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L’anno dell’Atlético?

Un tempo era la difesa, ora c'è anche l'attacco. Simeone non ha mai avuto una squadra così forte.

Di Alessandro Cappelli

Una settimana eccezionale, con sette punti in tre partite, ha permesso all’Atlético Madrid di recuperare cinque punti sul Barcellona e tre sul Real Madrid. A inizio ottobre i colchoneros sono a due sole lunghezze dalla coppia di testa, nonché pienamente in corsa per la vittoria della Liga. Uno scenario non scontato appena un mese fa. Dopo l’esaltante vittoria a Tallin, in Supercoppa europea, contro i cugini del Real, l’Atleti era dipinto come potenziale candidato alla vittoria finale, tanto in campionato quanto in Champions. Ma dopo il primo trofeo stagionale le cose si sono complicate: cinque punti nelle prime quattro di Liga hanno fatto pensare che il primo grande obiettivo fosse già sfumato. Solo nell’ultima settimana i rojiblancos sono riusciti a sintonizzarsi sulle stesse frequenze della Supercoppa ritrovando le certezze perdute. La sensazione, dopo il primo ciclo di calendario fitto, con sfide ogni tre giorni, è che si sia trattato di un semplice periodo di rodaggio: il motore colchonero è tornato a girare al massimo.

In estate la formazione di Diego Pablo Simeone ha provato a rinnovarsi, a migliorare ancora, ad aggiungere senza sottrarre. Della squadra cinica e aggressiva degli ultimi anni ci sono ancora i tratti, ma è evidente l’idea di inserire qualcosa di nuovo, qualcosa che era già entrato nei meccanismi lo scorso agosto. Ne è una prova il gol del momentaneo vantaggio contro il Valencia, alla prima giornata: in pochi secondi si intravedono grandi qualità tecniche dei singoli, un’intesa naturale tra talenti che parlano la stessa lingua calcistica, un’idea dell’enorme potenziale d’attacco di questa squadra.

L’azione parte da dietro, con la difesa sulla linea di metà campo. Un lancio di Godín apre il campo, Juanfran riceve largo a destra, Diego Costa schiaccia la difesa avversaria scattando in verticale, Lemar rimane largo per minacciare il lato debole. Così Griemann ha lo spazio per ricevere tra le linee e premiare il movimento di Correa, che nominalmente fa l’esterno ma taglia sempre in zona centrale per cercare la rete.

Dal Mestalla in poi ci sono stati più bassi che alti sulle montagne russe dell’Atlético, ma quest’anno i colchoneros hanno qualche asso in più da giocare. Da quando Simeone siede su quella panchina (sette anni e mezzo, è il più longevo del campionato), dell’Atlético si sottolineano sempre l’attenzione alla fase difensiva, la garra, la cattiveria agonistica, e tutto ciò che ha contribuito a costruire la narrazione di una squadra guerriera, che affronta ogni partita con il coltello fra i denti. Tuttavia, con pazienza il Cholo ha aggiunto un pezzo alla volta, alla ricerca della formula giusta per competere con i due mostri del campionato spagnolo. Simeone potrebbe aver finalmente trovato l’assetto giusto. Potrebbe aver accorciato ulteriormente la distanza da Real Madrid e Barcellona, fino quasi ad annullarla – complici anche i problemi delle big di Spagna – grazie a un potenziale offensivo che ha raggiunto nuovi picchi.

Un primo passo verso l’acquisizione dello status di top club assoluto l’Atlético l’ha fatto mantenendo quasi per intero il nucleo della rosa che ha vinto l’Europa League lo scorso anno: è rimasto Oblak – uno dei migliori portieri in circolazione –, ha trattenuto il capitano Godin; sono rimasti i centrocampisti fatti in casa Saúl e Koke; è rimasto Diego Costa, tornato a gennaio. Ma, soprattutto, ha firmato il rinnovo di contratto Antoine Griezmann, vero demiurgo dell’attacco rojiblanco. In questo modo la dirigenza è riuscita a mantenere intatta la struttura di squadra, al di là delle inevitabili cessioni di Torres e di Gabi, e quella di Vrsaljko. Ma il merito dell’upgrade è anche – se non soprattutto – dei nuovi acquisti: Kalinic, Arias, Rodri, Lemar e Gelson Martins allungano la rosa colmando un deficit quantitativo che per anni è stato una componente decisiva in stagioni da 50-60 partite. Ma il discorso va ben oltre l’aspetto numerico: i nuovi arrivi sono tra i migliori interpreti possibili per questa squadra.

Per avere la misura del cambiamento in corso tra i colchoneros basta guardare il centrocampo (per seguire il vecchio adagio di Juanma Lillo, ex collaboratore di Sampaoli al Cile e a Siviglia, «dimmi con che mediano vai e ti dirò che squadra sei»). Il posto di Gabi è stato preso da Rodri. Già nel giro della Nazionale spagnola, Rodrigo Hernández Cascante è un centrocampista classe ‘96 con creatività e letture, in fase di costruzione, del tutto inedite nel ciclo di Simeone (quasi 96% di passaggi riusciti al Bernabéu). L’unico vero mediano di posizione in un reparto nel quale si alternerà/integrerà con i più dinamici e polivalenti Koke, Saúl, Thomas. Un giocatore che moltiplica le linee di passaggio è soprattutto un facilitatore per i compagni, proprio come Busquets nel Barcellona: il giocatore a cui somiglia di più. Per caratteristiche e influenza in fase di possesso, il primo a giovare della presenza di Rodri sarà lo stesso Simeone, che avrà un nuovo faro per illuminare il palleggio dei suoi.

A Rodri si aggiunge Lemar, un talento il cui modo di interpretare il calcio apre nuovi scenari e nuovi orizzonti a Simeone. Il francese al Monaco era libero di muoversi partendo dalla fascia sinistra. Una libertà che – con le dovute proporzioni e differenze – fino ad oggi è stata appannaggio del solo Griezmann, nell’Atlético. Schierato da esterno, Lemar ama andare verso il centro e avvicinarsi al pallone per associarsi con i compagni, per assecondare la sua tendenza a toccare palla fin da inizio azione, per valorizzare visione di gioco e qualità negli scambi stretti – che ha sviluppato a livello d’élite. Il periodo di adattamento sembra già concluso, ammesso che ci sia stato, eppure non era scontato che fosse facile. Diversamente da quel che accadeva al Monaco, Lemar non è più l’elemento chiave nel gioco della sua squadra e, più di quanto non accadesse nel Principato, gli viene richiesto un lavoro dispendioso in lunghe fasi di difesa posizionale. In termini di connessioni con i compagni, di ricerca di tracce interne o della linea di fondo, Lemar è il vero turbo per il sistema del Cholo.

In estate sarebbe arrivato anche uno specialista come Gelson Martins, un’ala con accelerazioni supersoniche, ma fin qui ha trovato poco spazio. Lo scarso minutaggio del portoghese di origini capoverdiane rientra in un discorso più ampio sull’utilizzo degli esterni da parte di Simeone, uno che in questi anni ha avuto esterni di altissimo livello: da Carrasco a Diego Ribas, da Arda Turan a Raúl García, il tecnico argentino ha saputo valorizzare tanto quelli che sanno puntare la linea di fondo, quanto quelli che entrano per vie centrali. Con un solo neo: non è riuscito ad averne più di uno per volta al top della condizione. Nelle ultime uscite l’Atlético ha schierato sempre falsi esterni in un 4-2-2-2 (Lemar, Correa, Saul o Koke), trovando la quadratura con questa disposizione. Inevitabilmente, nel corso della stagione tornerà ad aver bisogno di esterni “puri”. Allora la possibilità, per Simeone, di giostrare a piacimento un quartetto di esterni con Lemar e Correa come false ali, e Vitolo e Gelson per un gioco da ala vera, fa pensare a un potenziale che, in Liga, per varietà, qualità e compatibilità degli interpreti hanno assaporato solo Barça e Real Madrid.

Simeone si ritrova tra le mani un pacchetto di centrocampisti di primissimo livello e perfettamente integrato con il suo sistema di gioco. Eccolo, in concreto, l’upgrade colchonero. È il centrocampo a guidare la versione aggiornata e perfezionata dell’Atlético Madrid, quello che aggiunge la capacità di “fare la partita” con una gestione più ragionata del possesso (se si esclude la sfida con il Real Madrid, nelle ultime due settimane sempre oltre il 57% di possesso palla). Il cambiamento è evidente e i miglioramenti si vedono giornata dopo giornta. Nonostante rimanga qualche imperfezione ancora da limare – una su tutte: quando la squadra abbassa il baricentro ha problemi nel ritrovare le distanze per tornare a palleggiare – per qualsiasi avversario, adesso, raddoppia il livello di difficoltà, come ha spiegato, riassumendo tutto in una frase, Joseph Walker su Espn: «Prima hanno messo in piedi uno dei sistemi difensivi più resistenti d’Europa, ora hanno anche uno dei pacchetti offensivi più esaltanti del continente».

Contro lo Huesca ha funzionato tutto. Le combinazioni fra gli attaccanti, i centrocampisti in appoggio alla manovra, i tagli verso il centro di Correa

Se l’upgrade è effettivo, concreto, di campo, deve esserlo anche sul piano della narrazione. Quest’Atlético si è svincolato dallo status di club subalterno, di seconda squadra della città. Ora ha gli strumenti per porsi sullo stesso livello di Real e Barcellona, in Liga come in Europa. Per questo motivo la vittoria in Supercoppa, contro i rivali del Madrid, ha assunto un valore che trascende il trofeo in sé. Allo stesso modo il pari del Bernabéu in campionato (eguagliato il record di 6 sfide a Chamartín senza sconfitta in Liga), ha restituito un’immagine nuova dell’Atleti. Dopo la prima vittoria in un derby in campo internazionale, i colchoneros sono andati nella tana del nemico giocando un primo tempo ad alta intensità, rinchiudendo i blancos nella propria metà campo, con una pressione in avanti e un giro palla che di solito sono la cifra stilistica del Real Madrid. Con il coraggio e la sfrontatezza che solo un colosso come il Barcellona, negli ultimi anni, ha potuto manifestare nel tempio merengue. Il messaggio non poteva essere più chiaro: ora l’Atlético ha un’altra dimensione, gioca testa alta, da pari a pari con le big di Spagna. Ed è il risultato migliore che potesse ottenere Simeone per la sua squadra.

 

Immagini Getty Images