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Hazard in missione

Il Mondiale del belga certifica il suo ruolo di star: può trascinare la sua Nazionale a uno storico traguardo?

Di Alec Cordolcini

Un tempo terra di miniere e lupi, la città vallona di La Louviere (sorta in un luogo chiamato Menaulu – “Tana del lupo” in francese antico, e che ha nel proprio stemma una lupa, omaggio alla mitologia della nascita di Roma) è oggi luogo di calciatori. Meglio, di uomini-simbolo del calcio belga, capaci di segnare un’epoca. È noto come, prima del Mondiale russo, il miglior piazzamento ottenuto dai Diavoli Rossi sia stato il quarto posto a Messico 1986. Il miglior Belgio della storia, a cavallo tra gli anni ’80 e i ’90, aveva nel numero 10 Vincenzo Scifo uno dei suoi elementi più rappresentativi. Non solo di un Paese (ed è quantomeno ironico, viste le difficoltà incontrate da Scifo – figlio di immigrati italiani – per integrarsi e farsi accettare dal Paese nel quale era nato), ma anche delle modalità in cui all’epoca veniva interpretato il ruolo del play creativo, dove la mancanza di punte elevate di velocità era compensata da una tecnica di alto livello e dall’abilità di creare, con un passaggio, spazi inimmaginabili per il calciatore medio. Scifo era originario di La Louviere, proprio come Eden Hazard, il giocatore-simbolo del Belgio attuale, quello della generazione d’oro, figlia della riforma federale dopo i disastri dell’Europeo 2000. Comparare Scifo e Hazard sarebbe esercizio sterile quanto assurdo, ma proprio la distanza – atletica, stilistica, mediatica – tra i due rappresenta un fedele specchio dei mutamenti del calcio. Scifo e Hazard appartengono a due epoche tra loro lontanissime e prive di punti in comune.

Il Belgio di Guy Thijs e quello di Roberto Martinez sono modelli che si sottraggono a qualsiasi tipo di confronto. L’unica relazione esistente tra essi è stata definitivamente spezzata lo scorso venerdì con il successo sul Brasile, ma si trattava di un legame relativo alla sfera psicologica, definito da Peter t’Kint di Voetbalmagazine «il trauma dell’86». L’ombra di una grande prestazione passata che, a livello inconscio, metteva pressione sui Diavoli Rossi, non importava quante partite di Champions League avessero disputato o quanti trofei fossero finiti nella loro bacheca. «La vittoria contro il Brasile», scrive t’Kint, «ha liberato i giocatori dal peso del passato. Quanto questo possa essere distruttivo lo abbiamo visto nel caso Messi-Maradona. Russia 2018 ci ha però fornito un’altra lezione che non dovremmo dimenticare: mai mischiare le mele con le pere. Ogni generazione, e ciascun giocatore, ha avuto i propri meriti. Quelli dell’86 in un modo, quelli di oggi in altre, diverse e più moderne, circostanze».

Hazard è il prototipo del numero 10 moderno, non solo per la fusione tra velocità, tecnica e fantasia, ma per l’interpretazione totale del ruolo, svincolata dalla posizione ricoperta in campo. Contro il Brasile lo si è visto agire da ala, seconda punta, prima punta, pienamente a suo agio in quel concetto di flessibilità chiesto dal ct Martinez ai suoi giocatori, ma di cui proprio il tecnico catalano sembrava difettare, quantomeno fino al secondo tempo dell’ottavo contro il Giappone. Con la squadra sotto di due reti e ad un passo da un flop di proporzioni storiche, il tecnico catalano ha preso atto del fallimento del suo sistema ed è passato al piano B, dimostrando umiltà, intelligenza e, appunto, flessibilità. Elemento chiave, quest’ultimo, del successo sul Brasile, e a tal proposito c’è un’immagine significativa a inizio partita: Willian si gira verso la panchina e mostra in rapida successione tre dita, poi quattro, quindi cinque. Sta chiedendo lumi per interpretare lo schieramento del centrocampo avversario.

La superba prestazione di Hazard nasce proprio dalla svolta tattica di Martinez, riassumibile con un banale: meno calcio, più muscoli. Svincolando De Bruyne dai compiti di copertura (che gli spettavano in qualità di mediano accanto a Witsel) attraverso il suo spostamento in una posizione quasi da falso nove (con sacrificio di Mertens, sostituito da Fellaini), Martinez ha di conseguenza liberato anche Hazard, il cui raggio di movimento è aumentato proprio in virtù degli spazi creati dal centrocampista del Manchester City. Hazard e De Bruyne sono due sistemi interdipendenti l’uno dall’altro, ma estremamente complessi da far lavorare assieme a pieno regime. Ci ha provato per quattro anni Wilmots, senza mai ottenere un risultato quantomeno uguale alla somma delle parti. Non sono amici, si rispettano, il loro è un rapporto giocato su sottili fili di equilibrio. Hazard e Lukaku possono discutere platealmente durante la partita, Hazard e De Bruyne no. Sembra esistere un codice non scritto che delimita confini oltre i quali nessuno dei due osa spingersi. I media hanno provato a battere sul tasto del dualismo, ma senza successo, visto che i due non sono propriamente loquaci. «Io dribblo meno, non sono come Eden, non è il mio stile». Questa l’unica concessione alla polemica fatta recentemente da De Bruyne.

Se contro il Giappone l’apporto di Hazard – grazie all’assist del 2-2 per Fellaini – è risultato tangibile per i canoni del “giornalismo da tabellino” (copyright dell’olandese Co Adriaanse, per una definizione che non necessita particolari spiegazioni), la partita che si avvicina alla perfezione è quella contro il Brasile. Lo dice il suo ex compagno al Chelsea Demba Ba, assieme a Yannis Salibur del Guingamp uno dei pochi amici che il belga ha nel mondo del calcio: «Nel Chelsea Eden incrociò per un breve tempo Samuel Eto’o, che gli consigliò di essere meno altruista. Non essere mai soddisfatto, gli disse, se esci dal campo senza aver scritto il tuo nome sul tabellino, per un gol o un assist. Lui non lo ha mai ascoltato. La sua passione per il calcio, il suo modo di vivere il calcio, va oltre l’aspetto numerico. Eden è soddisfatto se ha giocato bene. Punto». Il quarto di finale disputato da Hazard è infatti stato eccezionale a prescindere dai numeri nudi e crudi, nonostante la statistica del 100% di dribbling riusciti (9 su 9), record in una singola partita del Mondiale (dal ’66 in avanti, prima questi dati non venivano rilevati) condiviso con il nigeriano Etebo. Perché l’intelligenza della giocata, unita all’istinto del movimento giusto fatto al momento giusto, non possono essere codificati in statistiche.

In alcuni momenti, soprattutto nella ripresa, quando il talento di La Louviere si è trovato ad agire da prima punta, sembrava di vedere un coin-op calcistico di fine anni ’80, Tehkan World Cup, nel quale la palla rimaneva rigidamente incollata al piede del calciatore indipendentemente dai movimenti e dai cambi di direzione effettuati. L’unico modo per recuperarla era un cattivissimo tackle che, traslato nella realtà, equivale nella stragrande maggioranza dei casi ad un fallo, puntualmente commesso dai giocatori verdeoro. La bellezza dell’operato di Hazard risiedeva nella funzionalità della giocata: nessun dribbling fine a sé stesso, nessuna concessione alla platea come era solito fare il suo idolo di gioventù Ronaldinho, ma tutto ricondotto nell’ottica all’economia di gioco della squadra e alle sue necessità in quel particolare momento, si trattasse di tenere la palla per fare salire i compagni o accelerare per creare un’opportunità da gol. Aldilà dei confronti da bar e dell’hype, la sconfitta di Neymar contro Hazard ha riguardato soprattutto quest’ultimo aspetto: il belga gioca per la squadra, non per costruire il proprio mito.

Ad Hazard è stata spesso contestata una certa attitudine pigra. Note le critiche di Mourinho al Chelsea, ma prima del portoghese è stato il turno di Marc Wilmots. Nel 2009, circa un anno dopo il debutto dell’allora Hazardinho (ogni mondo è paese nel coniare nick che mettono pressione ai giovani prospetti) in Nazionale, avvenuto all’età di 17 anni e 316 giorni, il futuro ct della nazionale belga – che all’epoca lavorava come vice di Dick Advocaat – criticò il ragazzo sulle pagine del magazine Passie voor Voetbal. «Hazard deve imparare a lavorare con maggiore intensità. Non mi piace l’approccio svogliato che spesso mostra con noi in allenamento». Per il compagno di nazionale Batshuayi, «quando non ha voglia, Eden non corre nemmeno per un metro». Giudizi che stridono con quanto visto in questo Mondiale, ovviamente nelle partite che contavano (perché, detto sinceramente, il girone del Belgio è stato due allenamenti – o quasi – e un’amichevole). Con il Brasile c’è stata un’azione in cui si è portato a spasso tre avversari a suon di finte e cambi di direzione, per poi sbagliare l’assist a favore di Tielemans con una palla troppo lenta, mandando in fumo una possibile chance per il terzo gol belga. Un errore dettato dallo sfinimento. Nel momento topico, le gambe non hanno retto. Trattandosi di un giocatore definito più volte ozioso, qualcosa non torna. «Eden ha un’etica del lavoro sua», dice Demba Ba. «Chi critica il suo impegno è fuori strada. Semplicemente, lavora alla sua maniera. Ma il fatto che non abbia mai avuto problemi fisici seri in carriera, o che nei momenti cruciali si presenti sempre al 100% della forma, dovrebbe chiudere il discorso».

La domanda è: può questo Hazard, in un momento di forma così strepitoso e al top della propria carriera, guidare il Belgio alla vittoria della Coppa del mondo? Gli indizi portano a una risposta affermativa. La maturazione del giocatore è evidente, e non si parla dell’aspetto tecnico, che poco aveva da migliorare già ai tempi del Lille. C’è una consapevolezza diversa. I gradi di capitano, tanto criticati due anni fa all’Europeo, oggi appaiono la logica conseguenza della capacità di aggregazione del giocatore. Una leadership, anche in questo caso, condotta a modo suo, lontana da quella di un Kompany. Hazard rimane un personaggio che, per dirla come Jonathan Wilson, «non illumina con un sorriso la stanza dove è entrato». Il cipiglio resta sempre ombroso, le parole escono con il contagocce. In un pezzo precedente su Undici si è accennato come, nell’analisi flop di Euro 2016, la stampa belga si sia soffermata sull’errore commesso da Wilmots di assegnare la fascia a un giocatore tanto criptico. Cos’è cambiato da allora? Il contesto, in primis, ma anche la percezione della leadership di Hazard. Lui è un esempio per quello che fa in campo, non per ciò che dice. Come un lupo che non mostra i denti ma che, al momento giusto, morde e non lascia scampo.