Iscriviti alla newsletter: scopri tutte le storie di Undici!

Campioni con merito

Le ragioni che hanno segnato la vittoria della Francia ai Mondiali.

di Francesco Paolo Giordano

Condividi su Facebook Condividi su Twitter Invia una e-mail

Chiedetevi se questo Mondiale vi ha fatto divertire. Io credo di sì. C’entra il proliferare di scenari insoliti – la Croazia finalista, il Belgio che elimina il Brasile, la Germania che le prende dalla Corea del Sud – ma, nel complesso, non penso che il livello del gioco sia stato basso. Anzi, mi è parso di cogliere un innalzamento qualitativo generale rispetto all’ultimo Mondiale – al netto del fatto che le squadre che più avrebbero dovuto affascinarci con il loro gioco, come Spagna e Germania, si siano riscoperte improvvisamente incapaci di farlo. E, però, ha vinto la Francia, dopo una finale che ha mostrato tutti i limiti della Nazionale di Deschamps. Una squadra che ha pensato più a distruggere il gioco altrui che creare il proprio. Una squadra che i belgi, dopo l’eliminazione in semifinale, hanno spernacchiato senza pietà: «Preferisco perdere con il Belgio che vincere con la Francia», ha detto lapidario Hazard, riferendosi alla mancanza di “stile” del gioco dei Bleus.

Ok: la Francia campione del mondo non gioca bene e lo sapevamo da tempo. Lo sapevamo ben prima del Mondiale, e ne abbiamo avuto conferme a competizione in corso. «Deschamps può lavorare con una straordinaria generazione di talenti, eppure la sua Francia non brilla», scriveva qualche giorno fa Simone Torricini. Nei primi 45 minuti della finale contro la Croazia abbiamo assistito alla peggior Francia del Mondiale: mentre i croati hanno subito impostato la partita ad alta intensità, andando ad aggredire alti e costruendo il gioco, i Bleus faticavano a saltare la pressione avversaria ed esplodere le loro qualità. Hanno indubbiamente avuto fortuna nel chiudere il primo tempo in vantaggio, nonostante i 7 tiri della squadra di Dalic contro l’unico francese – il calcio di rigore di Griezmann. Ma che la Francia non facesse divertire – il paradosso cui ci riferivamo prima – è storia vecchia: io stesso ho faticato a tenere gli occhi aperti in occasione di Francia-Australia o Francia-Perù – con Danimarca-Francia, invece, proprio non ce l’ho fatta. Premesso questo, e ben consapevoli che non stiamo parlando di un concorso di bellezza, la Nazionale francese ha meritato di vincere il Mondiale.

Con questo non voglio esprimere una preferenza sul tipo di calcio espresso, ma mettere in fila le ragioni che legittimano il successo della Nazionale di Deschamps. Raramente, in un Mondiale, una competizione di così breve durata, dove il corso degli eventi è volatile come in nessun altro torneo, dove la cura dei dettagli è mostruosamente importante – sbagli una diagonale difensiva e ti buttano fuori – si è vista una squadra così immune alle complicazioni. La Francia è sembrata una squadra di club, non una Nazionale: solida difensivamente, dinamica e incredibilmente capace di aiutarsi l’un con l’altro, compatta, le linee impossibili da spezzare, tremenda nel ripartire. Una commistione di elementi dannatamente complicata da raggiungere nell’arco di una stagione, figurarsi in qualche settimana.

Perché Griezmann ha giocato lontano dall’area di rigore? Deschamps ha preferito utilizzare la sua tecnica nel vivo dell’azione: il giocatore dell’Atlético è il cervello a cui consegnare il pallone per la ripartenza verticale – notare il modo organico in cui la Francia si distende una volta recuperato il possesso (credits video Futbol y Pizarron)

Anche contro la Croazia, la partita in cui la Francia ha tremato di più, si possono decifrare i codici del loro successo. La Nazionale balcanica ha giocato la miglior partita possibile, cogliendo di sorpresa gli uomini di Deschamps: non giocando con prudenza, prefigurando un’eterna partita a scacchi, ma cercando di far subito male. E nonostante a tratti sembrasse che i Bleus fossero persino incapaci di uscire dalla loro metà campo, la Francia non ha mai dato l’impressione di capitolare. Appena i francesi hanno accelerato, invece, si è consumata la sconfitta della Croazia: in sei minuti la partita è finita. E questo clamoroso controllo della gara, che si è visto durante tutto il Mondiale dei transalpini – sei vittorie su sette, mai fatto ricorso ai supplementari, più alto numero di clean sheets collezionate – ha segnato la loro superiorità rispetto alla concorrenza.

Non si può dire che non sia stato un piccolo capolavoro di Deschamps. Il suo merito maggiore è stato quello di essere pragmatico: laddove altri allenatori percorrevano invano vecchi sentieri ormai impraticabili – Hierro e Löw – o erano maggiormente preoccupati di come far esaltare i loro giocatori più rappresentativi – Sampaoli, ma anche Tite –, il ct francese ha sacrificato qualsiasi cruccio estetico o formale in nome della concretezza. Il ruolo chiave di Griezmann, a scapito di qualche gol, o Giroud al posto del più appariscente Dembélé, sono aspetti che rispondono agli stessi dettami: tutto in funzione di un sistema di squadra. Ma Deschamps non ha peccato affatto di rigidità. Basta guardare il Mondiale di Mbappé: l’unico a cui è stata concessa una certa libertà tattica. Fuori dagli automatismi di Emery, e riportato ai giorni “spensierati” di Montecarlo, il 19enne è stato a dir poco impressionante.

Uno dei segreti della Francia: Griezmann e Giroud hanno un ruolo fondamentale nella riconquista del pallone (credits video Futbol y Pizarron)

La Francia è stata poi la squadra che più è migliorata di partita in partita. Detto di un girone conquistato con il minimo sforzo – del resto, non serviva di più –, dagli ottavi in poi i Bleus sono saliti di livello, in relazione alla forza crescente dei propri avversari. Facendo appello anche a risorse mentali: trovate un’altra squadra, a 40 minuti dall’eliminazione, che segna tre gol in rapida successione come la Francia ha fatto contro l’Argentina. Come fosse la cosa più normale del mondo. A Uruguay, Belgio e Croazia, poi, è stato riservato lo stesso trattamento: la Francia ha atteso, ha soppesato il pericolo, e poi ha colpito. E, dopo il vantaggio, ha sempre avuto il controllo della situazione senza dare mai l’impressione di andare in difficoltà. Il Belgio, miglior attacco del torneo, che viaggiava a quasi 16 tiri di media a partita, ha tirato solo nove volte contro i francesi. Lo stesso Hazard, prima caustico, ha poi ammesso: «Conoscevamo la Francia di Deschamps. Ma non siamo stati in grado di trovare la scintilla per segnare. Quando loro hanno segnato, è diventata davvero dura. Abbiamo avuto di fronte una squadra più forte».

Chiaramente non tutto va ridotto a una clamorosa efficacia difensiva. Dobbiamo riconoscere un ingrediente di spettacolo in questa Francia: quando scappano in avanti nelle transizioni offensive. Il quarto gol contro l’Argentina è forse il caso più calzante: non appena Matuidi supera la linea di centrocampo, Griezmann, Giroud e Mbappé sono già partiti a gran velocità. Si crea così una situazione di superiorità numerica per i francesi, facilitata dal movimento di Giroud che su di sé attira su due difensori. Quando l’attaccante del Chelsea riceve palla da Matuidi, di tocco serve immediatamente Mbappé, che prende alle spalle gli avversari ed è libero di battere a rete. A quella velocità, non c’è nulla di facile. Né di spontaneo: come ha scritto Alfonso Fasano su Undici, «un modello di gioco diretto può essere anche sistemico e quindi iper-organizzato, non va banalizzato secondo la vecchia improvvisazione della combo difesa-e-contropiede, piuttosto secondo criteri moderni per cui la transizione positiva è legata a strutture difensive e connessioni preparate in allenamento, che tendono ad esaltare il talento individuale dei calciatori offensivi in campo aperto». La Francia in sintesi. Ancora nel gol contro l’Argentina, guardatevi la corsa di Lucas Hernández, sulla sinistra. Non viene mai servito, né visto dai compagni: ma lui scatta lo stesso perché il sistema di squadra lo prevede.

Il quarto gol contro l’Argentina

Fasano tocca anche un altro tema rilevante. Il sistema della Francia ha avuto il merito di esaltare l’utilità dei calciatori. Forse non la spettacolarità, ma l’utilità sì: che è meglio. Un Pogba così dominante a Manchester non si è mai visto, nonostante giocasse in una posizione molto diversa da quella che preferisce: nel centrocampo a due, eppure ha giganteggiato per tutto il campo (nel quarto minuto di recupero contro la Croazia, in venti secondi, è passato dal ciccare il pallone del 5-2 a chiudere una pericolosa azione croata). Kanté andava a una media di 3 intercetti a partita, rendendo micidiale il tipo di gioco pensato da Deschamps. Griezmann non ha segnato molto – quattro gol di cui tre rigori e un regalo di Muslera – ma volete mettere l’importanza nella transizione offensiva? Lui era l’uomo deputato a raccogliere il pallone appena conquistato e a mettere in movimento gli uomini davanti. Perciò era più funzionale in quella posizione che in area di rigore. E in area c’era Giroud, che di gol non ne ha fatti proprio. Ma quanto era importante pure lui, tra ripiegamenti difensivi e lavoro di sponda per creare gli spazi? Deschamps ci ha messo solo 90 minuti per capirlo, e per confezionare una macchina perfetta.

L’organico della Francia potrebbe anche essere considerato il migliore, e il più completo, tra quelli che hanno partecipato al Mondiale: ma sarebbe comunque un’affermazione perentoria, e rischiosa. Piuttosto, è stata la squadra che meglio ha fatto emergere le qualità al suo interno: quelle che all’inizio sembravano solamente brutte partite, in realtà si sono rivelate prove generali per il trionfo. Non sappiamo se, con un tipo di calcio diverso, la Francia avrebbe comunque vinto il Mondiale: forse sì, forse no. Ma il modo che ha scelto è stato assolutamente indovinato, perché resistente a qualsiasi avversario, perché impermeabile al benché minimo passaggio a vuoto, perché capace di trasformare la massa di talento in un sistema funzionante. Complimenti, Francia.