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L’occasione di Niko Kovac

Un tecnico emergente per il Bayern Monaco, che ha convinto con la sua filosofia di gioco alla guida dell'Eintracht.

Di Jacopo Azzolini

L’annuncio di Niko Kovac come prossimo allenatore del Bayern Monaco ha generato parecchia sorpresa in tutta Europa. Ci si aspettava, infatti, nomi ben più altisonanti, che fossero tecnici blasonati o  “laptop trainer” famosi e mediatici, come per esempio Nagelsmann. In realtà, per quanto poco noto a chi segue meno la Bundesliga, il tecnico croato era già da tempo visto come una delle figure più valide e credibili del panorama calcistico tedesco, alla luce dei risultati ottenuti con l’Eintracht, dove è stato chiamato dai tifosi “Il Salvatore” (Der retter).

Arrivato a Francoforte nel marzo 2016 al posto di Armin Veh, ha condotto a un’impensabile salvezza una squadra che pareva ormai spacciata, vincendo il playoff contro il Norimberga. Nei due anni successivi, ha guidato l’Eintracht alle stagioni migliori dell’ultimo quindicennio, centrando due finali di Dfb-Pokal consecutive (una vinta per 3-1 contro il Bayern Monaco) e lottando, nel 2017/18, addirittura per un posto in Champions League. Risultati che a Francoforte non si vedevano dai primissimi anni ’90, quando le Aquile erano presenza fissa in Coppa Uefa e lottavano persino per il titolo.

Fiducia e comunicazione

Nonostante la nazionalità croata, è bene specificare che vita e carriera di Niko Kovac hanno una forma quasi esclusivamente tedesca. Nato a Berlino nel quartiere multietnico di Wedding da immigrati originari di Livno, ha giocato e vissuto in Germania praticamente per tutta la sua carriera, e ciò si riflette nella sua personalità: «Io impersono le tipiche caratteristiche dei tedeschi, come organizzazione, disciplina e razionalizzazione del talento. La mia mentalità è tedesca e improntata alla razionalità, anche se l’impulsività e l’emotività dei croati non sono così lontane da me».

Quando parla, l’ex centrocampista dà una forte importanza ai valori di rapporto umano, forse anche di più rispetto a quelli tattici. D’altronde, le doti di competenza sociale si rivelano determinanti se si sceglie di allenare l’Eintracht Francoforte, una rosa che nel 2017/18 aveva giocatori provenienti da ben 18 paesi diversi. È quindi necessaria una comunicazione più che efficiente, con Kovac che si è adoperato molto per migliorarsi: «Ho frequentato un corso di formazione presso la Federazione calcistica tedesca, che includeva comunicazione interculturale. Come allenatore, voglio sapere se posso rispondere al meglio a ognuno dei miei giocatori. Devi conoscere le culture e le loro peculiarità. Per esempio, rispetto ad un tedesco, un giapponese ha bisogno della conversazione a quattr’occhi, è meglio non rimproverarlo davanti a tutti. Spesso cerchiamo di trattare tutti allo stesso modo, ma questo è fondamentalmente sbagliato. Non siamo tutti uguali».

Kovac prova a portare i suoi valori personali nel calcio: molto cattolico e cresciuto in una realtà non semplice, crede che integrazione e solidarietà debbano essere fattori alla base dell’intero movimento. Insomma, un tecnico che ricerca come prima cosa lo spirito giusto da tutto il collettivo, col fine di creare grande affiatamento e unità di intenti da parte di tutta la squadra. Addirittura vede i calciatori come suoi amici, con fiducia e comunicazione che diventano gli aspetti più importanti dei contesti in cui va ad allenare. Un tecnico che fa di tutto per creare un ambiente positivo affinché i suoi ragazzi possano esprimersi al meglio: «Il calcio sta al centro di tutto, ma è fondamentale che l’ambiente che circonda i ragazzi sia buono. Se è così, si possono risolvere i problemi tattici e tecnici che una formazione affronta nel corso della stagione».

Possesso prolungato da dietro

Flessibile dal punto di vista tattico, nell’ultima stagione Kovac è virato sulla difesa a 3, oscillando da un unico metodista (3-1-4-2) al doble pivote (3-4-1-2). L’avvio dell’azione dell’Eintracht è sostanzialmente rimasto sempre il medesimo, e spettava al rombo arretrato formato dai tre difensori più il centrocampista, col resto della squadra molto alta per aumentare la presenza offensiva nella metà campo rivale. Quando si incontravano avversari che aggredivano la prima costruzione, lo scaglionamento non cambiava molto, visto che i centrocampisti e trequartisti non arretravano la posizione.

Più o meno la formazione standard, con l’eccezione di Hasebe spostato dalla difesa al centrocampo. Da notare l’altezza degli esterni e l’elevata densità offensiva

Con gli attaccanti rivali che solitamente si occupavano di schermare il mediano, nel suo Eintracht i tre difensori avevano quindi i compiti principali nel primo possesso effettuando un giro palla molto paziente nel tentativo di trovare varchi. Tant’è che, tra i giocatori con più di 15 presenze, sono stati proprio i difensori (Abaraham, Salcedo, Falette e Hasebe) quelli con più passaggi a gara, in media 10 in più rispetto al primo centrocampista (De Guzmàn). Di conseguenza, se l’avversario chiudeva bene gli spazi, si assisteva in ogni partita a situazioni molto ripetitive, con continui scambi orizzontali prima di cercare la verticalizzazione. Avvenivano molti lanci lungi nel tentativo di superare le linee di pressione, soprattutto per sfruttare le doti fisiche di Haller, nel tentativo di consolidare il possesso nella trequarti rivale e utilizzare sistemi di gegenpressing per prevalere nelle palle contese.

Lunga fase di possesso arretrato tra i difensori che si conclude con un lancio alla ricerca delle punte. Situazione canonica nelle partite dell’Eintracht

Insomma,  una squadra che non aveva problemi a rendersi pericolosa negli ultimi metri: tra attaccanti, mezze punte ed esterni, c’erano buone qualità, si vedevano così ottimi spunti e combinazioni tra gli interpreti. Piuttosto, faticava in concreto ad arrivare in modo pulito nella trequarti rivale, nella risalita si dipendeva troppo dalla capacità di prevalere fisicamente sulle seconde palle dai lanci lunghi da dietro, mancando una vera struttura di attacco posizionale.

Pressing sugli esterni

È soprattutto la tenuta difensiva che ha determinato gli ottimi risultati di Kovac, tra le migliori retroguardie della Bundesliga. In fase di non possesso, si componeva in maniera abbastanza chiaro un 5-2-1-2/5-3-2: come succede a molti club tedeschi, neanche l’Eintracht aggrediva molto alto, con anzi la retroguardia piuttosto bassa nel tentativo di negare la profondità.

C’era un momento ben preciso in cui il pressing dell’Eintracht saliva d’intensità e portava anche a tentativi di alzare – in termini di baricentro – i meccanismi di aggressione. Ossia quando l’avversario, trovandosi il centro coperto, allargava il gioco sulle corsie esterne. A quel punto, si crea un’elevata densità in zona palla, con un po’ tutti i giocatori (indipendentemente dal reparto) che andavano ad aggredire sul lato forte.

L’Hannover prova a sviluppare l’azione a destra, De Guzmàn si stacca quindi dal centrocampo per andare ad aggredire il difensore

Era soprattutto l’efficienza nella riconquista che determinava la pericolosità e la verticalità dell’Eintracht Francoforte, visto che quando recuperavano il pallone si cercava di arrivare con velocità nella porta rivale, sfruttando le capacità dei propri giocatori di attaccare in spazi lunghi Si trattava di una squadra con meccanismi di aggressione molto organizzati, perché da questi si basava buona parte delle azioni d’attacco.

L’Eintracht recupera palla sulla destra e mette l’uomo davanti al portiere in pochi secondi

Dopo Ancelotti, Niko Kovac è un cambio di filosofia ancora più drastico rispetto a Guardiola, col Bayern che ha scelto di puntare su un tecnico che, per quanto emergente e innovativo, è di stampo tedesco in tutto e per tutto. Rispetto alle difficoltà nei rapporti umani avuti da Ancelotti, ci sono meno dubbi su Kovac: è un tecnico con grande personalità, diretto e onesto con i giocatori. Inoltre, è già stato (da giocatore) a Monaco, quindi conosce l’ambiente, un qualcosa da non sottovalutare per come ragiona la società bavarese.

Dal punto di vista tattico, c’è curiosità: per quanto nel complesso abbia fatto un lavoro eccelso a Francoforte, la sua squadra ha incarnato le caratteristiche di buona parte della Bundesliga attuale. Ossia, un calcio molto reattivo, con un giro palla elementare e ben poche soluzioni palla al piede, rendendosi pericolosi principalmente nelle (ottime) fasi di transizione. Nel gestire una rosa dal simile talento come quella del Bayern, l’ex tecnico della Croazia dovrà dimostrare di essere adatto ad allenare dei fuoriclasse, cercando di compiere un importante step nello sviluppo dell’azione e nell’attacco posizionale per valorizzare i vari campioni bavaresi. Nel suo esordio in Supercoppa (sonante 5-0 contro il “suo” Eintracht) si sono visti diversi principi del suo calcio: 4-3-3 con svuotamento del centrocampo, tanta presenza offensiva alle spalle delle linee di pressione e parecchia responsabilità ai centrali difensivi nella prima costruzione, molta di più rispetto al vertice basso (Javi Martinez).

Probabilmente, la responsabilità maggiore sarà quella di dare continuità al ricambio generazionale in atto, coi vari Gnabry, Sule, Coman, Kimmich, Tolisso e Goretzka chiamati sostituire i precedenti pilastri. Sotto questo punto di vista, quindi, Kovac si trova in un importante momento di transizione per il Bayern Monaco. Il tecnico croato sembra essere consapevole dei suoi compiti, tant’è che nella conferenza di presentazione si è concentrato sul lavoro da fare sul singolo: «Il mio obiettivo è migliorare ogni giocatore, sia tatticamente che tecnicamente. Se miglioriamo in ogni area, avremo la possibilità di vincere trofei».