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A che punto è il progetto Wolverhampton?

Come va la "squadra di Mendes" al suo primo anno di Premier.

Di Matteo Albanese

«Spero di vincere ancora qualche gara, in quel caso la dedicherò ai ragazzi della cucina». Una volta nominato tecnico del mese in Premier League, a settembre, Nuno Espírito Santo avrebbe avuto diversi sassolini nelle scarpe da giocarsi in un momento simile: frecciate al Porto, che nella primavera 2016 decise di non confermarlo, stoccate a chi lo accusava di aver fatto carriera solo grazie all’amico Jorge Mendes, sottili puntualizzazioni ai (pochi) tifosi che non apprezzavano il suo calcio, nonostante il primo posto in Championship tenuto saldamente in mano da novembre 2017 a maggio scorso. Memorabilmente, però, il 44enne di São Tomé preferì elogiare i suoi collaboratori: «Tutti sono importanti. Se un calciatore dorme male di notte, la prima persona con cui ne parlerà sarà il fisioterapista».

Era il 1995 quando in una discoteca a Caminha, nord del Portogallo, il 21enne Espírito Santo confidò a Jorge Mendes di sognare un contratto col Porto. Mendes allora gestiva l’Alfándiga (“dogana” in portoghese) dividendosi tra bancone e consolle, ma da quella chiacchierata nacque la Gestifute e il 31 maggio 2017 la coppia s’è ricomposta: Mendes come burattinaio del Wolverhampton sorpresa in Inghilterra, Nuno nelle vesti di tecnico cui è affidata la materia prima presieduta da Guo Guangchang. Ceo del conglomerato Fosun, Guo fu animato dall’espansione calcistica cinese promossa dal presidente Xi Jinping nel 2015 ed entrò in affari con la Gestifute di Mendes. Nel luglio 2016 rilevò il Wolverhampton dalle mani di Steve Morgan, lasciando carta bianca all’amico che ha fatto dell’ex polo tessile delle Midlands una ragguardevole colonia portoghese. Oggi i lusitani in rosa sono ben 7: Jota, Costa, Cavaleiro, Moutinho, Neves, Patrício e Rúben Vinagre, l’unico del lotto a non esser rappresentato da Mendes (ma da un connazionale, Jorge Pires, che gestisce pure due giovani dell’U23, João Caiado e Pote). Contrapposto al blocco Gestifute c’è la World in Motion, che detiene procure di portieri (Ruddy e Norris) e difensori (Bennett, capitan Coady e l’irlandese Doherty). Da centrocampo in su, invece, regnano i ragazzi di Mendes.

A denunciare gli stretti legami tra procuratore e i Wolves fu nel marzo 2018 Andrea Radrizzani, italiano, fondatore di Eleven Sports nonché presidente del Leeds United. La questione finì sulle scrivanie della FA, ma l’influenza della Gestifute risultò limitata a un 20% e non direttamente legata alla Fosun. In altri termini, non fu ravvisata una «material influence» all’interno del club. Sul campo, invece, tutto va oltre ogni aspettativa: «Merito dello staff medico», ha sentenziato Espírito Santo, che in Inghilterra ha stravolto la sua filosofia. Nell’estate 2014 approdò a Valencia, vinse 22 partite su 38 alternando ben sei moduli e attirò complimenti da ogni parte. L’anno dopo però pesò l’assenza di una matrice tattica definita, regnò la confusione e i suoi schemi fallirono. Circondato da un ambiente ostile, solo l’esonero a fine novembre salvò Nuno da ulteriori fischi assordanti del Mestalla. Nel giugno 2016 si trasferì al Porto e importò la duttilità come mantra, escludendo stavolta la difesa a tre. I Dragões oscillavano sempre tra rombi e tridenti, i risultati arrivarono (secondo posto e due soli ko in campionato) ma a fine anno Espírito Santo non fu confermato. Visto che tra i motivi v’era proprio l’assenza di un’idea fissa, appena mise piede nelle Midlands, il portoghese si auto-impose l’adozione di uno schema e l’obbligo di mantenerlo. La scelta ricadde sul 3-4-3 e il convincimento mentale fu tale che la formazione finora schierata in campionato è sempre stata la medesima: Rui Patrício; Bennett, Boly, Coady; Doherty, Moutinho, Neves, Jonny; Costa, Jiménez, Jota. Amalgama che funziona e, anche contando alcuni esiti paradossali – pareggi contro le due di Manchester, sconfitte contro Leicester e Watford – è errato sottovalutare l’impronta di Nuno: «Qualunque sia, ognuno ha un’identità. La nostra è quella di un branco di lupi, i giocatori lo sanno e questo mi rende orgoglioso».

Il difensore ex Celta ed ex Atlético Jonny, 24 anni, spagnolo, alla sua prima stagione ai Wolves. A ottobre Luis Enrique lo ha convocato per la prima volta in Nazionale

Più concretamente parlando, le linee guida sono tre: un possesso palla spinto, con ragnatela di passaggi corti eseguiti in rapida sequenza, poi una meticolosa gestione della fase difensiva, tanto da cristallizzarsi in un 5-4-1, infine il simultaneo impiego di abili contropiedisti. Hélder Costa e Diogo Jota sono la fotocopia l’un dell’altro – 178 cm, una settantina di chili –, e al resto pensa Raúl Jiménez. Con assist dell’ex Benfica e rete del terzino irlandese Matt Doherty, il 6 ottobre, il Wolverhampton batté il Crystal Palace issandosi al settimo posto. Nuno smorzò l’entusiasmo, spiegando che la forza del suo gruppo proveniva dalla conferma del blocco titolare l’anno prima: «Um sabe as suas tarefas», ognuno sa i suoi compiti, «vamos jogo a jogo, não temos objetivos». Sul concetto di partido a partido, motto dell’Atlético Madrid, non concordava però João Moutinho, il quale prese la parola e corresse il tecnico: «No Mónaco foi o mesmo», riferendosi al titolo vinto da Jardim nel 2017. Vale la pena chiederselo: e se – con le debite proporzioni – questo fosse l’anno dei Wolverhampton Wanderers?

 

Immagini Getty Images