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Gli orizzonti di Barella

La rapida maturazione del centrocampista del Cagliari.

Di Simone Torricini

Ci sono momenti, si dice spesso, che scandiscono più e meglio di altri la carriera di un calciatore: l’esordio, il primo gol tra i professionisti, il primo trofeo. Tra questi e altri, però, uno in particolare è in grado di definire con precisione il passaggio di status, il salto di qualità; di creare uno spaccato netto, nella sostanza più che nella forma, tra ciò che era e ciò che è. La Nazionale A. Nel nuovo ciclo italiano inaugurato da Mancini sono in tanti ad aver vestito per la prima volta l’azzurro, e uno di questi è Nicolò Barella, schierato dal primo minuto sia in amichevole contro l’Ucraina che contro la Polonia nelle gare del 10 e del 14 ottobre. Il discorso sulla Nazionale come certificazione di un salto di qualità, nel suo caso, calza a pennello. A 22 anni ancora da compiere la mezzala del Cagliari è già qualcosa in più di un «brillante prospetto», come lo definì il Guardian ad inizio 2017, e con un percorso graduale, fatto di piccoli passi, ha sviluppato e sta sviluppando le proprie potenzialità.

In un report di circa un anno fa curato dal Cies per classificare per ruolo i nati dal 1997 in poi più esperti in Europa, Barella figurava al secondo posto nell’elenco dei centrocampisti dietro al solo Tousart del Lione. Due settimane dopo, in un altro studio, il suo nome comparve tra i 100 U21 col prezzo del cartellino più alto. Era uno dei quattro italiani presenti. Barella si sta affermando su più livelli anche in questi primi mesi della nuova stagione. È il secondo giocatore in A per falli subiti dietro al solo Srna, in una graduatoria che per quasi tutto l’arco della Serie A 2017/18 ha visto come protagonista un giocatore con diversi tratti simili ai suoi: Lucas Torreira. Nonostante abbia disputato praticamente tutti i 900 minuti disponibili da agosto, poi, è terzo nella classifica dei runners, i giocatori che percorrono mediamente più chilometri per gara. O ancora, nel Cagliari di Maran è il giocatore di movimento con il minutaggio più alto. Alla voce palloni recuperati c’è infine l’ultimo dato esplicativo: Barella si posiziona 19esimo a quota 36. Ma con una nota di merito non da poco, se si considera quanto l’esperienza influisca su questo specifico fondamentale: è il più giovane tra i primi 68.

Corsa, resistenza, qualità

Già da uno sguardo superficiale è lampante come Barella sia in netto anticipo per la media italiana dei percorsi di crescita. Tolte rare eccezioni, la mezzala del Cagliari è l’unico giocatore italiano che dai vent’anni coniuga maturità e qualità sul campo con una continuità invidiabile. Massimo Rastelli, che lo ha avuto sotto gli occhi nei suoi primi due anni tra i professionisti, si è fatto una idea precisa riguardo la sua precocità. «Vedo un calciatore che ha fatto una crescita esponenziale sotto l’aspetto della personalità», ha detto nel corso di una telefonata con Undici l’ex allenatore del Cagliari. «A vent’anni è fondamentale: è questo che gli permette di avere la continuità per mettersi in evidenza, e di distinguersi dai coetanei». Difficilmente le prestazioni di Barella scendono sotto la sufficienza, e ancora più difficilmente sono inferiori alla media dei giocatori del Cagliari, perché il suo è un calcio fatto di presenza e di intensità prima ancora che di gesto tecnico. È un centrocampista in grado di pensare, non difetta in visione di gioco (da 1:07), ma per descriverlo non si può non evidenziare il suo senso agonistico. A Sportweek ha ripetuto per l’ennesima volta di adorare il calcio inglese, e di trovarlo vicino alle sue caratteristiche. Sui dubbi relativi alla stazza, forse troppo minuta per la Premier, è intervenuto Rastelli: «Da fuori sembra mingherlino, ma ha grande muscolarità e un motore importante. È bravissimo nei contrasti e a recuperare palloni, in un calcio fisico e irruento come quello inglese lo vedrei bene. L’altezza è relativa: ciò che conta è la forza nelle gambe». Chiedere a Kanté, verrebbe da aggiungere.

Parole come intensità, motore e personalità, declinate in uno stile di gioco comunicativo e diretto, sono le chiavi che spiegano l’origine del paragone con Nainggolan. Come il belga – soprattutto quello di due anni fa – Barella possiede facilità di corsa, resistenza e uno spiccato agonismo, e nonostante al momento gli sia inferiore in termini di pericolosità offensiva l’accostamento risulta complessivamente condivisibile (anche da parte dell’interessato, la cui unica obiezione è stata sulla maggiore fisicità del giocatore dell’Inter). Va detta anche una cosa a proposito del feeling con la porta: che il Nainggolan di Cagliari non è mai sembrato un centrocampista con così tanti gol nei piedi, e che questa peculiarità se l’è costruita a Roma, non prima. In quattro stagioni da titolare in rossoblu, con 130 presenze totali, ha messo insieme appena 7 reti. Le stesse che Barella – peraltro ad un’età più verde – ha segnato in 74 gare di A dal 2015 ad oggi. Forse è prematuro dirlo, ma non ci sarebbe da stupirsi se nei prossimi anni dovesse assestarsi su una media di 7/8 reti a stagione. Calcia i rigori, ha la gamba da incursore, sa tirare da fuori. Le soluzioni non gli mancano e i dati di questo inizio di stagione confermano una presa di coscienza da parte sua: dalla stagione 16/17 ad oggi i tiri a partita sono passati da 0,6 a 1 all’attuale 1,6.

Tra le specialità di Barella, anche il tiro da fuori

Ad accomunare Barella e Nainggolan è anche un certo tipo di sfrontatezza sul campo. Vittorio Pusceddu, allenatore della Primavera del Cagliari tra il 2012 e il 2015, ne ha parlato così a Undici: «Nicolò ha sempre avuto questa sfrontatezza di non aver mai paura di nessuno, non è mai stato timido e questo lo ha agevolato molto. A lui piace giocare, non gli interessa chi ha di fronte». Quello della sfrontatezza è un terreno delicato, perché coincide con uno dei punti deboli più noti nel profilo di Barella: il cartellino giallo. Lo scorso maggio, quando la Serie A 2017/18 ha chiuso i battenti, le 13 ammonizioni ricevute in 35 presenze gli sono valse il primato tra i cattivi, e con 78 calci piazzati concessi è stato il secondo giocatore più falloso dello scorso campionato. È un discorso da non sottovalutare e che gli viene sottoposto spesso.

Di recente ha preso una posizione forte: «Detesto le etichette», ha detto a Sportweek. «Se prendo molti cartellini gialli, non per questo sono un giocatore cattivo. Accetto le critiche solo se vengo ammonito per proteste, non per un fallo di gioco. Io ci metto sempre la gamba, perché voglio vincere. Non voglio che l’avversario passi, anche se a volte questo comporta falli evitabili». Alla lunga però i numeri presentano il conto, e dicono che in 141 gare tra i professionisti ha ricevuto 41 ammonizioni, una ogni 268 minuti secondo Transfermarkt; e negli ultimi due anni è stato costretto a saltare sei partite a causa di sanzioni disciplinari. Lo abbiamo chiesto a Rastelli, che ha risposto con tono benevolo: «Lui gioca così, si tratta di un compromesso da accettare. Comunque è migliorato e sta migliorando, arriverà il momento in cui la sua irruenza sarà più ragionata». La posizione di Pusceddu è simile: «Prende i gialli perché non riesce ancora a trattenere questa sua esuberanza. Deve capire che a volte non serve intervenire, che è sufficiente accompagnare l’avversario. Ma con Maran crescerà sicuramente».

C’è poi da affrontare una questione dai confini ancora poco definiti riguardo Barella: il ruolo. Anzitutto, per quanto la medaglietta di tuttocampista non sia da escludere in chiave futura, l’evidenza dice che oggi è prematuro assegnargliela. Parliamo di un calciatore che nell’arco dei 90′ può dire la sua contando su caratteristiche varie – intensità, scaltrezza, iniziativa – ma che in contesti più pressanti fatica ad incidere nella zona calda, intorno agli ultimi venticinque/venti metri. Tra gli allenatori che lo hanno avuto a disposizione soltanto Rastelli è parso realmente convinto della sua adattabilità ad una posizione più avanzata rispetto agli altri centrocampisti, e difatti la stagione 2016/17 – la prima in A – è stata l’unica in cui Barella ha giocato dietro le due punte, Borriello e Sau. Di contro, sia Diego Lopez sia Maran hanno preferito sfruttarne l’atletismo, la lettura del gioco (quindi gli intercetti) e le qualità in fase di transizione. Lo stesso si dica per l’esperienza in Nazionale sin qui, con Mancini che lo ha schierato mezzala nel suo 4-3-3 sia contro l’Ucraina che contro la Polonia. Barella dal canto suo è stato esplicito: «Mi sento una mezzala, è il ruolo in cui sento di poter rendere al meglio. Davanti alla difesa non posso vedere la porta avversaria, da trequartista ho più spazio per muovermi ma non posso riconquistare la palla». Anche chi lo conosce, Pusceddu per primo e Rastelli con qualche dubbio in più, sostiene che oggi i suoi tempi siano soprattutto quelli. Ragion per cui è verosimile aspettarsi un futuro in quella zona del campo almeno nel breve termine.

La cultura del lavoro di Barella è un altro aspetto che merita di essere preso in considerazione. A Undici disse di non essere un tipo ossessivo, riconoscendo però di aver sempre avuto qualcosa in più degli altri nell’interpretazione dell’allenamento: «Andavo sempre a mille all’ora, anche se c’era un problema, un dolore, mi allenavo sempre, mai saltato un allenamento. Ed è questo che ti fa migliorare». Pusceddu e Rastelli confermano nell’ordine questa sua dedizione, così naturale e al contempo così inusuale per un ragazzo tanto giovane. «A volte tornava dalle partite della Nazionale e il giorno dopo voleva già allenarsi», ricorda Rastelli. «Recuperava in fretta, ma a volte dovevo frenarlo perché correva troppo». Pur trattandosi di un atteggiamento positivo, questa iperattività si porta dietro anche qualche effetto collaterale. Non è raro che in un contesto di gara favorevole si lasci ancora andare a qualche leziosismo di troppo, e le sue percentuali nella precisione dei passaggi – intorno all’80% – non sono eccezionali. Quest’anno sta registrando numeri poco incoraggianti anche in termini di palloni persi, nonostante gli vada riconosciuta una maggiore propensione al rischio dovuta in parte ad un approccio di squadra meno conservativo. Volendo cercare il pelo nell’uovo potremmo dire, come Pusceddu, che Barella gioca ancora «da ragazzo, e non da uomo», dove con uomo non si intende altro che giocatore esperto.

Rischia di perdere il possesso, invece ne viene fuori alla grande

Tirando le somme è opportuno evidenziare come la sua crescita stia procedendo in maniera lineare, e il fatto che la piazza che la ospita non sia particolarmente ambiziosa contribuisce ad attenuare prime pagine e speculazioni. Cagliari custodisce Barella in quella che con tutta probabilità sarà la sua ultima stagione in Sardegna, e gli sta offrendo un ambiente sereno per continuare a limare le proprie imperfezioni. Maran ne ha lodato la sfacciataggine e per tre volte lo ha responsabilizzato affidandogli la fascia da capitano, altra situazione dalla quale ricaverà un insegnamento. Rispetto allo scorso anno è visibilmente più attento alla condotta – nonostante qualche svarione, come il rigore da lui causato a Firenze (da 1:10) – e sta crescendo anche nella partecipazione offensiva, oltre che nella gestione della pressione sui portatori avversari. Secondo Rastelli «dovrebbe inserirsi molto di più in area senza palla, ricercare il gol», ed in effetti anche questo è un pezzetto di puzzle ancora da incastrare. Il tutto resta in ogni caso supportato da una solida premessa: Barella è un calciatore forte e maturo. Per questo è sensato pensare che quando avrà a fianco calciatori di livello superiore sarà lui stesso il primo a giovarne.