenorio, ovvero che ai conti né Cruyff né Messi sono arrivati fino a quella vittoria.

I due metodi si differenziano per un piccolo dettaglio. Se infatti il primo è soltanto osservabile, il secondo vanta una chiarezza di livello maggiore perché è legato a doppio filo ai numeri, e da quelli non si scappa. Il resultadismo, che in questo caso si declina nella focalizzazione sul Mondiale vinto-o-non-vinto, avrà sempre la meglio nel confronto testa-a-testa tra questi due modelli interpretativi, perché parte da una base non confutabile: il risultato finale conta più del mezzo, e ci si ricorda di chi vince, non di chi arriva secondo (quasi sempre). Viceversa, l’influenza del calcio totale e delle sue ramificazioni potrà essere sempre percepita come sovrastruttura, e quindi sottovalutata. Sappiamo bene che si tratta di una imprecisione, che dettare il futuro giocando ha in sé grande valore, perché ad esempio il ciclo spagnolo 2008-2012 non sarebbe esistito se non fosse stato per Cruyff. Per questo motivo, per il prevalere del radicale culto della vittoria su quello della bellezza, nonostante la narrazione e la cultura del gioco stiano mutando verso una precisa direzione (quella che valorizza proattività e la weberiana etica dei princìpi), oggi la differenza tra i migliori la fanno ancora soprattutto i Mondiali vinti. Succede perché nell’impossibilità di costruire un criterio di valutazione oggettivo, in grado di creare ordine, l’unica alternativa è quella che ci porta a guardare i fatti nella loro forma più pura.

Parliamo di una regola non scritta molto difficile da evadere, ma è giusto provarci a partire da una domanda. Che cosa significa vincere il Mondiale per il miglior giocatore al mondo, o per uno che compete per questo titolo? La risposta ha a che vedere con il concetto di legittimazione. Vincere da leader con la Nazionale è un modo, o meglio: il modo, per conferire il maggior grado di ufficialità al proprio status. Non è un caso se oggi quasi tutti quelli che vengono considerati i migliori di sempre hanno alle spalle almeno un trionfo con la Nazionale. Pelé ne ha vinti tre, Ronaldo due, Maradona uno ma à la Maradona (o, come dice Condò: «à la LeBron»), che forse vale anche di più.

Però è anche vero un altro fatto, ossia che per sua essenza il calcio prevede un condizionamento spesso decisivo nei confronti del singolo, ed è quello esercitato dal contesto di squadra, dai compagni, dalle idee e dal carisma del ct. Nella versione in cui difende i non-vincitori del Mondiale, Condò spiega: «Cruyff è stato la massima espressione di calcio mai vista dopo i sudamericani, il suo Mondiale l’ha vinto. O ancora: i più grandi italiani della storia, Rivera e Baggio, non l’hanno vinto. Non lo ha vinto neanche Maldini, e lo ha vinto Cannavaro che era sì grande, ma non così tanto e non quanto lui». Filtra un concetto chiaro in cui è protagonista il relativismo: un Mondiale non si vince solo se si è grandi campioni, può non bastare. E qui entra in gioco il discorso sulle aspettative legate alla qualità della squadra, perché se – esempio – a Cristiano Ronaldo una giustificazione in tal senso è più che dovuta, lo stesso non si può dire di Cruyff nel ’74. Lì siamo in una vera e propria dimensione altra, dove la vittoria è concepita ai limiti del superfluo. Ed è per questo che l’Olanda di quell’anno è storicamente considerata, piaccia o meno, vincitrice morale (Bucciantini si finge alterato: «Non mi si venga a dire che Cruyff non ha vinto quel Mondiale!»).

Ma quando si arriva a Messi, come lo si può giustificare? Forse chiamando in causa il dominio spagnolo, che – ironia della sorte – lui stesso ha contribuito e contribuisce ad alimentare. Però è una scusa che regge fino ad un certo punto, ha fondamenta deboli perché circoscrive tempi e luoghi limitati. E oltretutto non abbraccia il problema principale, che nei suoi (in)successi con la Nazionale sta nel fatto che si è sempre fermato al limite, allo scontro diretto in finale. Senza mai trovare il colpo per deciderla, o addirittura fallendo occasioni clamorose. A questo proposito, la sua reazione a seguito della sconfitta in Copa América nel giugno 2016 rende bene l’idea di come sia asfissiante per lui in primis la mancanza di continuità tra il rendimento con il Barça e quello con l’Argentina. Poi c’è un altro fattore ancora, la percezione del personaggio. Ce lo illustra Bucciantini: «Maradona è Maradona anche perché ha incarnato l’Argentina. Mi dirai: anche Messi è argentino. Mica tanto, ti rispondo. Messi è il Barcellona, Maradona è un plebeo. Idem Pelé. Per Cruyff vale un discorso diverso, perché lui è stato il massimo esponente di un calcio che non presupponeva individualità. Non ha mai cercato l’anima della gente, gli è mancato l’essere parte di una vicenda popolare. Era cittadino del mondo, e quindi cittadino di nessuno. Se Maradona era un plebeo, Cruyff era una rockstar».

È chiaro che il caso di Messi sia quello che ci tocca più da vicino. A questo proposito, secondo Condò, «un ulteriore flop dell’Argentina sarebbe pesante, ma a livello storico non comporterebbe un ridimensionamento nei suoi confronti». Condivisibile, in fin dei conti basta snocciolare uno ad uno i record raggiunti e superati dalla Pulce in alternanza con Cristiano Ronaldo nell’ultimo decennio. Però questa ossessione neanche troppo celata per un successo con la Nazionale rischia di diventare un grosso handicap, anche se la sua Argentina è meno quotata oggi di quanto non lo fosse quattro e otto anni fa. A contrasto con il Messi che qualcuno potrebbe ricordare come quello che non vinse il Mondiale, Condò mette il giocatore che «a un certo punto ha iniziato a copiare i gol di Maradona, facendoli ancora più belli». Lo stesso senza il quale, a detta di molti detrattori di Pep, il guardiolismo non sarebbe esistito. Insomma, c’è materiale a sufficienza per sostenere che anche un Messi senza Mondiale non perderà il proprio status di candidato al titolo di più grande di tutti i tempi. Il tempo appiana, i ricordi si dilatano, e la storia sentenzia che per chi merita davvero il lato dolce prevale sempre su quello amaro (chiedere allo stesso Cruyff).

Mettendo a fuoco la contemporaneità va poi considerato un ulteriore fattore, ossia la popolarità sempre più diffusa della Champions League. Agisce da contrappeso, sottrae un pizzico di valore al Mondiale per trasferirlo su di sé. È un discorso che Claudio Pellecchia ha affrontato in questo pezzo, osservando come sempre più spesso i club manifestino la propria predilezione nei confronti della ex Coppa dei Campioni, ma che finisce per trascendere la dimensione sportiva. La Champions di oggi è enormemente più ricca (rispetto al 2006 ha aumentato i propri ricavi del 370%) e paga dividendi maggiori quasi in proporzione, diretta conseguenza di un appeal in crescita verticale. È un evento global a tutti gli effetti e in questo senso può essere considerata un valido sostituto del Mondiale. Che però ha dalla sua l’alternanza quadriennale, e riunisce giocatori, ma anche lingue, suoni e colori, da ogni angolo della Terra. Si svolge in un mese e non in nove, e soprattutto non lo vince praticamente mai la stessa squadra per due volte di fila (lo hanno fatto solo Italia e Brasile una volta a testa). In meno parole: la Champions cresce e di anno in anno guadagna in prestigio, ma il Mondiale è altra cosa. «Ha un valore politico enorme in quanto punto di incontro, prima ancora che di scontro», spiega Bucciantini. «Esserci è avere un posto nel mondo».

Se è vero che sarebbe riduttivo far rientrare tra i migliori soltanto quelli che hanno avuto successo con la Nazionale, è altrettanto vero che equipararli rappresenta un rischio. Anche Condò, al termine di una riflessione moderata, se costretto a schierarsi prenderebbe la parte dei cinici: «Faccio fatica a scegliere uno dei due filoni, entrambe le scuole di pensiero hanno i loro validi fondamenti e in generale tendo sempre a cercare una soluzione non-tranchant. Se però sono con le spalle al muro io dico che a calcio conta vincere, quindi fra due carriere entrambe scintillanti dal punto di vista dell’impatto sul gioco scelgo quella che ha portato alle vittorie. E il titolo mondiale è la cosa più grande che possa vincere un calciatore». È lo stesso Condò che poco prima si mostrava clemente nei confronti di Messi, di Cruyff, di Baggio; di chi ha inciso, e vinto, pur senza trionfare in quel momento. Eppure quando si tratta di schierarsi si finisce sempre lì. Forse è inevitabile che chi il Mondiale non lo ha vinto venga guardato con un occhio diverso, proprio per il discorso sulla legittimazione. Inevitabile e forse giusto, se è vero che la vittoria è il fine ultimo dello sport. Ma anche ossessionante, ingeneroso ed eccessivamente radicale.