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L’espiazione di Brozovic

Era un peso, è diventato il regista dell'Inter, l'uomo attorno al quale ruota il gioco nerazzurro.

Di Claudio Savelli

Fischi. È l’11 febbraio 2018, si sta giocando Inter-Bologna, il Meazza sceglie la colonna sonora dell’uscita dal campo di Marcelo Brozovic al 58′. Fischi. Assordanti, insistenti, sinceri. Il croato alza le mani al cielo per renderle più visibili possibile e applaude tutto lo stadio. Utilizza un gesto ironico per lanciare la sfida: siete voi a non aver capito me, non il contrario. La verità si rivelerà essere nel mezzo. Brozovic non aveva compreso sé stesso tanto quanto i tifosi interisti non avevano capito lui. Nemmeno Luciano Spalletti e i suoi predecessori avevano portato a termine l’analisi. Brozovic, in quel momento, era incompreso perché incomprensibile: un giocatore dal talento evidente ma senza un ruolo definito – mezzala? Sì, forse, ma in una squadra senza regista come l’Inter non può esistere mezzala, e quindi mediano o trequartista? – e soprattutto con l’indole di chi getterà al vento quel dono.

La partita vuota contro il Bologna datata 11 febbraio: 58′ di nulla, con appena 29 passaggi, di cui solo il 79% completati, e una miriade di duelli persi (quelli segnati con i triangoli arancione)

Qui comincia la nuova storia di Marcelo Brozovic. Una storia di espiazione. Ovvero, della “riparazione di una colpa commessa e della liberazione dalla stessa mediante l’accettazione e la sopportazione della pena inflitta a tale scopo”. Letteralmente. Brozovic aveva la colpa della superficialità e dell’indolenza e se ne è liberato accettando e sopportando quei fischi. Allargava le braccia, scuoteva la testa, imprecava, sbuffava. Era un problema di mentalità ma anche di un concetto errato di calcio: lo viveva come se fosse uno sport individuale. Quindi la partita era un lasso di tempo utile per trovare un lampo geniale, la giocata che l’avrebbe portato di diritto nella categoria dei fuoriclasse. Egoismo. Quando Marcelo l’ha intuito, è cambiato: lui e, insieme, il suo modo di giocare, il suo concetto. Bingo.
Cominciò all’improvviso, per esigenza posizionato davanti alla difesa da Spalletti nella partita più ostile possibile: contro il Napoli, alla 28esima giornata. Alle spalle si era consumata la solita stagione grigia, di fronte inaspettatamente si stava aprendo un finale luminoso. Fu quella, la partita della svolta: Brozovic in mezzo al campo, responsabile e responsabilizzato, trova il suo posto nell’Inter e nel mondo. Lì riesce a rimanere concentrato per tutti i novanta minuti, un obbligo di fronte al Napoli di Sarri che con i suoi infiniti tocchi porta soprattutto i centrocampisti avversari a perdere il ritmo e la rotta. E Brozovic era la vittima ideale, così incostante, umorale. Invece, accade il contrario e l’Inter trova una soluzione a molti dei suoi problemi grazie ad un giocatore nuovo, esattamente un mese dopo quei fischi: l’11 marzo 2018 il club nerazzurro “acquista” Marcelo Brozovic. Il vero Brozovic.

La prima partita di Brozovic in mediana contro il Napoli, un mese dopo quella di Bologna: nonostante la squadra di Sarri abbia dominato nel possesso, il croato “riempie” la sua prestazione alternando il gioco corto a quello lungo e vincendo numerosi duelli (in verde). In quella posizione è dentro la gara

Brozovic ora considera buona la sua prestazione quando è precisa nella sua interezza, quando la qualità non è concentrata in un tiro o un assist ma spalmata su tutte le giocate. Non ha più bisogno di cercare un lampo, semmai di essere al centro del gioco: si nutre della continuità che non aveva. Se prima l’encefalogramma delle sue partite variava tra vertici alti e bassi, ora è una linea pressoché piatta. Il punto è capire a che altezza è posta. La nuova posizione in campo è diventata un vestito su misura per Marcelo perché è coerente con il compito che gli è stato assegnato da Spalletti: mantenere accesa la luce sulla squadra. Farla girare, per tutta la durata della partita. Così la centralità “fisica” è diventata anche “emotiva”: ora si sente coinvolto nella squadra e determinante per il destino di essa, è passato da un ruolo marginale ed estemporaneo ad essere l’unico vero giocatore insostituibile nell’Inter. Infatti da quella partita contro il Napoli, Spalletti lo ha sempre schierato titolare ad eccezione della partita con il Cagliari di sabato scorso (nell’altra occasione, Atalanta-Inter del 14 aprile, era squalificato).

Regista. Non un ruolo, dunque, ma una missione. Brozovic l’ha presa sul serio: secondo i dati è il giocatore che gioca più palloni dell’intero campionato, in media 83,6 a partita. Vista la partenza di Jorginho, ora è lui il riferimento, anche per l’altro grande interprete del ruolo, Pjanic, che è secondo e fermo a 76 di media. Ma la mole di passaggi è irrilevante se non è abbinata alla precisione, e soprattutto in questo Brozovic è migliorato, come se la quantità di palloni toccati fosse la chiave per essere preciso, un rapporto direttamente proporzionale. Più ne tocca, più è preciso, perché rimane concentrato sulla partita. Infatti se nei precedenti anni in nerazzurro la media di tocchi non era mai andato oltre i 64,2 e la precisione si fermava all’87,9%, ora Brozovic si attesta all’89,2% di giocate completate. Di fatto ne sbaglia una soltanto su dieci. Traducendo i numeri in pratica, significa che a quell’errore il croato rimedia con nove giocate corrette: reagisce in positivo, non allarga più le braccia, non sbuffa, non impreca, ma si rimette a giocare come se nulla fosse successo, non più concentrato solo su sé stesso ma predisposto all’utilità collettiva. Così anche quando gioca male, non gioca più davvero male.

Contro la Fiorentina, quest’anno: non forza la giocata nonostante sia pressato. Sta imparando a variare il ritmo: sa quando accelerare e quando rallentare

È poi rilevante il dato sui lanci lunghi: esclusi i portieri, è dopo Albiol e Radovanovic il giocatore che ne esegue di più, 7,6 a partita. È un numero che, se abbinato alla percentuale di riuscita dei passaggi, spiega come Brozovic mantenga precisione nonostante cambi molte volte gioco e cerchi lanci lunghi, quindi con un coefficiente di difficoltà più elevato. Così riesce a rendere dinamico il gioco nerazzurro. Anche della nuova Inter, meno orizzontale e “larga” sul campo rispetto a quella che aveva concluso lo scorso anno. Ora la squadra di Spalletti dipende più dalla sua creatività: infatti se prima Brozovic poteva dividere le responsabilità nella costruzione della manovra con due giocatori associativi come Rafinha e Cancelo, ora è più “solo”, è l’unico vero fulcro del gioco nerazzurro.

A proposito di lanci, al di là della visione di gioco, in questi casi viene a galla una sua qualità tecnica: colpisce il pallone tagliandolo, non lo impatta “frontalmente” e così imprime sempre una buona inerzia alla traiettoria

Brozovic è l’unico nella rosa a saper interpretare il doppio compito che Spalletti assegna ai suoi centrocampisti: manovratore e corridore, garante dell’equilibrio della squadra. È un’evoluzione: non è diventato un regista dimenticandosi la natura da centrocampista box to box, di corsa, ma ha utilizzato il nuovo ruolo per rendere utile il vecchio: indossando i panni dell’uomo al centro del gioco, si è accorto dell’importanza della qualità della corsa piuttosto che della quantità. Infatti Brozovic è rimasto un maratoneta, non solo rispetto ai compagni nerazzurri ma anche a tutti i colleghi in A: di nuovo, è secondo nella classifica dei chilometri percorsi, con 11,9 km di media a gara, secondo solo a Magnanelli.

Il climax dell’espiazione: nello spareggio per la Champions contro la Lazio corre fino in fondo e ferma Felipe Anderson. Lì di fianco, lo spicchio di tifosi interisti in trasferta, lo osanna

Non è più una fatica fine a se stessa ma predisposta al recupero del pallone: Brozovic infatti chiude 3,3 tackle di media a partita, è ottavo in tutta la A. Ed è terzo in quanto a palloni recuperati: 41 in totale, meno solo di un incontrista come Allan e un centrale come Koulibaly. L’enorme quantità di benzina spesa da Brozovic è ora utile alla squadra. Ora e non allora, perché Spalletti era il primo ad avere dubbi in merito. Spiegò infatti di averci messo troppo a schierarlo lì, in mediana, perché pensava che “lasciasse un buco con la grande disponibilità di corsa che ha. Invece di metri ne fa sempre tanti ma ora li fa in quel settore lì, in mezzo al campo, e recupera anche molti palloni”. Il rischio era che la tendenza a correre di Brozovic diventasse dannosa qualora la posizione di partenza fosse stata centrale: il rischio era che la squadra perdesse equilibrio.

Copre il terzino che si è alzato (disponibilità) e si sgancia per aggredire il pallone appena intravede la possibilità di recuperarlo (intelligenza tattica). Nel contrasto va deciso, come un mediano d’altri tempi

Durante Inter-Fiorentina, la penultima partita di campionato disputata dai nerazzurri, Brozovic perde un sanguinoso pallone in fase di avvio di manovra. Lo riconquista Chiesa, che avvia Simeone verso la porta nerazzurra, protetta da un superbo Handanovic. È un errore da vecchio Brozovic? Parrebbe. Un tempo sarebbe stato garanzia di fischi. Invece la musica è cambiata: ora il pubblico del Meazza non batte ciglio, non rumoreggia, anzi alla prima occasione buona, al primo pallone recuperato e smistato, applaudirà il croato. Perché sa riconoscere uno sbaglio in buona fede, e la differenza tra i vecchi errori di Brozovic e quelli nuovi è proprio questa: se quelli erano conseguenza del suo atteggiamento, questi appartengono alla dinamica del gioco. L’habitat del nuovo Brozovic.