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Qual è il posto di Dybala?

Proviamo a risolvere la grande domanda della nuova Juventus.

Di Claudio Pellecchia

Lo scorso marzo, in occasione delle amichevoli con Italia e Spagna in preparazione di un Mondiale che si sarebbe poi rivelato disastroso per ben altri motivi, Jorge Sampaoli fotografò perfettamente la situazione attuale di Paulo Dybala: «Paulo è un giocatore che grazie alla sua anarchia genera molti punti per la sua squadra e lo ha portato ad essere una delle figure importanti del calcio mondiale. Pensavamo che Dybala fosse uno dei migliori giocatori dell’Argentina. Poi però c’è stato qualche problema. O noi non lo abbiamo saputo valorizzare al meglio o lui non si è saputo adattare alla nostra idea di calcio, che è totalmente differente rispetto a quella della Juventus».

Ruolo, compiti e posizione in campo della “Joya”, in effetti, sono il primo grande rebus della Juventus di inizio 2018/19, quella che sta ancora cercando il modo di «servire meglio» (Allegri dixit) Cristiano Ronaldo: e se fino all’avvento del 4-3-3 nella seconda parte della passata stagione la centralità del numero 10 non era assolutamente messa in discussione, la ricerca dei nuovi equilibri offensivi sta portando a una rivalutazione di gerarchie e priorità. Gli ultimi mesi hanno dimostrato come il rendimento e la capacità di Dybala di essere decisivo non dipendono esclusivamente dal suo essere schierato più o meno vicino alla porta avversaria, ma anche dalla sua capacità ad adattarsi in ruoli che richiedono una rimodulazione delle sue caratteristiche di base. E questo al netto dell’ampia libertà di movimento che il tecnico livornese gli ha ripetutamente accordato, spesso derogando ad alcuni dei suoi principi tattici.

 

Le heatmap di Dybala riferite alle gare contro Frosinone (a sinistra) e Bologna (a destra) raccontano di come il ruolo e/o la posizione di partenza del 10 bianconero siano essenzialmente un problema più narrativo che tecnico: che venga schierato nominalmente da esterno atipico con licenza di accentrarsi o da seconda punta pura, la zona di influenza risulta pressoché identica. A cambiare è la ricettività alle contingenze richieste dalla partita e la capacità di farsi coinvolgere nello sviluppo della manovra: con i ciociari i tocchi sono stati 85, contro i felsinei ben 16 in più. Una circostanza che il diretto interessato ha spiegato così: «A volte il mister mi chiede di abbassarmi per fare da raccordo con il centrocampo. Dipende dalle partite: con le squadre che si chiudono molto è difficile ricevere palla tra le linee».

L’analisi non può che partire da un presupposto: pur essendosi (ri)scoperto un essenziale riferimento tra le linee in fase di raccordo tra centrocampo e attacco (dettaglio non trascurabile per una squadra che, fino a poco tempo fa, faceva molta fatica a risalire il campo tanto per vie centrali che sugli esterni), Dybala non è un rifinitore nel vero senso della parola. Non è una questione di caratteristiche tecniche o fisiche, ma di letture degli spazi, tempi della giocata e propensione alla verticalità della stessa (quella, per intenderci, che uno come Bernardeschi ha dimostrato di avere fin da subito) che non sembrano appartenere al bagaglio tecnico del giocatore di Laguna Larga, pur se con qualche significativa eccezione come in occasione della rete di Higuain contro il Napoli al San Paolo di quasi un anno fa. E gli appena 12 assist (di cui nessuno in Champions League) a referto dal 2016/17 costituiscono un parametro abbastanza indicativo in tal senso, ben più del break che è valso il 2-1 di Mandzukic nel big match dello Stadium: la palla che Ronaldo scaglia sul palo alla destra di Ospina nasce da un contrasto vinto piuttosto che da un passaggio effettuato nei modi e nei tempi giusti.

Questa azione, estrapolata dall’ultima finale di Coppa Italia contro il Milan, è la perfetta rappresentazione di come Dybala non possa essere considerato un trequartista a tutti gli effetti. Dopo aver preso palla sulla trequarti offensiva e aver saltato un primo avversario, c’è una frazione di secondo in cui potrebbe premiare il movimento di Mandzukic alle spalle dell’ultimo difensore: la scelta, invece, è quella di spezzare il raddoppio e cercare una conclusione da quasi trenta metri che risulta pericolosa grazie alle sue qualità balistiche fuori dalla norma. Concettualmente, quindi, Dybala ragiona quasi esclusivamente in funzione di preparazione del proprio tiro piuttosto che di quello altrui, a prescindere da ciò che gli oppone la difesa avversaria nella singola circostanza.

 Il discorso cambia se il suo apporto viene valutato in chiave di “facilitatore” della prima costruzione, soprattutto in situazioni di palla in uscita dopo il recupero della stessa: in questo caso le sue qualità tecniche nello stretto e la capacità di difesa del pallone spalle alla porta permettono alla Juventus di saltare efficacemente la prima linea di pressione avversaria e creare situazioni di superiorità numerica in transizione da sfruttare a piacimento.

Contro il Bologna la migliore azione della Juventus origina da un tocco di Dybala a premiare il movimento dentro il campo di Cuadrado, creando una situazione di sei contro quattro che solo l’errore nell’ultimo passaggio di Pjanic non permette di concretizzare.

Ancora in divenire, invece, la valutazione riguardante l’impiego da esterno offensivo di destra nel 4-3-3: se lo scorso gennaio scrivevamo che il momentaneo accantonamento del ruolo dipendeva dall’«assenza di un terzino alla Dani Alves che faciliti lo scambio e la creazione della superiorità numerica e posizionale pur in situazioni di sovraccarico della zona palla», attualmente nemmeno l’arrivo di Joao Cancelo sembra aver accelerato l’implementazione di quel movimento a tagliare con maggior frequenza verso l’interno del campo, per garantirsi una giocata fronte porta che alterni la possibilità di un comoda conclusione “non raddoppiabile” e quella di premiare l’inserimento/sovrapposizione dell’esterno portoghese. Contro il Sassuolo, nella prima e unica volta in cui Dybala e Cancelo hanno agito come vertici bassi del triangolo della catena di destra completata da Khedira, l’argentino è riuscito a rendersi pericoloso soltanto nelle occasioni in cui ha potuto accentrarsi, in situazioni di potenziale superiorità numerica generate dall’uscita della palla dalla difesa con avversari sbilanciati:

Quest’azione contro il Sassuolo, che Dybala inizia e Cancelo rifinisce, rappresenta l’unica connection tra i due in una gara in cui l’ennesimo tentativo di Allegri di ritagliare per l’ex Palermo quel ruolo di esterno à la Messi pre Valverde è fallito.

Una soluzione potrebbe essere rappresentata dal contestuale impiego di Douglas Costa sul lato opposto o dalla riconfigurazione del trio di centrocampo in termini di uomini, scaglionamenti e compiti in modo da sollevare Dybala da eccessive incombenze creative, ma al momento la rinuncia a due mezzali di corsa e inserimento (e non di costruzione) ai lati di Pjanic, così come alla fisicità di Mario Mandzukic sul versante sinistro rappresentano ipotesi difficilmente attuabili a medio termine.

Il focus deve, perciò, spostarsi sul suo essere (seconda) punta, in un modo nuovo rispetto al recente passato. Se fino a oggi Dybala è stato un giocatore maggiormente incline a sfruttare il lavoro del compagno di reparto più che a facilitarlo nella stoccata a rete, l’arrivo di CR7 impone un deciso cambio di paradigma e di movimenti. Non c’è più un Higuain che, in assenza di altri riferimenti credibili sulla trequarti, si sobbarca un lavoro di cucitura gravoso e particolarmente dispendioso a livello fisico e mentale, così come non c’è più un Mandzukic che fa a sportellate con i centrali avversari per favorire l’attacco delle seconde palle e l’inserimento dal lato debole: Ronaldo è un giocatore che, nella seconda fase di carriera, ha imparato ad attaccare ossessivamente la profondità per scardinare le rotazioni difensive altrui e mettersi nelle condizioni ideali per la sua nuova veste di uomo d’area (per quanto in questa prima parte della sua esperienza bianconera abbia ripreso a svariare sul fronte offensivo anche in ampiezza), in ossequio a una sapiente gestione delle energie. In un contesto simile Dybala deve imparare a stare più vicino al portoghese in modo da far valere le sue doti di stoccatore sfruttando i varchi aperti da un compagno raddoppiato se non addirittura triplicato, evitando quanto accaduto alla prima giornata a Verona contro il Chievo: in quell’occasione, con la squadra schierata con il 4-2-3-1, l’assenza di collegamenti tra i reparti lo ha costretto nuovamente ad assecondare l’inclinazione ad abbassarsi per cucire il gioco, con tutti i pro e i contro di cui sopra.

E se è vero che toccherà ad Allegri (ri)collocare degnamente uno dei giocatori di maggior talento a sua disposizione per aiutarlo a compiere l’ultimo e decisivo step – «Non sono d’accordo con la filosofia secondo cui chi vince è un bravo allenatore. Per me ha a che vedere con quello che resta negli anni, con l’eredità che si lascia, il modo in cui si migliorano i calciatori», disse Pochettino qualche tempo fa a Undici – è altrettanto vero che spetta anche a Dybala mettersi in condizione di diventare il top player che ha già dimostrato di poter essere. Lasciando da parte moduli, ruoli e interpretazioni degli stessi.

 

Immagini Getty Images