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Shakhtar do Brasil

La storia di un legame di lunga data tra il club di Donetsk e i giocatori verdeoro.

Di Federico Raso

Il sinistro potente e preciso di Maycon, oltre ad aver salvato l’esordio stagionale dello Shakhtar Donetsk in Champions League, ha espresso in modo efficace un concetto importante sullo stato di salute della squadra più forte d’Ucraina: anche in un terreno lontano da casa, inaridito dalle difficoltà e probabilmente meno fertile che in passato, continua a germogliare talento. Soltanto pochi mesi fa, Micheal Yokhin si chiedeva su ESPN se Dodô – un giovane terzino pescato dal Coritiba, oggi in prestito in Portogallo – sarebbe passato alla storia come l’ultimo dei ventinove brasiliani che durante il regno di Rinat Akhmetov hanno fatto le fortune dello Shakhtar. Le motivazioni si articolavano tutte a partire da un’unica grande causa: la guerra del Donbass, che aveva costretto la squadra a strappare le proprie radici dalla regione di cui era simbolo. Indubbiamente, il conflitto innescato dai separatisti filorussi ha ridimensionato la parabola dello Shakhtar sotto diversi aspetti, ma non è riuscito a cancellare quello che ormai è un tratto fondante dell’identità del club: l’imprevedibilità e il talento della sua componente brasiliana.

Shakhtar do Brasil

Quando Rinat Akhmetov diventò presidente dello Shakhtar Donetsk, nel 1996, l’Urss non esisteva più e in breve tempo anche i retaggi calcistici di epoca sovietica sarebbero stati spazzati via. Lo storico dominio della Dinamo Kiev si scontrò con l’ambizione del più potente e controverso oligarca d’Ucraina di spostare nel Donbass l’epicentro del calcio nazionale. I suoi investimenti, sia sulla rosa che sulle strutture, valsero ai minatori il primo campionato vinto della loro storia, nella stagione 2001/02. L’anno seguente, arrivò anche il primo brasiliano, Brandão dall’Iraty. Un colpo riuscito, dato che il centravanti sarebbe rimasto in Ucraina abbastanza a lungo da vincere un’Europa League, ma ancora un’intuizione singola, slegata dal sistema che avrebbe cambiato lo Shakhtar. In quegli anni Franck Henouda, un ex professionista del settore turistico, aveva dirottato i propri interessi sul calcio, curando da intermediario diversi trasferimenti di calciatori brasiliani. Il primo, nel 1998, fu quello di Claudio Taffarel al Galatasaray, un viatico per l’ingresso in Turchia di molti giocatori verdeoro come Bruno Quadros, Marcio Mixirica e Mario Jardel: la collaborazione tra Henouda e Galatasaray toccò il proprio apice durante la gestione di Mircea Lucescu. Sul Bosforo, si posero le basi dello Shakhtar dei brasiliani: nel 2004, quando l’allenatore rumeno, dopo altre due stagioni in Turchia al Beşiktaş, decise di accettare la proposta di Akhmetov, portò con sé Henouda e la sua straordinaria conoscenza del mercato del futebol. Da quel momento in avanti, acquistare talenti brasiliani non fu più una contingenza da ricco club dell’est-Europa, ma una strategia di crescita costruita in ogni suo dettaglio.

Il primo ostacolo da affrontare fu ambientale, ovvero convincere i brasiliani a spostarsi nel Donbass: «All’inizio è stato difficile, ci è servito tempo per spiegare ai giocatori il progetto, la filosofia del club e il campionato locale», ha detto Henouda in un’intervista rilasciata a Footballski.fr. «Molti di loro avevano paura di perdersi in Ucraina e di essere dimenticati facilmente». I vantaggi economici di giocare nello Shakhtar e il continuo adeguamento del contesto ad atleti internazionali migliorarono in parte la situazione: «Non conoscevo la squadra. Una volta arrivato vidi che le strutture non erano molto buone, mancava organizzazione», ha raccontanto a Terra Jádson che, insieme a Matuzalém ed Elano, è stato la prima scommessa di Henouda sul mercato verdeoro. «Oggi, invece è una delle migliori strutture del mondo, dal centro di allenamento, di fisioterapia, ai medici. Qui c’è tutto». Bastò pochissimo tempo perché il progetto iniziasse a essere percepito anche a livello mediatico, da altri giocatori e, di conseguenza, diventasse identità: Fernandinho, il colpo più importante del seguente mercato estivo dello Shakhtar, dichiarò all’Indipendent di aver accettato il trasferimento spinto dalla prospettiva di iniziare una brillante carriera europea e invogliato dalla presenza di diversi connazionali. Se ambientarsi allo stile di vita di un polo industriale di una fredda regione mineraria dell’est dell’Ucraina, per un ragazzo dell’altro capo del mondo, è un percorso tutt’altro che scontato, in campo tutto diventava facile molto più rapidamente, grazie a Mircea Lucescu.

L’ammirazione di Lucescu per il Brasile parte da lontano e arriva dritta fino a Donetsk, dove è lui stesso a convincere il presidente a puntare tutto sul progetto verdeoro. I talenti, pagati da Akhmetov e scovati da Henouda, venivano preparati al calcio europeo da Lucescu. «Lavorare con loro non è semplicissimo, hanno un’altra cultura e sono molto distanti da casa, infatti permetto loro di avere vicino amici e famiglia», ha spiegato ad Adevarul. «Vivono come in una colonia, e pur essendo 8-9 nella squadra si integrano benissimo». Lucescu parla cinque lingue, tra cui un discreto portoghese, che gli permette di non lasciare il fondamentale aspetto comunicativo totalmente in mano agli interpreti. In campo, però, sono stati i calciatori a imparare la sua lingua: «Non ho bisogno di piedi, ma di teste», ha detto, con una frase apparentemente paradossale per un tecnico che dalla metà campo in su compra sistematicamente in Brasile, ma in realtà riassumendo l’altro grande tratto del suo Shakhtar.

Il talento alla base del progetto dev’essere necessariamente sgrezzato e incanalato in un sistema tattico: per un giocatore, sottoporsi con successo a questo processo è il primo step superato per diventare un calciatore europeo. «Prima attaccavo molto di più, Lucescu ha cambiato il mio modo di giocare», ha detto sempre Jádson. «Fa sì che i giocatori corrano per lui, li tiene in mano». Fernandinho, arrivato dall’Atletico Paranaense come giocatore più offensivo, è stato impostato da cervello della squadra in mediana. Stessa sorte per Fred, il suo naturale erede, che prima di trovare posto a centrocampo ha ricoperto tutti i ruoli della fascia all’Internacional. Plasmando il talento e lasciandolo libero di agire in un sistema che ne esaltasse le caratteristiche, Lucescu ha vinto un’Europa League, culmine di un progetto che non si è mai fermato, e che ha saputo rigenerarsi con giocatori di alto livello come Alex Texeira, Taison, Douglas Costa, Fernando e lo stesso Fred. Fino all’estate 2014.

Guerra, esilio e identità

Il conflitto nel Donbass ha segnato un “prima” e un “dopo”, nella storia recente dello Shakhtar. Dal 2004, prima stagione di Lucescu, al 2014, anno in cui i separatisti filorussi hanno proclamato indipendente la Repubblica Popolare di Donetsk, i minatori hanno vinto sette campionati su nove; nel biennio successivo, la Dinamo Kiev è tornata al vertice del calcio ucraino.

Lo spartiacque corrisponde a una data e un avvenimento: il 19 luglio 2014 lo Shakhtar vola a Lione per giocare un’amichevole precampionato contro il club francese. Il conflitto era iniziato già da più di tre mesi, ma una sola settimana prima era stato abbattuto l’aereo MH17 della Malaysia Airlines, presumibilmente dai ribelli separatisti. Sei giocatori, i brasiliani Ismaily, Douglas Costa, Alex Teixeira, Fred e Dentinho, e l’argentino Facundo Ferreyra, si rifiutarono di tornare a Donetsk, facendo sapere di temere per la propria incolumità. Mircea Lucescu dichiarerà in più occasioni di sospettare il coinvolgimento del loro agente Kia Joorabchian, che avrebbe convinto i giocatori a non fare ritorno in Ucraina, con la speranza di vederli liberarsi dallo Shakhtar e trarre profitto dai loro trasferimenti verso nuove destinazioni. Alla fine, i brasiliani restarono, ma il club abbandonò la sua casa, iniziando a vagare in diversi stadi d’Ucraina: prima a Lviv, quasi a ridosso del confine polacco, poi a Kharkiv, nella casa del Metalist. In un anno, lo Shakhtar perse Fernando, Luiz Adriano, Douglas Costa e Alex Teixeira, senza rimpiazzarli.

«Ora dobbiamo ricominciare dai giovani. I brasiliani che sono rimasti sono professionisti, non vogliono andare via. Però, quello che prima facevo coi loro connazionali oggi cerco di farlo con gli ucraini», ha spiegato Lucescu a Bergamopost, nel settembre 2015. «Prima giocavamo davanti a 40mila tifosi, ora facciamo gare con 500 biglietti venduti. […] Mi rendo conto che i sudamericani non potranno giocare all’infinito in queste condizioni». Per “sudamericani”, si intendono giocatori come Taison, Marlos e Bernard, le ultime stelle dello Shakhtar errante, arrivati negli anni precedenti e rimasti perché meno appetibili sul mercato internazionale rispetto ai brasiliani già ceduti. In quel momento, gli ultimi due acquisti sudamericani effettuati da Akhmetov risalivano alla stagione 2014/15 ed erano Márcio Azeverdo e, appunto, Marlos: non a caso, due giocatori del Metalist Kharkiv, e quindi già in Ucraina da tempo. «Il presidente ha investito molto sulla regione, è difficile pensare che spenda milioni su giocatori dall’estero quando a casa servono aiuti umanitari», ha commentato nel gennaio 2016 Henouda, in un’intervista a Sambafoot, riferendosi alla totale assenza dello Shakhtar sul mercato brasiliano ed estero.

L’addio di Lucescu, demiurgo dei dodici anni più decisivi e vincenti dell’intera storia del club, lasciò intendere che il legame tra Donbass e Brasile, che già le contingenze del conflitto sembravano aver allentato, si sarebbe potuto indebolire ancor di più, ma l’arrivo di Paulo Fonseca come sostituto cambiò completamente questa prospettiva. La scelta di un allenatore audace, fautore di un calcio proattivo, verticale e tecnico, ma soprattutto di un portoghese (e quindi lusofono), sembrò dire molto su come Akhmetov avrebbe avuto intenzione di rigenerare la propria creatura. Con l’eredità e l’ombra di Lucescu alle spalle, una rosa depotenziata e senza vincere il campionato da due anni, Fonseca ha dominato il biennio successivo, reintepretando il peculiare mix di ordine e libertà che si produce nel Donbass da ormai quattordici anni.

Dopo l’arrivo di Dodô, che ha interrotto la scorsa stagione un periodo di tre anni senza brasiliani, quest’estate lo Shakhtar ha ripreso con decisione il discorso lasciato aperto prima dell’inizio della guerra civile: in Brasile sono stati comprati due attaccanti esterni classe ’99, Marquinhos Cipriano dal São Paulo e Fernando Pedro dal Palmeiras, già in gol in questo inizio di campionato ucraino. Insieme a loro, Maycon, il prossimo volante in linea di successione per il posto in mezzo al campo che è stato prima di Fernandinho e poi di Fred. Diversamente dagli altri nuovi acquisti, due giocatori arrivati con buone referenze ma zero esperienza tra i pro, l’ex Corinthians è un classe ’97 e, come fecero a suo tempo i vari Douglas Costa, Willian e Alex Teixeira, inizia la propria avventura europea da realtà affermata del campionato brasiliano. Con il suo gol all’esordio in Champions League, riprende la storia dello Shakhtar Donetsk; una storia che, almeno per ora, non può fare a meno del Brasile. Questão de identitade.