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La nuova identità della Fiorentina

Come funziona la squadra più divertente della Serie A.

Di Alfonso Fasano

Il viaggio della Fiorentina di Stefano Pioli ha un itinerario chiaro, predeterminato, raccontato ai tifosi e al mondo con una sincerità estrema, quasi disarmante. Il giorno della sua presentazione come nuovo allenatore dei viola, è proprio Pioli a spiegare quale sarà il suo approccio al nuovo incarico, in accordo con la dirigenza: «Voglio essere il più chiaro possibile: la Fiorentina farà dei grandi cambiamenti, la sensazione è che sia il momento giusto per avviare un nuovo ciclo. Prenderemo giocatori giovani e, se possibile, italiani. La volontà è quella di costruire una nuova cultura del lavoro, un’idea perfettamente sovrapponibile al mio modo di intendere il calcio e alla richiesta della proprietà: Firenze deve tornare a divertirsi».

È il 7 giugno del 2017, e da quel giorno la Fiorentina ha praticamente trasposto nel calcio il concetto di brand identity: la politica dello sviluppo del talento è stata applicata senza compromessi ed è diventata la filosofia aziendale di riferimento, per cui tutti i punti del progetto sono chiari e riconoscibili, perseguiti in maniera coerente dalla società, dall’allenatore, dagli stessi giocatori. È un discorso di coesione strategica e unità di intenti che ha contribuito a ricucire – almeno in parte – il rapporto un po’ logoro tra la famiglia Della Valle e la tifoseria. L’impatto emotivo della tragedia di Astori ha probabilmente accelerato questo processo di riavvicinamento, dopo si sono aggiunti elementi essenziali per rendere più solido il nuovo corso: i risultati positivi, innanzitutto, poi una continuità tecnica e manageriale che da tempo non apparteneva al club viola. Oggi, la nuova Fiorentina sta iniziando a raccogliere i frutti del suo lavoro composito, è una squadra che realizza il suo concept, che riesce a trasformare i suoi riferimenti concettuali in pratica del gioco. E che ha riportato su di sé l’attenzione dei media, tanto che in un articolo del Foglio si legge come Firenze sia tornata ad essere «una città per giovani, in cui è bello fare calcio».

Fiorentina-Spal 3-0

L’aderenza tra le dinamiche del campo e il progetto della società si legge nei numeri: la Fiorentina è la squadra più giovane delle cinque leghe top in Europa, l’osservatorio CIES ha calcolato che Pioli ha schierato formazioni titolari per un’età media di 23,9 anni. È praticamente inevitabile che una rosa assemblata e gestita secondo questi parametri pratichi un calcio ipercinetico, diretto, offensivamente ambizioso, spettacolare nelle sue giornate migliori. Anche la scelta di affidare questo progetto a Pioli è frutto di un’assoluta coerenza strategica: l’ex tecnico di Inter e Lazio porta attaccata addosso l’etichetta del normalizzatore, quando in realtà la sua concezione del gioco è «radicale perché verticale, intensa, richiede continuo movimento in fase d’attacco, così che il calciatore in possesso della palla abbia sempre sostegno e appoggio da parte dei compagni, quindi possa contare su più possibilità per sviluppare l’azione» (Claudio Pellecchia, su Undici).

Nella Fiorentina 2018/19, i presupposti teorici di Pioli si concretizzano in un sistema di gioco dinamico, nella forma e nella sostanza: la squadra viola utilizza un 4-3-3 molto fluido, che si trasforma in 4-2-3-1 quando una delle due mezzali sale a supporto della prima punta, o anche in un visionario 3-2-2-3 in fase di possesso, grazie alle scalate combinate di Milenkovic – schierato come terzino bloccato in una difesa a quattro che scivola a tre durante la prima costruzione – e di Biraghi, laterale difensivo di sinistra ma anche supporto ravvicinato del pivote Veretout in alcuni momenti della partita, una sorta di copia carbone del ruolo di Delph nel Manchester City di Guardiola. In avanti, Simeone interpreta il ruolo di centravanti di movimento, una delle sue attribuzioni fondamentali è creare spazio per gli inserimenti dei centrocampisti mentre gli esterni d’attacco garantiscono ampiezza e profondità. Lo sviluppo della manovra si fonda proprio sulla ricerca continua di ampiezza e profondità: la Fiorentina costruisce il 71% delle sue azioni d’attacco sugli esterni, è sesta in Serie A per numero di lanci lunghi per match (62) e 14esima per percentuale media di possesso palla (48,3%), una quota in ribasso rispetto alla scorsa stagione (51,3%). L’interpretazione diretta di Pioli sembra funzionare, la viola ha il sesto attacco (14 reti realizzate) e la terza miglior difesa del campionato (6 gol subiti), inoltre la tipologia delle marcature corrisponde all’idea di gioco dell’allenatore emiliano: su nove gol nati da azione manovrata, cinque sono frutto di un passaggio dalle corsie laterali, e altri tre nascono da una giocata in verticale. I numeri si uniscono alle sensazioni del confronto, le tre sconfitte stagionali sono arrivate dopo partite molto tirate contro Napoli, Inter e Lazio, squadre con un valori assoluti più alti, o comunque in una fase più avanzata del progetto tecnico.

Un’azione classica della Fiorentina di Pioli: transizione positiva, lancio per Simeone nello spazio, il centravanti argentino difende il pallone e attende il supporto dei compagni; Eysseric decide di chiudere piuttosto che aprire il campo, poi legge il corridoio verticale per chiudere lo scambio

Proprio l’ultima gara contro la Lazio ha evidenziato alcune delle criticità del modello di gioco dei viola, contraddizioni legate più all’inesperienza che ad un reale gap tecnico o tattico. All’Olimpico la Fiorentina ha affrontato una squadra verticale eppure più ordinata e speculativa, non a caso i dati del possesso palla (addirittura 40%-60%) e quelli delle conclusioni tentate (13-15) risultano a favore degli uomini di Inzaghi. Nella sintesi del match ci sono molte più azioni degli ospiti che della Lazio, solo che il percettibile predominio territoriale non si è concretizzato sotto porta, le chance più nitide sono arrivate solo grazie ad errori grossolani dei difensori biancocelesti, come se la squadra di Pioli non riuscisse a chiudere il cerchio del proprio gioco con la giusta determinazione nell’ultimo terzo di campo. Una lettura condivisa anche dallo stesso allenatore: «Sono soddisfatto di come interpretiamo le partite, però è evidente che ci manca concretezza».

I dati del match dell’Olimpico certificano le grandi evidenze di questo inizio di stagione: Biraghi e Chiesa sono il motore creativo della Fiorentina, il terzino scuola Inter è stato il calciatore con il maggior numero di palloni toccati (93) e di passaggi chiave (5), mentre il giovane laterale offensivo ha costruito due occasioni per i compagni e ha tentato tre volte il tiro verso la porta. Entrambi vivono una fase di crescita esponenziale, si esaltano nel sistema di Pioli – non a caso parliamo di calciatori che amano partire dall’esterno –, e poi sono profili rappresentativi rispetto al target di reclutamento del club, costantemente alla ricerca di potenziali wonderkid (Lafont, Milenković, Gerson) e/o elementi con maggiore esperienza ma ancora in cerca del lancio definitivo (Pezzella, Victor Hugo, Benassi). Ovviamente Chiesa rappresenta un benchmark per una società che lavora per sviluppare il talento, dopo l’esplosione come giocatore impulsivo, elettrico come il suo atteggiamento in campo, oggi Federico sta vivendo una fase di ampliamento del campionario tecnico, di ricerca della consapevolezza, soprattutto per quanto riguarda le doti di read-and-react rispetto all’imprevedibilità del gioco.

Le chiavi tattiche che caratterizzano la nuova stagione vanno ricercate in due aspetti: l’inserimento progressivo di Pjaca in un tridente purodopo un anno senza un secondo esterno di riferimento accanto a Chiesa e Simeone, e lo spostamento di Veretout in cabina di regia. Il fantasista croato è ancora in rodaggio, ma è stato preso per aumentare la quota di fantasia nella fase di rifinitura, soprattutto nella versione del sistema che lo collocherebbe sulla sinistra, a piede invertito e dal lato di Biraghi, per una connessione potenzialmente devastante; la metamorfosi di Veretout rappresenta invece la risposta di Pioli all’addio di Badelj, alla base di questa intuizione c’è la volontà di sfruttare la qualità di calcio del centrocampista francese, soprattutto nell’impostazione lunga, per cercare di esplorare continuamente la profondità. Sono tutti concetti che alimentano un’idea di gioco verticale, frizzante, in sintonia con la mission di Pioli e della dirigenza viola. È la sovrastruttura di riferimento che tende a realizzarsi, è la nuova identità della Fiorentina in via di affermazione: la tifoseria viola sta tornando a divertirsi grazie ad una squadra costruita e messa in campo in maniera coerente, e che sta portando avanti il suo viaggio di ambizione tra squarci di brillantezza assoluta e inevitabili difficoltà.

 

Immagini Getty Images