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Gli equilibri di Croazia-Inghilterra

La sfida tra due dei centrocampi meglio attrezzati della competizione e la riconoscibilità tattica di due grandi squadre.

Di Claudio Pellecchia

Quello che andrà in scena stasera allo stadio Luzhniki di Mosca sarà l’ottavo confronto in assoluto tra Inghilterra e Croazia (con i Tre Leoni che prevalgono nel bilancio complessivo per quattro vittorie a due), ma appena il secondo nella fase finale di una grande manifestazione: l’altro precedente risale a Euro 2004 con gli inglesi vittoriosi per 4-2 nell’ultima e decisiva gara del gruppo B, grazie alla doppietta di Rooney e alle reti di Scholes e Lampard. Al di là della narrazione che vuole il confronto tra due scuole calcistiche in grande ascesa e attese alla definitiva prova di maturità, forti di una modernità che si è tradotta in un rovesciamento dei canoni delle rispettive tradizioni e nella formazione tecnica di giocatori perfettamente funzionali ad una certa interpretazione del sistema di gioco, appare chiaro come la principale chiave di lettura della seconda semifinale di Russia 2018 sia il confronto tra due dei reparti di centrocampo più completi e meglio strutturati della manifestazione. Come ha scritto Laure James nella presentazione sul sito ufficiale della Fifa, «la battaglia a metà campo è dove si potrebbe decidere chi vince e chi perde»: entrambe le squadre hanno costruito la propria riconoscibilità e identità tattica proprio nella zona nevralgica del terreno di gioco, la più adatta ad esaltarne gli indubbi pregi ma anche a smascherarne i potenziali difetti, con tutte le differenze del caso.

Partiamo dall’Inghilterra. Le avanguardie tattiche e culturali che si sono fatte largo in Premier League nell’ultimo lustro (dettaglio non secondario visto che tutti i 23 convocati provengono proprio dal campionato nazionale) hanno permesso a Gareth Southgate di portare avanti con successo la sua idea di un 3-5-2 solo nominale – sarebbe più corretto parlare di un 3-1-4-2 che si trasforma in un 3-3-4 in fase di possesso, laddove i due esterni Young e Trippier abbassano di circa 20 metri il loro raggio d’azione quando la palla è tra i piedi avversari – basato sulla costruzione bassa affidata ai tre centrali difensivi (e, in questo caso, le influenze di Guardiola vanno ben oltre la circostanza che 2/3 della retroguardia siano costituiti da due giocatori fondamentali del sistema del City come Walker e Stones) e sull’occupazione degli half spaces da parte di due mezzali di tecnica, corsa e inserimento, in grado tanto di aggredire centralmente lo spazio fronte porta, quanto di consolidare il possesso nelle fasi di stanca della partita. L’indispensabilità di Lingard e Alli, quindi, si spiega proprio con la precisa volontà di attaccare il lato debole dopo aver sovraccaricato quello in zona palla attraverso il triangolo costituito da esterno, interno di riferimento e punta che viene fuori, con Kane molto più adatto allo scopo di Sterling perché molto più a suo agio a svariare sull’intero fronte offensivo per fornire uno appoggio per lo scambio e/o nei movimenti a liberare metri di campo attaccabili alle sue spalle.

Il gol del 2-0 alla Svezia è la rappresentazione plastica dell’importanza della connection tra Lingard e Alli all’interno del sistema di Southgate

L’elemento fondamentale, però, sembra essere Jordan Henderson che, come rivelato da Thomas Hitzlsperger in questo articolo sul Guardian, «è incredibilmente disciplinato nel suo ruolo da numero 6, schermando la linea difensiva ogni volta che si renda necessario e, quando l’Inghilterra è in possesso, aiutare lo sviluppo delle idee di gioco che la squadra porta in campo. Grazie al suo atletismo naturale, inoltre, è in grado di offrire un supporto all’azione offensiva prima di ripiegare nuovamente e con grande velocità». Che si tratti di agire da vertice basso del triangolo di centrocampo, magari sfruttando la sua precisione nel lancio per servire le punte alle spalle della difesa avversaria (cinque long balls su 60 passaggi di media giocati ogni 90’: soltanto Pickford e Walker si affidano al lancio lungo più di lui) quando non è più possibile saltare la prima linea di pressione servendo le due mezzali, o da autentico equilibratore di un sistema che, in non possesso, tende a comprimere gli spazi tra i reparti, attraverso una sapiente occupazione preventiva delle linee di passaggio altrui – portando gli avversari a forzare sistematicamente l’uno contro uno sugli esterni -, l’impressione che le prestazioni del giocatore del Liverpool costituiscano la cartina di tornasole per misurare quelle della squadra è stata confermata dai fatti, oltre che dall’urgenza di recuperarlo nonostante l’infortunio patito nel finale di gara con la Svezia: non è un caso che nella partita in cui l’Inghilterra ha sofferto di più, quella contro la Colombia nei quarti di finale, sia coincisa con un clamoroso downgrade del numero 8, completamente isolato dal pressing – in particolare quello di Quintero in prima battuta – messo in pratica dagli uomini di Peckerman (appena 33 passaggi ricevuti in oltre 130’ di gioco).

Ha anche sbagliato il suo calcio di rigore. Per fortuna era anche la serata di grazia, una delle tante in questo Mondiale, di Pickford 

La Croazia, di contro, si è dimostrata una compagine che, al netto di un centrocampo tra i più tecnici in assoluto, ad un calcio ragionato e di possesso ne preferisce uno più immediato e verticale, con l’innesco degli esterni che è la prima opzione offensiva esplorata quando si tratta di risalire il campo dopo il recupero palla. E anche quando la costruzione parte dalla difesa – con Brozovic che, quando impiegato, è l’uomo deputato a posizionarsi tra i due centrali in un accenno di salida lavolpiana per facilitare un’uscita pulita e rapida del pallone. In alternativa è Modric che si abbassa sovente rispetto alla posizione iniziale di trequartista – la strategia è quella di facilitare l’attacco della profondità di Perisic e Rebic (che sta giocando un Mondiale di assoluto livello), azionandoli anche attraverso i cambi di fronte del gioco. Una strategia che ha certamente pagato i suoi dividendi – prima della sofferta vittoria ai quarti di finale contro la Russia, la Croazia era la seconda squadra per numero di gol segnati rispetto agli xG prodotti: 8 vs 7 – ma che, senza gli strappi palla al piede del regista del Real Madrid, si sta rivelando alla lunga monocorde, prevedibile e certamente poco ossequiosa delle grandi capacità di palleggio degli interpreti della mediana, soprattutto contro squadre che sono in grado di difendere molto bene in ampiezza.

Il gol di Perisic all’Islanda come manifesto della fase offensiva della Croazia al Mondiale russo: recupero palla (meglio se nella trequarti avversaria), ricerca della traccia più rapida per servire l’esterno sulla corsa in verticale, attacco dello spazio in funzione della conclusione o di un assist ad alta percentuale di conversione

Gli accorgimenti migliori, però, Dalic li ha trovati in fase di non possesso. Esemplificativo quanto accaduto nella gara del girone contro l’Argentina: la scelta di lasciare il controllo del possesso agli avversari ha permesso ai croati di restare corti sul campo e attuare un pressing feroce e schematico nella metà campo sudamericana, strutturato per inaridire le fonti di gioco primarie e isolare Messi (preso comunque in consegna da Brozovic) dal resto della squadra. E un ruolo fondamentale l’hanno giocato proprio i centrocampisti – oltre al solito Mandzukic quasi a uomo su Otamendi – con Modric e Rakitic a schermare Mascherano ed Enzo Perez e Rebic e Perisic a sporcare le linee di passaggio dai centrali verso gli esterni. Dettagli decisivi all’interno dei 90’, con il gioco che si è dipanato a metà campo per il 51% del tempo.

La mappa relativa alle posizioni medie in campo tenute dai giocatori di Argentina (a sinistra) e Croazia (a destra) rappresenta quanto e come i centrocampisti di Dalic siano stati fondamentali in un successo costruito soprattutto in fase passiva, con un baricentro medio al di sotto dei 50 metri prodromico ad un pressing selettivo e mirato e demineralizzare la fase offensiva albiceleste fin dalla prima costruzione. Una scelta che potrebbe essere riproposta anche contro l’Inghilterra

Considerazioni di questo tipo portano ad immaginare uno scenario tattico in cui i due reparti potrebbero finire per annullarsi a vicenda: da un lato la Croazia potrebbe sfruttare la tendenza dell’Inghilterra a lasciar sfogare la manovra altrui sugli esterni – magari approfittando dell’evidente mismatch fisico tra Rebic e Young – oltre che ad utilizzare Manduzkic in marcatura su Henderson, in modo da costringere Lingard e Alli ad arretrare il proprio raggio d’azione dimezzandone la produzione offensiva e la possibilità di sfruttare i movimenti di Harry Kane per inserirsi alle spalle della linea difensiva; dall’altro se i ragazzi di Southgate si dimostreranno abili a comprimere gli spazi su entrambi i lati del campo, potrebbero indirizzare la gara su binari a loro più congeniali, costringendo i croati ad avventurarsi in quella circolazione per vie centrali che ha finito con il porre più problemi di quanti ne risolvesse, soprattutto nel caso Dalic decidesse di affidarsi nuovamente al 4-2-3-1 e alla cerniera Modric-Rakitic, con Kramaric a completare il trio alle spalle di Mandzukic.

Parliamo di equilibri sottilissimi che potrebbero vacillare sotto il peso di scelte filosofiche, prima ancora che di sistema, dei due allenatori. Sull’Independent Frank De Boer ha individuato nell’impiego di Brozovic dal primo minuto l’asso nella manica di Dalic («quando Brozovic è stato impiegato in quel ruolo, come contro Argentina e Danimarca, ha permesso a Modric e Rakitic di alzare il proprio baricentro di circa 10 metri. Si tratta dei due giocatori più completi della loro generazione e perché riescano ad avere impatto è necessario che giochino nella giusta posizione»), allineandosi alle considerazioni di Nick Miller circa l’importanza dello status quo del regista del Real Madrid: «Henderson, Lingard e Alli si stanno comportando bene, ma nessuno di loro è paragonabile per rendimento a Luka Modric e, in misura minore, a Ivan Rakitic. Henderson soprattutto potrà testimoniare come giocare contro Modric non sia un pic-nic visto quanto è accaduto nell’ultima finale di Champions League».

E visto che è in grado anche di provvedere anche in prima persona, nel caso….

A sua volta anche Southgate potrebbe decidere di derogare dai principi che l’hanno portato sin qui, magari inserendo Eric Dyer per sgravare Henderson da troppe responsabilità in fase di possesso o provando Fabian Delph – rinunciando a un Dele Alli che comunque è stato meno continuo di Lingard nel corso del torneo – come “Modric stopper”per provare a limitare l’impatto del numero 10 in termini di intuizioni e giocate fuori dallo script di una partita che si deciderà a centrocampo. Sembra tanto una frase fatta del calcio che fu e, invece, è il brocardo che può valere una finale mondiale. Ancora oggi, 11 luglio 2018, nel calcio delle barriere abbattute e delle tradizioni superate: che tocchi a Inghilterra o Croazia, in fondo, appare quasi secondario.