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La colonia messicana del Psv

Non solo Lozano, tra il Psv e i giocatori messicani c'è grande feeling.

Di Vincenzo Lacerenza

Lo scorso 15 settembre, subito dopo aver realizzato un gol da stropicciarsi gli occhi all’esordio in Eredivisie con la maglia del Psv, il messicano Érick Gutiérrez ha scelto un’esultanza singolare e per certi versi piuttosto rivelatrice, ma non sicuramente nuova. I tifosi tuzos del Pachuca, storicamente uno dei più floridi vivai del calcio messicano assieme all’Atlas e alle Chivas di Guadalajara, in cui entrambi sono cresciuti, sapevano bene cosa stava per succedere, come testimonia uno speciale della tv ufficiale del club hidalguense facilmente rintracciabile su You Tube: dopo avergli lanciato uno sguardo d’intesa una frazione di secondo prima, il Guti si è avvicinato al connazionale e amico Hirving Lozano, e insieme con un movimento ad arco delle braccia hanno fatto congiungere gli indici, come a volersi fondere in un’unica entità, riprendendo una delle mosse più celebri del manga giapponese Dragon Ball.

Non è un caso, tuttavia, che questo tipo di celebrazione a metà tra la rievocazione fanciullesca, la gioia bambina per un obiettivo appena raggiunto e una complicità naturale resa ancora più indistruttibile dalla lontananza della patria, si sia rivista ad Eindhoven, a quasi diecimila chilometri dalla Bella Airosa. Da oltre una decade, infatti, ancor più che l’Estádio do Dragão di Oporto, il Philips Stadion ha accolto gli esponenti di almeno due generazioni di calciatori messicani, diventando per loro una sorta di porto sicuro e allo stesso tempo trampolino di lancio ideale, lontano ma non poi così troppo dal calcio europeo di alto livello e perfetto anello di congiunzione tra la Liga MX e le 5 top league del Vecchio Continente: «Penso che non ci sia molta differenza tra il calcio messicano e quello olandese. Certo, si, quello olandese è comunque un fútbol di stampo europeo, più rapido, dove devi avere un’altra velocità nello sbarazzarti del pallone, però non vedo tutta questa differenza», ha assicurato il Chucky Lozano.

È come se, ad un certo punto, le esigenze del Psv, dominus in terra olandese da sempre molto attento ai mercati più esotici in prospettiva di ricche plusvalenze future, e quella dello specimen del futbolista messicano, trascurato fino a pochi anni fa da realtà di alto livello europee anche per colpe sue, si fossero venute incontro, finendo per combaciare quasi come gli indici nel Chuti, com’è stata ribattezzata dalla stampa messicana la creatura ovviamente immaginaria nata dalla fusione tra Lozano e Gutiérrez: essendo stata la prima società europea di un certo rango a riporre una fiducia piuttosto considerevole, per non dire totale, nei suoi confronti, in un certo senso, il Psv per il calciatore messicano ha rappresentato un antidoto naturale alla cosiddetta “sindrome del Jamaicón”, una sorta di saudade tutta messicana sperimentata per la prima volta dal “Jamaicón” José Villegas ai Mondiali di Svezia del 1958, offrendogli una via di fuga non troppo ripida, ma non per questo meno prestigiosa,  da quel famoso labirinto della solitudine di cui parlava Octavio Paz in una delle sue opere più celebri.

Gli apripista, nella seconda metà della prima decade del nuovo milennio, sono stati Carlos Salcido, icona delle Chivas di Guadalajara sbarcato ad Eindhoven subito dopo aver impressionato gli osservatori biancorossi ai mondiali tedeschi – diventando il secondo azteca a giocare in Eredivisie dopo Joaquín Alberto del Olmo (Vitesse) – e Francisco Maza Rodríguez, l’unico calciatore ad aver vinto il titolo con entrambe le grandi storiche della Liga MX (Club América e Chivas), venendo seguiti a ruota dal Principito Andrés Guardado, capitano in pectore del Tricolor dopo l’addio del Kaiser Rafa Márquez, e dall’ex meteora romanista Héctor Moreno, arrivato dopo due brevi tappe europee con Az Alkmaar ed Espanyol.

Business, relazioni e mercato

Ma la rotta Messico-Psv, e più in generale Paesi Bassi, percorsa in passato nella direzione inversa a livello manageriale e dirigenziale da icone come Johann Cruijff, Leo Beenhakker, Hans Westerhof  e Dennis Te Kloese, direttore generale di tutte le selezioni messicane, si è arroventata quando a condurre in prima persona il discorso, annusando l’affare, è stato Marco Garcés. Ex centrocampista di discreto livello con un fiuto innato per il business e un portfolio bello gonfio di contatti ai livelli più alti, Garcés ha svolto un ruolo cruciale nel trasferimento del Chicharito Javier Hernández dalle Chivas al Manchester United nel 2010, essendo buon amico di Jim Lawlor, uno dei capi dello scouting dei mancuniani, e da quando riveste l’incarico di direttore sportivo del Pachuca l’asse col Psv è balzato in vetta ai trend topic del mercato internazionale.

Solo un anno fa impacchettava il gioiellino Hirving Lozano e lo vendeva ai Boeren per una cifra superiore ai quindici milioni di euro, realizzando la cessione più remunerativa della storia del calcio messicano, ma soprattutto cambiando per certi versi la percezione di un sistema ostaggio delle proprie peculiarità e incapace di monetizzare al massimo l’esportazione del proprio talento: «Senza dubbio si tratta del trasferimento con le cifre più alte di tutta la storia del calcio messicano. Questo, in qualche modo, era una sorta di impegno che Jesús  Martínez (il patron del Pachuca, ndr) aveva con il Messico: d’ora in poi, forse, i calciatori messicani lasceranno la nostra terra in cambio di corrispettivi più elevati», gongolava Garcés, gonfiando il petto di fronte ai microfoni di Televisa, l’emittente più popolare del Paese ed una delle più importanti di tutta l’America Latina. E, nonostante abbia più volte scongiurato questa eventualità, quest’anno ha fatto lo stesso con la nuova stellina del Tricolor Érick Gutiérrez, diventato il sesto messicano a raggiungere Eindhoven negli ultimi dodici anni dopo Salcido, Rodríguez, Guardado, Moreno e Lozano, e annunciato al pubblico con una videochiamata live proprio del Chucky: «Abbiamo trattenuto una percentuale su una potenziale vendita futura», ci ha tenuto a precisare Garcés, tartassato di domande dalla stampa dopo l’incredibile dietrofront.

Non sarebbe strano se, proprio come quando consigliava l’acquisto del Chicharito Hernandez al Manchester United, Marco Garcés ci avesse visto lungo ancora una volta. Ma, comunque, a guadagnare più di tutti è stato il Psv, vincendo gran parte delle sue scommesse messicane e ritrovandosi in rosa un craque come Lozano, finito nel mirino di tutte le big europee dopo un Mondiale da assoluto protagonista nonostante il Messico abbia concluso come sempre la sua corsa agli ottavi di finale. Sole di un sistema di gioco a trazione decisamente anteriore, con gli altrettanto disequilibranti Bergwijn e Gastón Pereiro come compagni di scorrerie, Lozano la scorsa stagione agli ordini di Cocu ha segnato diciannove reti e servito undici assist entrando di diritto nel team dell’anno dell’Eredivisie, ma ha impiegato poco tempo anche per finire nelle grazie del nuovo allenatore, Mark Van Bommel, tornato nel Brabante Settentrionale dopo un’esperienza da vice sulla panchina dell’Australia: «È il nostro valore aggiunto», ha detto elogiandolo. Anzi, se vogliamo, con l’ex milanista al timone, che ha mantenuto il tradizionale 4-3-3 di Cocu dandogli però connotazioni più offensive e facendolo talvolta declinare in uno spregiudicato 4-2-3-1 come in occasione dell’ultimo Topper vinto 3-0 con l’Ajax, il Chucky, nel frattempo diventato il quinto messicano a scendere in campo in Champions League, ha finito per esaltarsi, cominciando il nuovo anno come meglio non avrebbe potuto: in sei partite di Eredivisie, per dire, Lozano ha trovato cinque gol, ma soprattutto ne ha realizzati due ai bielorussi del Bate Borisov nel playoff di Champions, riportando il Psv nell’Europa che conta dopo un anno di assoluta astinenza.